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Full text of "Ella non rispose"

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MILANO 

Fratelli Treves, Editori 


ROMA N.Z 0 


Matilde Serao 











Matilde Serao 


ELLA NON RISPOSE 

ROMANZO. 



MILANO 

Fratelli Trkves, Editori 



BIBLIOTECA 


1* U O P li 1K T À L E T T E 11 A II I A. 

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per 
tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda. 
Copyright by Fratelli Treves, 1914. 

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che 
non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori. 


NAZIONALE 



Romanzi 




AL lettori:. 


Amico lettore, ti prego, sii sincero. Quando 
i tuoi occhi curiosi si saran fermati, un istan¬ 
te, sulla covertimi di quésto volume e l'avran 
letta, non li abbandonare a quel gesto lutto 
convenzionale, tutto esteriore, per cui un ro¬ 
manzo di amore fa levare le. simile, in alto 
d’ironica noia e di sazietà beffarda. Non le¬ 
vare le spalle, caro lettore: non imitar quello 
che tanti altri esseri umani faranno, come le, 
imitandosi fra loro: non obbedire a una for¬ 
inola superficiale e che ti è estranea: abbi il 
coraggio di esser sincero. Cedi a quella inti¬ 
ma, segreta nostalgia sentimentale, per cui 
ogni istoria di amore, la più umile, la più 
comune, attira me, te, gli altri, con un fluido 
sottile: cedi a quel bisogno di conoscere, an¬ 
cora, un altro caso di amore, bisogno che 
tutti sentiamo, nell'anima, bisogno mai, mai, 


Skkao. Ella non rispose. 


K 


VI 


interamente soddisfatto. Lasciati andare alia 
tua. (dia nostra, a questa (fronde curiosità 
umana dell’amore, che ci accompaipia, sem¬ 
pre, per tutta la l'ila. Poiché, forse, amico 
lettore, tu sei vecchio e sono sperduti nelle 
nebbie del passato i tuoi giorni sentimentali ; 
forse, il Ino cuore è più irrimediabilmente 
stanco che non stinto maturi e pesanti i tuoi 
anni; forse tu sci (ponine. ma, purtroppo, tu 
chiudi nel petto un’arida e. dura pietra. Non 
importa: non imporla! Evocali dal fondo più 
essenziale e più tacito del tuo animo, i tor¬ 
nanti ricordi faranno, per un istante, per un'o¬ 
ra, credere a te, vecchio sognante, abolito il 
tempo: nella stanchezza mortale di un cuore 
che ha disperse, tutte, quasi la Ite le energie 
di amore, trasalirà, forse, in te, una ullima 
piccola fibra, ancora sensibile: e tu, infine, 
giovine insensibile destinalo a tutti i trionfi, 
ma, anche, a tutte le solitudini, non tocca, 
•pure a te, assumere la tua parte di superbo 
e glaciale spettatore delle altrui estasi e de¬ 
gli altrui martini ? O lettore, o fratello mio, 
o fratello di questi due cuori, di queste due 
anime, Diana Sforza e Paolo Ruffo che in 
questa loro istoria sentimentale, amarono e. 





VII 


forse, non seppero amare, amarono e trova¬ 
rono contro il loro amore, levalo e armato 
orpii loro maggior inimico, in sè stessi, nel 
tempo e nella sorte, o lettore, fratello no¬ 
stro, segna nella tua mente, segna nella tua 
anima i/ucsta uppassionata e dolente ventura 
amorosa, e rammenta, c paragona, e intendi 
lutto, e comprendi tutto, e nulla li sorpren¬ 
da, come allora, quando tu amasti, come ades¬ 
so, che tu ami.... 

Non ti sorprenda, dunque, che tutta quan¬ 
ta questa storia di amore, compiva nelle let¬ 
tere di Paolo a Diana, e solo ita queste let¬ 
tere tutta sia chiara e precisa, nei suoi casi 
singolari, c solo da queste lettere essa palpili 
di una vita passionale iinfornila, nelle sue 
gioie supreme e nelle sue estreme dispera¬ 
zioni. Ah, tu lo sai bene che la lettera d'a¬ 
more, la prima, l'ultima, poche lettere, molle 
lettere, la lettera d'amore, infine, è lutto l'a¬ 
more! Nessun uomo, il piii austero, che non 
abbia laceralo con mano tremante di ansia , 
la busta di una lettera, di <|iii'lla lettera: 
nessun uomo, il i>iii aspro e il più rozzo, che 
in un giorno memorabile della sua vita, non 
si sia jcurvato sopra un foglio di carta e 


Vili 


non ni abbia, insieme alle commise /xtroie, 
versato, anche le sue rare. e. brucianti lacri¬ 
me: nessuna donna che non abbia affrontalo, 
audacemente, un pericolo mortale, scrivendo 
una lettera di amore, destinala a essere smar¬ 
rita, ritrovata da un (/indice o da un carne¬ 
fice; nessuna donna che abbia saputo, mai, 
resistere alla lellera di amore di un uomo, a 
cui /mie, uvea resistilo, (piando egli le par- 
lava. La ragione, e la logica, e la saviezza, 
tulle queste forze della mente e della co¬ 
scienza, sapendo che la lettera è tulio l’a¬ 
more, sapendo che, per la lettera, gli uo¬ 
mini e le donne si amano, sono presi, tra¬ 
volti c perduti, queste forze morali interiori, 
con le loro rigorose suggestioni, cercano in¬ 
durre la donna, cercano persuadere l'uomo a 
non scrivere e a non leggere lettere d’amore. 
L invano! Vi è un motto antico, minaccioso, 
tragico: script» inanelli. Di fronte ad esso, 
coloro che amano, fingono d'ignorare il Ia¬ 
lino. Finché un uomo amerà o si illuderà 
di amare è la medesima cosa — la pa¬ 
rola scritta sovra una caria, gli parrà, sem¬ 
pre, quella che meglio dica, quella che me¬ 
glio esprima, tulio l’impelo e tutta la pio- 


— IX — 

strazionc di un'anima, volta a volta esaltala 
o abbattuta dall'amore ; finché l'amore sarà la 
grande affaire del cuore di una donna, ella 
fisserà i suoi occhi mortali sovra una lettera 
di amore e ne berrà il veleno inebbriante, c 
mai più ne saran guariti il suo sangue c il 
sito cuore.... Scripta mancnt : sono limaste le 
lettere ove è racchiuso tutto l’amore prof un¬ 
ito e la tenerezza infinita di Paolo Itii/fo per 
Diana Sforza: e se Colei che non risposo, 
non Iia mai saputo e non ha mai voluto 
segnare, con la sua bianca mano, una parola 
di amore, sovra una carta, se Ella mai, mai 
rispose, Ella lesse, e intese, e comprese, tut¬ 
to: e sino alta fine queste lettere parlarono 
alla sua sensibilità e circondarono di fiamma 
c di dolcezza il suo cuore, come, adesso, esse 
chieggono, solo al tuo animo, lettore carissi¬ 
mo, il tuo giudicio.... 

E tu, lettore, giudica secondo il cuor tuo e 
secondo la tua Ubera volontà. Quando In avrai 
tulio conosciuto il crudele desiino ili questi 
due, quando tu avrai misuralo lineilo che essi 
sentirono, l'uno nel suo allo e damante do¬ 
lore, l'altra nel suo allo silenzio, hi penserai, 
forse, che essi furono due folli, nella loro 





X 


duplice virtù di fedeltà e di abnegazione, e 
riderai di loro: o, forse, tu avrai per loro 
una immensa invidia e una immensa com- 
passione. E anche questo non importa. Sii 
Ubero, lettor mio, nella Ina condanna, nella 
tua assoluzione, nel tuo perdono. Tu sarai 
sempre giusto. Giacché, in amore, tutti hanno 
torto c tulli hanno ragione: gli imputali, i di¬ 
fensori e i giudici. 

In quanto a me che, con mani pietose, con 
mente pietosa, ho raccolto e disposto questi 
fogli ili amore e ne ho narrata la fine, io, 
adesso con muta e iniziente aspettazione, pen¬ 
so alla folla ignota che trascorrerà queste 
carte: e attendo, fidente. Che cosa mai deve 
venire, a me, di mezzo a questa folla scono¬ 
sciuta. lontana, dì altri paesi, di all re razze:' 
Ecco. Sei sette lustri —- selle! — da che io 
scrivo, ogni volta che un lungo romanzo, che 
un breve romanzo, o un racconto, o una no¬ 
vella. sia stala licenziala, ila me. per le slam¬ 
pe, e il volume, partendo, abbia compiuto il suo 
grande viaggio, intorno id monito, i>i è stato 
per ognuno di questi libri, un maggiore o 
minor successo ili critica e di pubblico, o, for¬ 
se, nessun successo, secondo che io abbia pò- 


XI 


tufo rendere, vivo ed efficace il mio sogno, o 
non aia ricucita a farne una realtà. Ma, seni - 
pre, dopo un mese, dopo sei mesi, dopo un 
anno, io ho finito per ricevere un biglietto, 
per ricevere min lettera, da un qualsiasi paese. 
d'Italia, da un qualsiasi paese dell'estero : pic¬ 
colo borgo oscuro, cittadina di provincia, me¬ 
tropoli tumultuosa. Era una lettera firmata 
con un pseudonimo, o con un solo nome di 
battesimo, o con un cognome ignoto. Questa 
lettera di Casalmonferrato, o di Bucarest , o 
di Diamante, in Calabria, o di Cincinnati, in 
America, diceva, questa lettera: ...Signora, 
quanto ho pianto, di gioia, di dolore, leg¬ 
gendo il vostro libro_ Ebbene, quando que¬ 

sta lettera mi era giunta, presto, lardi, da una 
mano a me sconosciuta, da una persona che 
non avrei vista, mai, la sorte del mio ultimo 
libro era, per me, decisa, compiuta c perfet¬ 
ta. Spariva, per me, il suo successo di pubblico 
e. di stampa: spariva il suo mediocre succes¬ 
so: spariva il suo insuccesso. Qualcuno, qual¬ 
cuna, un uomo, una donna, un'anima, una 
sola, da ine lontana, (tu me diversa, un'anima 
che viveva di un allro sangue, in un'altra pa¬ 
tria, un'anima aveva pianto per me e con 




me, mille povere pagine, bianche impresse in 
neri caratteri, ove io avevo tentato far vivere 
le creature ilei mio sogno: qualcuno aveva 
pianto, come i miei fantasmi avean pianto , 
nei loro s/iasimi supremi, come io slessa ave¬ 
va pianto, nelle notti solinglie ili lavoro, evo¬ 
cando le altrui lacrime. Bastava, a me, que¬ 
sta comunione spirituale, questa comunione 
sentimentale, dovuta solo alla mia emozione 
umile c sincera, nel segnare le mie storie d'a¬ 
more e di dolore, dovuta al misterioso e gl 
possente vincolo delle anime, innanzi alla vita, 
alla verità e alla poesia. E sempre, questa 
lettera mi è bastata, per dire che la mia 
opera non era stata un vano e sterile eser¬ 
cizio di letteratura : ma qualche cosa di sem- 
plice e di schietto, nella sua forza di senti¬ 
mento. 

Così, io aspetto la lettera di quell'anima 
clic sulla ventura d'amore di Diana c di Paolo, 
con me, per me, avrà versato le mute e so¬ 
litarie lacrime della pietà umana _ 

Alta Enf/at/ina, estate 19IH. 

Matilde Sriuo. 



Parte Piuma. 

“Che farò senza Euridice? 


Serao. Ella non rispose. 


1 






Roma, notte di maggio.... 


«Non vi conosco: non mi conoscete. Non 
vi ho vista, mai. E vi vedrò, io. forse, mai? 
Voi, forse, non mi vedrete mai. Eppure la mia 
anima, inattesamente, si è legata, salda, alla 
vostra, in un vincolo tanto più tenace e stretto, 
in quanto che oscuro, fantastico e misterioso: 
e io sento di amarvi, con tutte le mie forze, 
come se il vostro volto di donna — siete voi 
giovane ? bella ? Non lo so : non vi conosco — 
come se questo volto chiuso neU’ombra, mi 
fosse seducentemente noto da mesi e da anni, 
come se il fascino della vostr’anima, da mesi 
e da anni si esercitasse su me e mi tenesse e 
mi avvincesse. Chi è mai, la donna che rice¬ 
verà la mia lettera ? E la riceverà, essa, giam¬ 
mai ? I veli impenetrabili vi covrono, vi strin¬ 
gono, o Creatura del mio amore : e innanzi a 
quest’ostacolo singolare, che io non so supe¬ 
rare, che non supererò, forse, mai, io fremo, 


— 4 - 


per voi, di ammirazione, di emozione, di ado¬ 
razione, per la sola cosa di voi che mi sia noia, 
irresistibilmente nota, invincibilmente nota : la 
vostra voce. Nè il colore dei vostri occhi scin¬ 
tillò, balenò, mai innanzi ai mici occhi : nè la 
espressione fiera e dolce del vostro sguardo, 
venne mai ad esaltare il mio cuore : nè il sor¬ 
riso amabile e disdegnoso delle vostre labbra, 
mi fece languire di speranza o di tristezza : ma 
io ho udita la vostra voce, ed essa vibra in 
me, ed essa palpita in me e i flutti di una emo¬ 
zione salgono dal mio cuore al mio cervello 
e si diffondono, pervadendolo, in tutto il mio 
essere. Voi cantavate, ieri sera, due o tre ore 
fa, o Donna : e io vi ho udita cantare. Con una 
nitidezza lampante, io ho, nella memoria, in 
questa notte di maggio, che è succeduta alla 
mia Grande Sera, lutti i segni mortali che han¬ 
no accompagnato il vostro canto : quel canto 
che ha evocato, dal fondo del mio gelido e 
muto cuore, il mio amore puro e forte, per 
voi. Erano le dieci di sera ; sera già tiepida 
e odorosa di primavera italica, nelle calende 
di maggio : io, immoto, fumando, guardavo e 
non vedevo il mio domestico raccogliere i miei 
abiti, in un grande baule, poiché, l’indomani, 







come di consueto, io dovevo partire, per Pa¬ 
rigi c per Londra : da quei gesti eguali e mo¬ 
notoni del mio servo, arrivava a me la pacata 
contentezza per la mia imminente assenza, per 
la imminente lontananza, sebbene in paesi co¬ 
nosciuti c visitati tante volile : l’assenza, la 
lontananza, costante nostalgia della mia anima 
inquieta ! Con un moto istintivo — qualcuno, 
forse, mi chiamava, nella mia vita interiore ? 
— io mi son levato e sono escilo sulla terraz¬ 
za della mia piccola casa, della nostra piccola 
casa, ove le mani gentili e il gusto gentile di 
mia sorella Lisa, coltivano rose e lilla : ho ap¬ 
pena sogguardato nella larga via Boncompagni, 
ove s’indugiavano, nella sera fragrante, dei 
passanti, ove qualche veste bianca di donna 
si allontanava, lungo le sontuose ville e i gra¬ 
ziosi villini : io ho guardato, invece, a lungo, 
il cielo di primavera che s’incurvava su Ro¬ 
ma, con qualche fioco scintillìo di stelle. A un 
tratto, voi avete cantato. E tutta la vita si è 
arrestata, in me. Non lontano, poco lontano, 
voi cantavate ; nella medesima linea della mia 
terrazza, ma nella grande villa, circondata da 
un folto, da un florido giardino, che segue la 
mia piccola casa e il mio giardinetto ; la voce 


- 6 - 


vostra esciva da un ampio verone aperto, non 
lontano da me, ma a me invisibile, perchè 
nella istessa linea di facciata ; largo verone 
schiuso sui palmizi e sulle odorose aiuole del 
vasto giardino e da cui la vostra voce, nel si¬ 
lenzio della sera, giungea chiarissima. Qual 
voce ! Grave, sonora, penetrante, toccante : tal¬ 
volta elevantesi in una limpidità cristallina, 
talvolta languente, velata e bassa, quasi sfio¬ 
rita, quasi sfinita: una voce un poco triste, 
sebbene giovanile, per momenti, e, dopo, 
molto, molto più triste : una voce che si slan¬ 
ciava, come un grido di liberazione, che si 
smorzava, come in un sussurro di inguaribile 
malinconia : o Donna, tale una voce, evocatri¬ 
ce, invocatrice, che mi basta, qui, confusamen¬ 
te scriverne, per sentirmi struggere di amore. 
Voi cantavate la piu nobile, la più espressi¬ 
va, la più armoniosa aria che io abbia mai 
udita : l’aria in cui più il lamento di un cuore 
trafitto, è sublime nella sua dignità e nella sua 
misura : l’aria di Orfeo che piange, che chiede, 
così austeramente, così dolcemente la sua Eu¬ 
ridice e in cui Gluck ha messo le purissime 
lacrime e l’inconsolata mestizia di chi ha per¬ 
duto il suo unico amore. Che farò , senza Eu- 


— 7 - 


ridice?... Così, ansiosamente, con uno slancio 
frenato dalla dolcezza, chiedeva, nel canto per¬ 
fetto, la vostra voce, no, la vostr’anima do¬ 
lente. Dove andrò senza il mio bene? do¬ 

mandava, con espressione di spasimo represso, 
la vostra voce vibrante del più alto ardore.... 
Allora, o Donna, io non ho saputo più nulla 
di 'me e del mondo: la mia vita si è chiusa 
nella vostra voce, si èchiusa nell’ansietà vostra 
misteriosa, si è chiusa nell’anima vostra pal¬ 
pitante, misteriosa.... La notte si fa alla, come 
è alto il silenzio, a me intorno. O Donna, io 
non vi conosco, non so donde veniate, dove 
andiate : non so se siate libera o prigioniera : 
non so niente di voi, Signora, ma voi mi avete 
vostro, o Signora, o Sconosciuta, vostro, o mia 
Signora, per oggi, per sempre, io, Vostro, io, 
lo Sconosciuto ! » 


— 8 — 


* Roma, quattro maggio.... 

« Da iersera a stasera, una duplice vita si 
agita e tumultua, in me, e fieramente coni- 
. batte, in me che, sino a ieri, trascorrevo dei 
giorni calmi c simigliatiti, in piccole gioie ine¬ 
spresse, in tenui malinconie vanenti : da ven- 
tiquattr’ore io sobbalzo dalle più acute voluttà 
sentimentali alle glaciali aridità della ragione : 
io sento pulsare il mio caldo sangue, nelle mie 
vene — (piando mai, così ? Mai ! — c tumul¬ 
tuare il mio cuore, sotto la mia gola, mentre, 
dopo un istante, i fiotti dell’amarezza mi som¬ 
mergono in un mortale sfinimento. È la gior¬ 
nata di un folle, quella che ho vissuta, da 
iersera a stasera; è quella di un folle innamo¬ 
rato, che freme e spasima per un fantasma.... 
Poiché io non sono certo che voi esistiate, o 
Donna del mio amore ! Ma se colei che, l’altra 
sera, con la sua voce grave, dolce e gemente, 
ha picchiato alle porte del mio cuore, e le ha 
viste schiudersi, ed Essa vi è penetrata, Si¬ 
gnora di me, se questa creatura esiste, come 
io dubito talvolta, giacché la mia ragione, ogni 
tanto, ghigna su me, suggerendomi che io ab- 


bia solo sognato, il gran grido di Orfeo che 
cerca Euridice : se colei che mi ha preso l’a¬ 
nima e i sensi, invincibilmente, nel suo ap¬ 
pello amoroso c triste, nella notte di primave¬ 
ra ha. ieri mattina, non tanto presto, raccolte 
da un’aiuola del suo giardino la mia lettera, 
se Essa, la Sconosciuta, ha letto la mia prima 
lettera, se costei che io amo, costei che io 
amerò sin quando i miei occhi morenti con¬ 
templino il loro ultimo sole, ha udito la mia 
prima parola, bisogna che Ella sappia, an¬ 
cora, tutto, di questa prima giornata di follia, 
di questa prima giornata di amore. Leggete 
ancora, o Donna del mio sogno sentimentale 
•— ho sognato, forse? Forse voi siete un fan¬ 
tasma ! — e sappiate clic cosa sia una pos¬ 
sente realtà amorosa.... 

«.Sapete Voi clic abbia mai fatto, io, icr 
notte, quando ebbi finito di scrivervi, convul¬ 
samente, in preda a un’alta allucinazione, la 
mia prima lettera? La lessi, in un impeto di 
entusiasmo, sentendo esaltare tutta la mia es¬ 
senza mortale, alle mie medesime parole ; la 
rilessi, dopo ; c qualcuno rise, in me, rise di 
me, rise delle mie pazze parole ! Buttata sul 
mio tavolino, innanzi ai miei occhi, la mia lei- 


tera vi giacque, un poco, mentre io lottavo 
contro le beffe della mia ragione : a un tratto, 
io vinsi lo scherno intcriore, presi la lettera, 
uscii dalla casa mia, ove quietamente dormiva 
la mia dolce sorella Lisa, e i miei servi ripo¬ 
savano. Eran le tre della notte. Non un anijna, 
in via Boncompagni ; non un passo ; non un 
rumore. Cautamente, due volte, girai intorno 
al cancello ermetico clic cinge l’ampio giar¬ 
dino dove, tra gli alberi ombrosi e le larghe 
aiuole, si cela, in fondo, la nobile villa dove 
voi cantavate, ieri sera. Scovrii ove il cancello 
si schiude, quando gli equipaggi vi debbano 
entrare ; scorsi ove si prema il campanello, 
per suonare ; arrivai a leggere, sovra un pila¬ 
stro del cancello, sovra una placca lucente, le 
parole : villa Star. Girai, ancora, e nella stretta 
via adiacente, trovai una porta più piccola, 
quella di servizio forse: il nome, ripetuto: 
Star , la stella, la stella ! Niuna ne brillava, in 
cielo ; tutto era serrato, tacito, buio, sulla terra, 
in quell’ora notturna. Per un attimo, esitai: 
ma immediatamente dopo, introdussi una mano 
e un braccio fra due ferri del cancello c lan¬ 
ciai, con forza, dentro la mia lettera. Essa non 
cadde molto lontana: la vidi biancheggiare. 





- 11 


ai piedi di un albero. Puerilmente, mi venne 
una voglia immensa di riprenderla, di riaver¬ 
la : scossi la serratura del cancello come un 
fanciullo, come un ladro.... E fuggii, di corsa, 
per la via, rientrai in casa mia, a traverso il 
suo silenzio e le sue ombre, mi buttai, angu- 
sliatissimo, sul mio letto, soffocando nei guan¬ 
ciali il mio tumulto morale e fisico : non mi 
calmai che assai lentamente, assai più tardi. 
Verso l’alba ho dormito e vi ho sognato, o 
Donna, o Fantasma : e perchè l’enigma soave 
e crudele ancora mi perseguitasse, nel sonno, 
nel sogno, vi ho vista apparire, ora lontanis¬ 
sima, inafferrabile, sparente, ora vicina, quasi 
tangibile, ma col viso rivolto altrove ; ora vi¬ 
cina, ma con un volto di cui, nel mio incubo, 
non giungevo a scorgere i tratti, e me ne do¬ 
levo, e gemevo, nel sonno.... 

«Alla prima ora mattinale, io era sulla mia 
terrazza, allo spigolo estremo, verso villa Star 
— qual nome scintillante, la stella ! — e spor¬ 
gendomi molto, ho visto, sotto l’albero, ancor 
biancheggiare la mia lettera. Ninno l’aveva 
presa, a quell’ora, naturalmente ; ma un’im¬ 
mensa delusione mi colpì, nel cuore istesso, 
come un colpo inimico : pensai che quella let- 


— 12 


tara sarebbe restala colà, a marcire, sotto la 
rugiada, a ingiallirsi, sotto il sole, a disfarsi, 
nella terra umida, o che, forse, il rastrello di 
un grossolano giardiniere l'avrebbe portala via, 
spazzandola fra le foglie cadute. Richiusi ru¬ 
demente i vetri della mia terrazza, sdegnato 
contro il mio destino, sdegnato contro il mio 
sogno e contro me stesso, e volli tutto ob- 
bliare. e volli ripigliar, subito, il mio consueto- 
progetto di partenza, e andai a svegliare viva¬ 
mente la mia cara Lisa, c detti degli ordini 
minuziosi, rapidi, precisi, al mio servo, per 
questa partenza. Monotonamente, frenando, 
con un tenace sforzo di volontà, tutto quanto 
vi era di desolato c di ardente, in me, per il 
mio sogno disperso, per il mio sogno distrutto, 
io compii una serie di atti ragionevoli, usuali, 
quelli di qualsiasi altro uomo pacifico, che 
parte tranquillamente per Parigi e per Lon¬ 
dra, clic ricerca delle carte, ne lacera e ne 
conserva, che scrive dei bigliettini di congedo, 
che parla al telefono, con l’ufficio dei 1 Vagons 
lits, che fa dei telegrammi e che decide, in¬ 
fine, di andar a colezionc da una sua antica 
e buona amica, come fa ogni anno, prima di 
partire, per un senso di gentile gratitudine, a 


un amore spento, tanto tempo prima.... E, a 
un tratto, poiché l’ora volgeva quasi al me¬ 
riggio, distrattamente, di nuovo, escii sulla 
mia terrazza fiorita, distrattamente, i mici oc¬ 
chi fissarono il giardino di villa Star. La mia 
lettera non era più sotto il grande albero. 
Qualcuno l’aveva raccolta e portata via ; qual¬ 
cuno, in una passeggiata mattinale ; qualcu¬ 
no.... Voi, Voi, Donna mia, mia Signora, voi, 
solo voi, ne sono stato certo, fulmineamente, 
certo come della mia morte ! È nelle vostre 
mani, la mia lettera : sono sotto i vostri occhi, 
le mie profonde e schiette parole ; è nella vo- 
str’anima, la voce vibrante del mio altissimo 
amore, o Creatura cara, infinitamente cara, 
come è nella mia anima, vibrante, la voce 
vostra che chiede dolorosamente, teneramen¬ 
te, di Euridice, del suo bene.... 


« Dove siete voi, a quest’ora di notte, in 
quest’ora della vostra rivelazione inaspettata, o 
Anima? Io spasimo, in questa sera di maggio, 
bella come l’altra, anelando di udirvi ; io sono 
in ascolto, da tre ore ; come un ebbro, come 
un folle, io v’invoco, da tre ore, e voi non mi 
rispondete, e mi vien da piangere, e mi vien 



— 14 


da gridare. Voi non rispondete al mio appello 
angoscioso ; la vostra divina voce di donna, 
non si fa udire, animando la sera di prima¬ 
vera : villa Star ha i suoi veroni aperti e il¬ 
luminati, ma è muta, e pare deserta, e la sua 
luce, in tanto silenzio, mi fa paura. Dove sie¬ 
te. o Anima ? E vi siete mai stata, in codesta 
villa e vi avete mai cantalo ? Io ho molto cer¬ 
cato e molto saputo, in questo pomeriggio ; io 
so che. villa Star appartiene a una vecchia, 
molto vecchia dama inglese, che l’ha compe¬ 
rata e abita da tre anni ; lady Roselyne Mel¬ 
ville ha settantacinque anni ; è vedova, da 
venti anni, del diplomatico, dell’ ambasciatore 
Melville, che fu, a Roma, accreditalo per vari 
anni ; i suoi figli, le sue figlie, sono persone 
mature che vivono in Inghilterra, in India, 
nel Belgio ; essa non ha nepoti, che si sappia 
e che sien mai venuti in Roma. Vive con una 
dama di compagnia, cinquantenne ; ella ri¬ 
ceve, per lo più, nelle tarde ore pomeridiane, 
le sue antiche amiche della società romana ; 
non riceve mai di sera.... Dove siete, dove 
siete, Cuor mio ? Perchè non mi rispondete ? 
Perche non cantate? Perchè mi lasciate di¬ 
sperare, solo, in questa seconda notte dcll’a- 



mor mio, solo, senza voi, senza la vostra voce 
sublime ? Debbo io, dunque, morire senz’avervi 
mai vista, senza avervi neppure più udita f 
Io muoio, senza voi.... 

«....mi lasceretc voi morire? Colui che vi 
ha amato, senza conoscervi, senza vedervi, che 
vi ama di un amore intenso, di un amore che 
mai, certo, avrete incontrato su questa terra, 
di un amore clic non incontrerete mai più, 
nel vostro viaggio mortale, questo sconosciuto 
che gitta, innanzi alla vostra immagine, tutto 
sè stesso, tutta la sua esistenza, deve, dunque, 
perire, miseramente, così ? 0 Sconosciuta, in 
nome di quel Dio che voi, forse, venerate e 
a cui io mi rivolgo, in questa notte d’inutile, 
di sterile, di opprimente attesa, in questa not¬ 
te di lunga straziante delusione, in nome di 
quanto avete di più caro, nella vostr’ anima,, 
o Sconosciuta, apparite, apparitemi, domani, 
dopo aver udito questo grido di ambascia ! 
Domani, per pietà, per compassione, per uma¬ 
nità, perchè un uomo giovine, forte, nella 
pienezza delle sue energie c nel maggior im¬ 
peto del suo amore, non muoia per voi. Per il 
vostro Dio che è, forse, il mio, se voi non 
siete un’ombra fuggente, se voi non siete una 


— 16 


creatura della mia fantasia, se siete un essere 
reale, se siete una dònna, se avete un’anima 
di bontà, se avete un cuore di tenerezza, se 
avete raccolto la mia prima lettera c sapete di 
me e del mio delirio, se, al medesimo posto, 
domattina, voi raccoglierete questa seconda, 
in nome di Dio, in nome della pietà umana, 
in nome dell’Eterno Nostro Giudice, appari¬ 
te, apparite allo Sconosciuto, perchè egli non 
muoia senz’avervi veduta I » 



17 — 


«Roma, cinque maggio.... 

«Diana, era molto tempo che la mia indif¬ 
ferenza non mi faceva metter picele in una 
chiesa. Ma il miracolo nuovissimo, inaudito 
che, stamane, ha salvato la mia vita mortale, 
che ha dato una forma reale al più assurdo fra 
i sogni, che ha esaltato il più puro e il più 
impetuoso fra gli amori, meritava che tutto, in 
me, si prosternasse innanzi a un Dio clemente. 
Sapete voi, Diana, dove sono andato, con ani¬ 
mo pio. a ringraziare Colui che vi ha mandata 
sulla terra, che vi ha fatta apparire, a me, 
nell’aspetto idealmente vero, stamane, che mi 
ha permesso di bearmi nella vostra visione, 
come nessun altr’uomo si è beato, mai nella 
contemplazione del vostro volto, o mia stella 
mattutina, Diana, Diana? Io sono entralo in 
un’assai piccola chiesa, non molto lungi di qui, 
in santa Maria della Vittoria, che è di casa 
Colonna c che rammenta la battaglia di Le¬ 
panto e l’eroismo del loro antenato Marcan¬ 
tonio, in quel dì di cruento trionfo contro i 
turchi. Era mezzodì ; la piccola chiesa era 
quasi vuota ; qualche vecchia dalle vesti nere 
di di vola, mormorava orazioni ; il marmoreo 


Serao. Ella non risposr. 



— 18 — 


biancore della santa Teresa del Bernini che 
smarrisce, quasi, la vita, sotto lo strale del- 
l’amor divino, era toccato, appena, da una 
striscia di sole, lo mi sono inginocchiato, come 
nei giorni più innocenti della mia infanzia e 
come in quei giorni, il mio cuore era candido 
e mondo, perchè era pieno di voi : ho chinato 
il mio viso sulle mie mani, come quando una 
mistica commozione penetra in noi e bisogna 
velar gli occhi e guardare solo in sè stessi : ho 
concentrato tutte le mie forze spirituali, in un 
solo slancio di gratitudine, in una sola frase 
pronunciata, ripetuta, fra me, a Dio che scru¬ 
ta i cuori e i sensi : Ella esiste, io l’ho vista, 
io posso vivere, io posso amarla, io l’amo.... 
Vagamente, lentamente, mentre mi levavo, 
mentre mi segnavo con l’antico gesto infantile, 
mentre salutavo l’altare, prima di uscire, io 
mormoravo, ancora, in me, come il cristiano 
seguita a mormorare le sue preghiere, la frase 
in cui è assorto da stamane, tutto il mio es¬ 
sere : Ella esiste.... posso amarla.... io l'amo.... 
Un ultimo sguardo sul volto bianco, trasfigu¬ 
rato, morente in una gioia spirituale incom¬ 
parabile di santa Teresa. Ella è estatica, la 
grande spaglinola dall’animo che era un foco- 



lare di amore: così son io,estatico.Altri, mes¬ 
so a contatto di una felicità suprema, trema, 
grida, piange di contento ; altri s’inebria di 
una letizia che non conosce freno. Io dal mi¬ 
nuto che non obblierò mai, in cui vi ho vi¬ 
sta, per la prima volta, sono stalo invaso da 
un senso completo di beatitudine, da un’estasi 
perfetta. La mia incertezza crudele, la fiamma 
che mi bruciava, l’angoscia dell’attesa, l’or¬ 
rendo sospetto che tutto questo fosse un de¬ 
lirio della mia mente, avean talmente esa¬ 
sperato la mia anima e i miei nervi, che la 
desiderata, invocata e pure inaspettata felicità 
di scorgervi, nella vostra figura mortale, nella 
vostra beltà toccante, nel fluido avvincente 
della vostra malinconia, ha avuto, in me, una 
reazione profonda e soavissima ed è una estasi 
singolare quella che fa trascorrere flutti di 
dolcezza nelle mie vene e io vivo in questa 
estasi, come fuori del mondo.... 

«Voi siete bella e siete triste. Diana. Quello 
che la vostra voce mi aveva detto, l’altra sera, 
in espressioni di calmo e lungo e inconsolato 
dolore, con le parole del poeta greco ramingo, 
chiedente a tutti i Numi la sua Euridice, con 
le armonie austere e amorose di Gluck, quello 



— 20 — 


mi han ripetuto i vostri occhi oscuri, grandi, 
pensosi, su cui, ogni tanto, così altieranicnte 
abbassate le palpebre, quasi a nascondere alla 
folla il vostro sguardo e il vostro pensiero ; 
quello mi ha detto la vostra bocca giovine, 
florida, e che non rammenta più di aver sor¬ 
riso. un tempo.... Per così pochi momenti io 
ho potuto fissare, di lontano, ma non tanto 
lontano, questi vostri occhi così nobilmente 
tristi, quella bocca bella che non volete schiu¬ 
dere. più, al riso ! Mi son innanzi, questi 
momenti di tanto bene, c forse valgono un 
secolo di contemplazione.... Tutta la mia mat¬ 
tinata era trascorsa in un continuo salire e 
discendere, dalla mia casa, nella via, con lu¬ 
tili pretesti, che davo a me stesso o con nes¬ 
sun pretesto ; e ogni mia fuga precipitosa, ogni 
mio lento passeggio, aumentava la mia sorda 
impazienza, accresceva il rombo della mia in¬ 
quietudine intcriore. La mia seconda lettera, 
puerilmente lanciata, nella notte, fra i ferri 
del cancello di villa Sfar, alla mattina, era 
stata presa, portata via ; e la mia incrollabile 
convinzione, la mia grande illusione era che 
Voi, Voi, l’aveste raccolta e letta! E voi tar¬ 
davate ad apparire e lo scoramento mi vinceva 




— 21 — 


sempre più e ricominciavo a non credere più 
alla vostra esistenza, e mi ritenevo uno scioc¬ 
co, un pazzo_ Quando, a un tratto, dal mez¬ 

zo della via, io ho visto schiudersi il can¬ 
cello di villa Star, aprendosene largamente i 
due battenti: un sontuoso equipaggio accostar- 
visi dalla piccola via adiacente : scendendo 
gli scalini del vestibolo, una vecchia signora, 
dai capelli bianchi c lucidi, come l’argento, 
diritta nelle sue vesti chiare, lady Roselyne 
Melville ha traversato il giardino: un uomo, 
alto, magro, adusto, dal volto scarno e raso 
completamente, un uomo già avanti negli an¬ 
ni, l’accompagnava ; poi venivate voi, alta, 
snella, in una veste di un grigio delicato, con 
un cappello nero, che gittava un ombra sui 
vostri capelli biondo castani, ondulati dalle 
tempie alla nuca; nelle vostre mani guantate 
di bianco, voi stringevate un lascio di lilla 
bianchi. 11 signore ha aiutato lady Melville a 
salire in vettura, con gesti rispettosi ; ha an¬ 
che aiutato voi, senza dir verbo : infine, è sa¬ 
lito anche lui e la vettura è partita. l’ermo, 
inchiodato, in mezzo a via Boncompagni, io 
ho vissuto uno ilei più colmi momenti della 
mia vita. Tutto ho scorto e inteso e compreso : 


- 22 - 


la vostra gioventù, la vostra beltà, la vostra 
tristezza, la grazia composta e un poco orgo¬ 
gliosa, la sobria armonia delle vostre vesti e 
dei pochi vostri adornamenti : e il sorriso be¬ 
nigno, quasi materno di lady Melville, mentre 
si volgeva a parlarvi e Tatto affettuoso, com¬ 
piacente, con cui l’ascoltavate : e lo sguardo 
freddo e duro del gentiluomo che vi mirava, 
sanza parlarvi. Lady Melville non è vostra 
madre, ma vi ama : quclTuomo è, forse, vostro 
padre, ma vi guarda così rudemente ! Sobbal¬ 
zò, in me, mi sconvolse, il vano desiderio di se¬ 
guire la vostra vettura : ero a piedi, come un 
povero, come un mendicante. Ma vi ho aspet¬ 
tata, Diana, due ore, due ore, nella via, non 
osando allontanarmi, andando e venendo cen¬ 
to volte, trasalendo a ogni rumor di ruote, ora 
fermo all’angolo delT/id/ef Excelsior, fremendo, 
per tutti i miei sensi, che non mi sfuggisse il 
vostro ritorno. Non mi è sfuggito. Quando la 
vostra vettura è tornata, io era presso villa 
Star: voi mi avete visto, notalo, allora. Prima, 
no : allora, sì, sì ! Mentre, in piedi, attendevate 
che lady Roselyne scendesse lentamente di 
vettura, i vostri occhi si sono posati sui miei. 
Mi è parso, mentre io soffocava di emozione, 





- 23 — 


che più si addensasse di un pensiero triste, il 
vostro sguardo : mi è parso che ancora più le 
linee della vostra bocca stupenda si serrasse¬ 
ro, sul vostro segreto sentimentale. Avete sol¬ 
levato al vostro viso i lilla bianchi e li avete 
odorati, a lungo.... Diana, sono un presun¬ 
tuoso, sono un fatuo, sono un fanciullo che 
spera e crede, sono un uomo che sogna : rna 
ho creduto che quel gentile gesto fosse a me 
diretto, che volesse dirmi qualche cosa, non 
so che, non so bene, qualche cosa di oscuro, 
ma detto tacitamente da voi a me, detto, in 
quell’atto vago e pure espressivo, da chi ha 
letto le mie due lettere, dalla Sconosciuta allo 
Sconosciuto, da colei di cui già conosco l’ado¬ 
rabile nome, Diana, nome stellante.... Avete 
odoralo i fiori e mi è parso veder trascolorare 
il vostro fine volto, come se mi diceste, così, 
in quel mutamento, in quella emozione, una 
cosa molto bella, molto triste, mollo miste¬ 
riosa, e vero, è vero, Diana? Così siete spa¬ 
rita. Ma nella forma spirituale, nella vostra 
forma fascinante di realtà, voi siete, oramai, 
tutta nel mio cuore, tutta nella mia anima 
e io sono come il tempio vostro, Diana, e mi 
sento sacro per una divina presenza. 

« Paolo ». 


• Sei maggio.... 


«....alla vostra cintura alta c molle rii seta 
bianca, sul vostro vestito bianco che era, mi 
è parso, di lana leggera, voi- portavate, un’ora 
fa,' o Diana, quando i miei occhi si sono beati 
della vostra visione, Diana, cuor del mio cuo¬ 
re, voi portavate, sul lato sinistro, tre stu¬ 
pende rose bianche. Perchè i fiori clic vi 
adornano, Anima cara, sono sempre bianchi ? 
Il vostro viso, un’ora fa, era bianco come 
la vostra veste : o, meglio, era bianco come 
le vostre rose fresche, candido c magnifico 
come esse erano, malgrado clic questo volto 
divino non avesse neanche una goccia di san¬ 
gue. Non ho mai veduto un viso più avvin¬ 
cente, nella sua bianchezza nivale ! Sovra esso, 
i vostri occhi erano come due larghe viole 
vellutate, oscurissime: c la bocca vi si deli¬ 
ncava così nettamente, nel suo disegno por¬ 
porino giovanile, clic ancora mi abbaglia e mi 
fa struggere.... Mi avete voi ritrovato, col vo¬ 
stro sguardo, un’ora fa, avete avuto voi il ra¬ 
pidissimo tempo di scorgere lo sconosciuto vo¬ 
stro innamorato, colui che sempre vi aspetta. 


clic sempre ha il compenso della sua umiltà 
e della sua pazienza, perchè voi gli comparite, 
a un tratto, innanzi, come chiamata, dal suo 
muto, possente desiderio sentimentale, gli com¬ 
parite, d’improvjviso, come un essere fantasti¬ 
co, e pure come la, più seducente fra le donne ? 
Chi sa, chi sa, chi sa, se mi avete scorto ! 
Non so nulla, io, misero ! Ero sul marciapie¬ 
de dirimpetto a villa Melville, mentre voi, 
escita tutta sola dal vestibolo nel giardino, 
vi siete fermata, fugacemente, a salutare, a 
parlare, con la signora che vi aspettava, in 
automobile, fuori il giardino : una signora che 
non conosco, come non conosco lady Mel¬ 
ville, come non conosco, ahimè, nessuno, nes¬ 
suno clic vi conosca ! Mi è sembralo.... ho 
sognalo, forse.... forse, mi sono illuso, che i 
vostri occhi di viola bruna si posassero su 
me, un attimo : ma posso io credere, alla mia 
illusione, al mio sogno? Con voi, con la da¬ 
ma, Faulomobilc è partita velocemente e ap¬ 
pena se ho potuto notare il suo numero, per 
mia fortuna. Più tardi ho cercato, in un elen¬ 
co, il nome della proprietaria : è la marchesa 
Sergianni, di Perugia. Mia sorella Lisa, la cara 
sorella mia, che ha passato una o due stagioni 





a Perugia, a una vaga richiesta mia, mi ha 
risposto, che conosce, uh poco, la marchesa 
Sergianni : ma che, a Roma, l’ha vista ra¬ 
ramente. Io, forse, potrò sapere qualche cosa 
di più preciso, su voi, fra qualche giorno.... 
forse.... se Lisa vorrà cercare la marchesa.... 
se io potrò indurla a tanto, senza confessarle 
il mio interesse.... Oh Diana, tutto quanto vi 
attornia, mi è ignoto ; ogni passo che io tento 
di fare, verso voi, mi è inibito da questa mia 
ignoranza ; ogni mezzo che io vorrei tentare 
per avvicinarmi, un poco, solo un poco, se non 
alla vostra amata persona, alla vostr’anima, 
al vostro cuore, mi pare periglioso e inetto ; 
e voi dovreste sapere quello che mi è costato 
di tempo, di furberia, di indagini minuziose e 
caute, solo la conoscenza del vostro nome, 
Diana Sforza, la vostra qualità di ospite, in 
casa Melville. Posso, così, dirigervi una lettera, 
mettendola alla posta, inviandola per un mio 
servo, senza buttarla in giardino, come le due 
prime. Tutto è così incerto, fra me e Voi, 
tutto è così deludente ! Le due prime lettere, 
gittate, così, come quelle di uno sludenlello a 
una sartina, le avete mai avute, le avete mai 
lette, sapete perchè vi amo ? Sono esse nelle 




— 27 


vostre mani, è il segreto mio amoroso, solo da 
voi appreso e custodito ? Sapete voi come s’i¬ 
niziò e come crebbe questa follia, che mi riem¬ 
pie di gioia spasimante ? Chi, chi mi accerterà 
di questo ? Chi mi assecurerà clic voi sapete 
chi sia il giovane uomo, dall’aria assorta e pure 
inquieta, che voi incontrate sempre nella via, 
quando escite e quando rientrate in casa : che 
voi sapete che è lui, che è colui che vi ha 
amato, in una sera di maggia, in Roma, per¬ 
chè così appassionatamente cantavate, nel si¬ 
lenzio, che vi ama e vi amerà sempre ? Forse 
voi non avete nè raccolto nè letto le mie 
prime due lettere ; forse voi mi guardate co¬ 
me il più indifferente fra i passanti, perchè 
nulla voi conoscete di me : e tutto è un vano 
delirio della mia immaginazione. 

« Diana, io sono un uomo e mi angustio e 
patisco profondamente, per amor vostro. Non 
posso continuare così, senza giungere alla di¬ 
sperazione. Io debbo sapere se, almeno, la mia 
parola, dal primo mio grido di misterioso en¬ 
tusiasmo, per la toccante voce muliebre che mi 
ha fatto balzare dalla mia indifferenza, sia 
giunta sino a voi: se tutte le altre mie lettere, 
vi sieno arrivate fra le mani. Non chiedo al- 


— 28 - 


Irò. Clio altro posso io mai domandare, a voi, 
stella mattutina, porta del Ciclo, da voi che 
non mi conoscete, per cui io sono l’estraneo, 
il viandante, colui di cui non si sa nè il no¬ 
me, nè la patria, clic incontralo da voi un mo¬ 
mento, fuori della folla, è. subito dopo, tra¬ 
volto dalla folla. Io non posso nulla chiedere 
e nulla volere da Diana Sforza, a cui il nome 
di Paolo ltuffo è ignoto, a cui è ignota la per¬ 
sona di Paolo Rullo. Posso, solo, domandare 
ranonima pietà verso l’anonimo passante che 
soffre. Diana, anche voi avete dolorato c avete 
pianto in segreto, lo dicono i vostri grandi 
occhi, net cui fondo bruno resta una tri¬ 
stezza antica : la vostra bocca fiorente non sor¬ 
ride mai, o rarissimamente, perchè qualche 
cosa di crudele spense, in voi, la volontà di 
sorridere ; il vostro cuore ha sentilo le tra¬ 
fitture di cui mai non si guarisce, intiera¬ 
mente. Per tutto questo, Diana, uditemi bene. 
Un’ora dopo che questa lettera, al vostro no¬ 
me. e cognome, sia stata portata, a villa Star, 
da un mio domestico e sia stata consegnata a 
voi, ospite cara ma libera delle sue azioni, in 
casa Melville, io vi farò portare un grande 
fascio di rose rosse, da un fioraio con una 


— 29 - 


mia carta da visita, Ove avrò scritto, solamen¬ 
te : hommages. Sono i candidi fiori, quelli che 
voi solamente e unicamente amate, è vero ? 
O, forse, questi fiori sono scelti così, a caso, 
da chi ve li offre '? Io non so. Ma io voglio 
mandarvi delle vive rose rosse. «Ielle rose ros¬ 
se quasi cupe, e fragranti come tulle le altre 
rose, prese insieme: esse saranno il simbolo 
della fiamma che mi vivifica c mi consuma, 
per voi : esse imbalsameranno la vostra stanza 
e la vostra persona, come io vorrei velare, fra 
i mistici profumi dell’incenso, voi c il vostro 
nido. Quando abbiale avuto questi fiori, Dia¬ 
na, io vi prego, io vi supplico, io vi scongiuro, 
in ginocchio, portate, domani, quando io pos¬ 
sa vedervi, una di queste rose alla vostra cin¬ 
tura : io intenderò che sono giunte, sino a 
voi, tutte le mie lettere. Niente altro ! Niente 
altro ! Non temete di questo vostro gesto, che 
sarà solo quello della umana pietà : esso non 
mi dirà che voi mi amate, non mi prometterà 
che voi mi amerete, non mi darà la prova 
della vostra compiacenza per tanta mia ado¬ 
razione, non me la prometterà, questa super¬ 
ficiale compiacenza, neanche, per l’avvenire. 
Diana, Diana, un uomo onesto, retto, buono, 




— 30 - 


io, io, clic vi scrivo, qdest’uomo soffre mille 
tormenti per la sua mortale incertezza : se voi 
avete un cuore aperto alla compassione di don¬ 
na, di cristiana : se voi sentite il vincolo sen¬ 
timentale fra tutti quelli che soffrono : se, ram¬ 
mentando le vostre ore nascoste di patimento, 
voi volete clic altri, per voi, sia consolato : per 
tutto questo, Diana, vogliale lenire le sofferen¬ 
ze mie, dare qualche ora di riposo al mio spi¬ 
rito tumultuante ! Una rosa rossa, domani, 
sulla vostra diletta persona mi dirà, stretta- 
mente, un solo monosillabo ; mi dirà che tutte 
le mie lettere vi sono giunte. NuH’altro ! Ma 

10 saprò anche un’altra cosa bella : cioè che 

11 cuore di Diana Sforza sente la pietà, che 
la sua anima splende di bontà e che, colui 
che pensa e sogna e scrive di lei, che colui 
che Tania supremamente, può adorarla anche 
per queste altre sue virtù. 


Paolo ». 





- 31 - 


* Sette maggio.... 

— «Non siete escila, stamane, dal cancello- 
di villa Star: pure vi lio veduta, non un poco, 
ma lungamente. Eran le dicci di mattina : voi 
siete discesa a passeggiare, in giardino. Non 
eravate sola. Vi accompagnava quel gentiluo¬ 
mo — sono cerio, oramai, che non è vostro 
padre : egli è inglese, si vede : voi siete ita¬ 
liana — che era con voi c con lady Melville, 
nel primissimo giorno in cui mi siete apparsa. 
Stamane, eravate vestita di un azzurro palli¬ 
dissimo, come è il cielo di autunno, dopo una 
lunga pioggia ; un aereo cappello bianco, di 
velo, mi pare, era posato sulla vostra capi¬ 
gliatura ondante, Inondo castana, che molle¬ 
mente segue le lince della testa c va a racco¬ 
gliersi in un grosso nodo lucente, sulla nuca. 
Passeggiavate, voi c il signore inglese —• un 
vecchio, infine, malgrado la robustezza della 
sua magra persona — lentamente, a passi 
eguali : malgrado che voi siate alta c slanciata, 
l’uomo, più alto di voi, curvava un po’ la testa, 
verso voi, guardandovi. Voi non lo guardavate, 
mai : guardavate innanzi a voi, o, talvolta, fis- 


savatc uno sguardo distratto, come mi sembrò, 
sovra un albero, sovra una pianta. Ogni tanto 
— e io spiavo tutto questo dallo spigolo della 
mia terrazza, che allaccia sul fianco del giar¬ 
dino Melville — il signore inglese e vecchio, 
vi diceva una parola, senza sorridere, «piasi 
senza muover labbro, quasi senza attendere 
risposta : nè voi avete risposto, mai. Una sola 
volto, avete fatto un cenno di adesione, con 
la testa. Insieme, avete passeggiato, in giardi¬ 
no, avanti e indietro, sempre nelle medesime 
attitudini : poi, voi, avete risalilo gli scalini 
del vestibolo a colonne, che è davanti a villa 
Melville. Là, vi siete fermata un poco, come 
pensando, e avete levato gli ocelli, dalla mia 
parte. Credo, credo che, allora, vi siate accorta 
di chi vi seguiva, «li chi vi spiava, tpiasi, dal¬ 
l’angolo della sua terrazza, fra i pendali gora¬ 
mi rosa di sua sorella Lisa. Credo.... Non so. 

«Diana, sono certo che le mie rose rosse vi 
sono state consegnale, ieri, con la mia carta 
da visita. Ma, stamane, voi avevate fra le 
mani un fascetto ili mughetti bianchi, sorgenti 
fra le loro verdi foglie chiare: c ne aspiravate 
il profumo ogni tanto. 12 io sono il più sven¬ 
turato fra gli uomini. 


Paolo ». 


— 38 - 


« Lo stesso giorno. 

«Diana, Diana, clic è accaduto, ieri, oggi, 
di ridicolo, di deludente, di alTliggentc c d’ir¬ 
reparabile ? Un’ora fa ho ricevuto, qui, a casa 
mia, villa Ruffo, una carta da visita di lady 
Roselyne Melville, a me precisamente diretta. 
Diceva, in francese, sulla carta da visita: Mer¬ 
ci, poni- les bclles ficurs. Null’altro. Le mìe 
infelici rose rosse non vi sono dunque arri¬ 
vate : l’errore stupido, odioso, di un fioraio, di 
un servo di casa Melville, le ha date alla vec¬ 
chia dama inglese. C.hc avrà pensato, lady Ro¬ 
selyne ? Niente, forse. Tranquillamente, cor¬ 
rettamente ella ha ringraziato il gentiluomo 
italiano, suo vicino — ella deve saper, di me 
— di questo atto di omaggio mondano, senza 
chiedergli spiegazione. Queste grandi dame in¬ 
glesi, sono così avvezze agli atti di rispetto, ai 
gesti di cortesia, malgrado la loro grave età, 
clic essa non si deve esser punto sorpresa : 
e non ha chiesto nulla al donatore. O poveri 
miei fiori fragranti, o povere mie rose rosse, 
che dovevan dirvi il mio ardore e la mia sof- 


Skkao. Ella non rispose. 


ferenza, che chicdeano una mite risposta con- 
fortatrice, poveri fiori parlanti e. ora. chi sa 
dove messi, in un salone banale, da un ca¬ 
meriere ! Tutto ipiesto è grottesco, è umilian¬ 
te, ò esasperante c io mi sento così smarri¬ 
to.... così perduto.... 


Paolo . 



— 


— 35 — 


« Nove maggio.... 

« Non vivo più. da due giorni clic non vi 
vedo cscirc da casa, neppure per una pas¬ 
seggiala in giardino ; non vivo più, per questi 
due lunghi, eterni giorni, in cui siele scom¬ 
parsa, Diana ! Tutto è buio c freddo, a me 
d’intorno, poiché la mia stella mattutina non 
brilla più nel mio cielo d’amore, o Diana ! 
Tutta la mia infrenabile ansietà si rivela nei 
miei occhi, nelle mie parole, nei miei gesti : 
e non si stancano i miei occhi di guardare, 
di fissare, di spiare villa Star e ogni mio detto 
tende a indagare, a scovrire le ragioni della 
vostra sparizione e ogni mio gesto è l'alto per 
sapere.... per saliere.... Come narrarvi la via 
della Croce che io ho percorsa, che ho rifatta, 
due o tre volte, in queste quarantott’orc atro¬ 
ci, aggirandomi intorno alla casa che voi abi¬ 
tate e dove cento volte ho pensato che voi non 
siate più, e qualche volta, anche, ho pensalo 
che non vi siate stata mai ; mi sono aggirato 
cautamente, come un ladro che preparasse un 
suo piano delittuoso, stringendo sempre più i 
cerchi della sua volontà criminale, intorno al 



posto ove sia racchiuso un prezioso tesoro.... 
Oh la gente del vicinato, di tutta questa regione 
di via Boiicoinpagni, già ini segue con un oc¬ 
chio Ira sorpreso e beffardo, quelli clic mi co¬ 
noscono, da anni, e con uno sguardo di so¬ 
spetto, i nuovi vicini ! Io non vivo più : e 
compio una serie di atti automatici, i comuni 
della vita, in uno stato di profonda distrazio¬ 
ne : e faccio una serie di atti disordinati e 
confusi, fra lo stupore rispettoso del mio do¬ 
mestico Vincenzo e la meraviglia un po’ ma¬ 
linconica di mia sorella Lisa ; ora io sono 
muto e assorto, ora scosso da urti nervosi, 
giungendo, persino, a inaspettati scatti di col¬ 
lera, e infine, ni immergo, sono vinto da uno 
sfinimento mortale. Non vivo più, sono fuori 
della vita, e intanto la vita mi stringe c mi 
tortura: non vivo più, perchè non vi vedo più, 
perchè io, come un pazzo, ho messo tutta la 
mia esistenza mortale nelle vostre mani clic, 
sempre, la lasciano sfuggire, perchè voi non 
mi amale, perchè voi non mi conoscete, per¬ 
chè non sapete chi io sia, perché mi siete 
lontana pochi passi e pure così distante, così 
immensamente lontana, come se viveste in un 
altro pianeta. Un dubbio tremendo mi tra- 


figge : ed è clic io.- col mio folle amore, con le 
mie audaci lettere, con i mici audaci fiori, con 
questo mio assedio incessante, intorno a villa 
Melville, di cui tanti si sono accorti, di cui, 
forse, già tutti sanno, intorno a voi, vi abbia 
indotta a fuggire. Diana, chi sa dove son fi¬ 
nite le lettere clic vi ho buttate in giardino, 
chi sa mai dove son capitate quelle indiriz¬ 
zate al vostro nome, quando io l’ho conosciu¬ 
to : chi sa mai chi le ha raccolte, chi le ha 
ricevute, chi le ha aperte, chi le ha lette, e 
ha riso di me e si è indignato contro me : chi 
sa mai, accanto a voi, dietro a voi, quali occhi 
estranei, severi, sprezzanti le hanno lette : Dia¬ 
na, quelle rose rosse, quei fiori di amore ar¬ 
dente, chi sa, tutti, costà, tutti, non so chi e 
lutti quanti, si saranno accorti, non è vero, 
che eran destinati a voi e non offerti a lady 
Melville : erano i fiori di uno sconosciuto : di 
un insolente, che osa scriver d’amore a una 
fanciulla che non conosce, che ha osato in¬ 
sistere, con le sue lettere, cinque o sei volte, 
in pochi giorni, che ha avuto l’imprudenza, 
l’impudenza «rinviarle dei fiori e ha sperato, 
questo pazzo, che la fanciulla se ne ador¬ 
nasse. come per un compiacente segno di ri- 



- 38 - 


sposta.... Chi, chi vi ha fatta scomparire, per 
sottrarvi a me, chi, un parente, un’amica, un 
innamorato geloso, chi. o .semplicemente lodi; 
Melville, o semplicemente qucH’uomo, quel si¬ 
gnore con cui vi ho vista due volte, dalle 
tempie brizzolate e dallo sguardo così duro, 
che non è vostro padre, ma che, per la sua 
età, sulle soglie della vecchiaia, come è, v’im¬ 
pone rispetto e soggezione ? Diana, chi vi ha 
tolta a me ? O, forse, assai più spasimante, 
per me, è il sospetto clic voi, voi sola, an¬ 
noiala, offesa ila me, voi sola, per vostra sem¬ 
plice e libera e unica volontà, solo per pu¬ 
nirmi di tanta mia follìa, vi siate sottratta alla 
mia adorazione ? Ah sì, si, deve esser così, 
me misero, che vi ho ferita nella vostra virtù 
e nella vostra riservatezza, col mio amore im¬ 
provviso, fantastico, assurdo, con le mie lettere 
confuse, convulse, ingenue c sfrontate, puerili 
e troppo appassionate, con le mie inaudite 
pretese di esser visto, d’esser considerato, d’es- 
ser compatito, con i miei infelici fiori che 
vi chiedevano, nientemeno, di rispondermi, 
questo domandavano, a voi, Diana Sforza, così 
lontana, così alla, per un umile viandante, per 
un uomo qualsiasi perduto nella folla ! Non vi 



- 33 — 


sono nulla, Diana, e volevo grandi cose, da 
voi. così, solo perchè vi amo, con questo ma¬ 
gnifico e ridicolo pretesto, volevo tutto, da 
voi. infliggendovi questo mio sentimento cosi 
violento, accerchiandovi con lutti i mezzi che 
avevo disponibili, chiedendo persino, persino, 
pensate mai, clic voi mi rispondeste, con una 
rosa rossa, mia, nelle vostre mani, alla vostra 
cintura.... No, ninno vi ha costretta a fug¬ 
girmi : siete voi, voi sola clic avete voluto ri¬ 
gettarmi nella folla, neU’ombra, donde non 
avrei mai dovuto escire. Questa e la nuda, la 
micidiale verità 


Paolo Ri h o . 


— 40 — 


* Roma, dieci maggio,.., 

«Stamane, Lisa mia, la mia diletta sorella 
ha avuto pietà di me. Tante volte le è acca¬ 
duto di consolare il suo grande e forte fra¬ 
tello, a questa gracile creatura, cosi fervente 
di tenerezza ! Quando ella mi ha visto, sla¬ 
mane, dopo tre notti d’insonnia, smorto, siali- 
co, sfinito, ella si è fatta pallidissima e mi ha 
detto con quella voce insinuante : 

*' Paolo, tu soffri c non vuoi dirmi di 
qual male.... 

« Io mi son sentito frangere il cuore alla sua 
compassione; l’ho abbracciata e sulla sua 
spalla ho pianto tante, tanle lacrime amare, 
che eran chiuse dentro me e mi soffocavano. 
Lisa, sensibilissima, sagace in tutte le forme 
della consolazione fraterna, mi ha lasciato 
piangere, carezzandomi i capelli, asciugandomi 
delicatamente il viso cosparso «li lacrime, con 
un suo molle fazzoletto. Poi. ha soggiunto, a 
bassa voce : 

« — Dimmi, Paolo, quello che io posso fare, 
per te.... 



— 41 


«Lisa mia è una creatura eccezionale. Io ho 
trentadue anni : ella ne ha ventolto : io sono 
sano e robusto : ella è gracile e tenue. La cara 
madre nostra era nel pieno fulgore della sua 
beltà e della sua salute, quando mi ebbe : era 
già minata mortalmente, quando ebbe Lisa c 
questa nascila abbattè le sue forze declinanti : 
ella si spense un anno dopo la nascita di Li- 
setta. È un fiore fine e fragrante : ma questa 
fanciulla cresciuta senza madre, lia un’anima 
ferma c diritta, nella sua bontà, nella sua in¬ 
dulgenza, nella sua carità. L’amore le si è 
offerto, lusinghiero: ma, ella, di libera volontà, 
non lia gradilo l’offerta ; forse, ella aspettava, 
nel segreto della sua anima, qualche altra 
cosa, qualche altra persona : tranquilla, ella 
conserva il suo segreto, nel più intimo di se 
stessa, c di sè non parla e non lascia clic si 
parli, e prodiga a ine, prodiga a quanti essa 
ama, non molte persone, i più ricchi doni 
della sua anima, così, naturalmente, come una 
limpida sorgente montana. La sua fraterna 
pietà, stamane, è venuta in tempo a scam¬ 
parmi ila un accesso di tetra disperazione. 
1'] quando ella si è oll'erta, così generosamen¬ 
te. di aiutarmi, come ella meglio poteva, per- 





— 1 ——■ 

— 4 '? — 

clic io avessi modo di consolarmi, io ho avu¬ 
to il coraggio di chiederle ciò che più mi 
stava a cuore, cioè che ella andasse dalia 
marchesa Pia Sergianni, a domandar di voi. 
Diana, a saper tutto di voi, Diana, che siete 
sparita.... 

«.— Perchè vuoi tu questo; Paolo? — Lisa 
mi ha chiesto, fissandomi coi suoi chiari occhi 
affettuosi c leali. 

— Perchè l’amo ! — ho proclamalo io, con 
tale accento impetuoso, clic la mia Lisa ha 
chinato gli occhi, tutta pensosa. 

«—Andrò — ella mi ha detto, senz’altro. 

Ma la marchesa Pia Sergianni è fuori Ro¬ 
ma, oggi : ella rientra solo domattina, li la 
mia tenera sorella solo domani potrà visi¬ 
tarla, parlarle di voi, udire di voi, ripetere a 
me, tutto, darmi, infine, il balsamo di qual¬ 
che notizia. Non prima di domani ! E stasera, 
quando avrò finito di scrivervi queste mie 
parole così tristi, quando avrò portato io stes¬ 
so. alla posta, questa mia lettera, perchè vi 
giunga, così, fra le altre c non attiri 1 at¬ 
tenzione e voi non possiate neppure respin¬ 
gerla. che farò, io, dopo ? E stanotte, come 
dormirò ? Domani : quante ore di tormento. 




— 


— 4-j — 

di mortale tristezza mi dividono, da domani ? 
Domani ! li se non avessi la forza di vivere, 
sino a domani 1 » 

«Paolo Ruffo». 


« Dieci maggio, di notte.... 

;() Diletta, o Adorata, o mia Unica, o cuor 
del mio cuore, vi lio udita, vi ho udita, vi ho 
udita 1 Avete cantato, mi avete parlato, mi 
avete risposto ! Tre giorni di disparizione vo¬ 
stra. tre giorni senza luce e senz'aria, per me, 
tre notti senza sonno e senza riposo, tutto, 
lutto è cancellato dal mio cuore che palpita 
di una gioia piena, tutto è cancellato dai miei 
nervi esasperati e io sono in uno stato di fer¬ 
vore, di ebbrezza : Diana, stella del mio fir¬ 
mamento, stella dell’alba e del crepuscolo, voi 
vi siete degnata di parlare al vostro sventu¬ 
rato amatore, col vostro canto, perchè egli ri¬ 
nascesse alla vita, alla lietezza di vivere, alla 
felicità : io m" inginocchio, davanti a voi, im¬ 
magine ideale della felicità, m’inginocchio per 
ringraziarvi, con quanto è in me di più puro, 


— 44 — 


10 mi prostro, in atto di devozione, dinanzi a 
voi. Diana,che mi avete parlato ! Che facevo io. 
mai. un’ora fa, quando, a un tratto, ho avuto 

11 dono grande della rivelazione ? Tutto avevo 
fatto e tutto ricominciavo a fare, per obliare, 
almeno un poco, l'acuto dolore deU’iiitima fe¬ 
rita che sanguinava, in me: io avevo tutto 
tentato e tutto cercavo di tentare, ancora, per 
dimenticare, per stordirmi, per addormentare 
la puntura profonda : ero uscito a cercar degli 
amici e. poi. li avevo lasciati frettolosamente ; 
ero penetrato nel mio club e ne ero venuto 
via. d’improvviso ; ero entrato in un teatro, 
restandovi solo pochi minuti : e. infine, dì 
nuovo, io ero rientrato in casa, verso le un¬ 
dici. snervato, esausto, ma sentendo, più clic 
mai, vivido il mio male ; un solo male, un 
unico male, Diana: la voslr’assenza. In casa 
mia, disleso fra i molli cuscini di un canapè, 
leggendo, fumando, pensando, tornando a fu¬ 
mare. un torpore mi aveva abbattuto. Quando 
come la gran parola di ('.risto a Lazzaro, la 
vostra voce attraversò lo spazio, al traversò la 

notte e mi risuscitò_ Cantavate, come la 

prima sera : cantavate con quella voce toccante 
che mi fa tremare di tenerezza, con quella 


espressione così intensa c così contenuta che 
mi ricerca quanto di più sensibile c rii più fre¬ 
mente ha l’anima mia ... Cantavate, Diana, 
l’antica e amorosa e suggestiva melodia di 
Giambattista Pergolesi, il maestro che è vis¬ 
suto per l’arte, per l’amore e pel dolore, il 
maestro che ha esalato nella musica quanto 
egli ha patito : l’antica melodia amorosa che 
Liszt amava, Liszt, il grande innamorato e che 
Liszt ha trascritto, nota a chiunque, questa 
melodia, ricerchi nella musica un contenuto 
più intimo c più profondo : l’aulica melodia 
di Nino, che è inferma, che pare dorma, che 
forse è morta ! Dicevate nel bel canto italiano 
lento e soave, insieme : Tre r/iorni son clic 
Ninu.... A letto se ne andò.... O amore mio 
incomparabile, voi siete stata malata, per tre 
giorni, come Mina, come la dolce Mina di 
Pergolesi, voi Diana, povera cara inferma e io 
non l’ho saputo, io misero, io, ignorante, io 
non ho potuto saperlo, e sono stalo infelice 
come non fu mai tanto creatura umana, non 
vedendovi, mentre voi pure soffrivate, per un 
malore misterioso e io vi ho torturata, con le 
mie lettere, Diana, perchè non posso vivere 
senza vedervi, senza udirvi. Cantavate, o Crea- 





4fi — 


tura perfetta, nella vostra immensa pietà, nella 
vostra immensa bontà, quella musica obliata 
da lutti, cbe è un 'poco triste, anzi, nel fondo, 
molto triste, la cantavate per dirmi clic la vo¬ 
stra sparizione era stata forzata, per dirmi clic 
eravate guarita c perche io rivivessi al suono 
della vostra voce, al fascino che agirà, sii me, 
sino alla morte e oltre la morte, il fascino della 
vostra voce ! Oh quante cose in quella dimen¬ 
ticata melodia pergolesiana, quante cose fatte 
per dare un balsamo alla ferita clic porto nel 
fianco, quante cose, Diana, avete voluto espri¬ 
mere e quante cose io ho inteso, e io son 
vivo, io son risorto, io vi adoro, io sono pronto, 
di nuovo, a soffrire per voi, a spasimare per 
voi, poiché io so clic voi ini siete pietosa, e 
che il mio male è nolo al vostro animo nobile 
c voi volete consolarlo. Come lenta e poi più 
rapida, quella musica di Pergolesi, come molle 
prima e poi più vibrante, c, infine, col grande 
grido straziante: Svegliatemi Ninetta.... clic ha 
fatto turbinare, intorno a me, la notte c il suo 
firmamento e la terra: Svegliatemi A inetta, 
poiché, forse, Ninetta dormiente non si sve¬ 
glierà mai più, da quel sonno troppo lungo.... 
No, Diana, no ! 




«....Voi avete finito ili cantare e io. per 
molto tempo, ancora, udivo in me la vostra 
voce c no era colino il mio cuore c ne ermi 
ebbri i miei sensi. Sono disceso in via Bon- 
compagni e umilmente, nelle ombre notturne, 
io sono venuto innanzi al cancello di villa 
Melville, in atto di adorazione. Il grande ve¬ 
rone era schiuso, come di consueto: l’ho mi¬ 
ralo, a lungo, dalla via, sperando vedervi ap¬ 
parire la donna divina, che mi aveva tolto alla 
mia disperazione, con un tenero atto di carità : 
ho teso l’orecchio, a lungo, a lungo, aspet¬ 
tando, chi sa, la sua voce, sublime si elevasse, 
di nuovo, nella notte. Nulla, più. Il miracolo 
era compiuto c finito. Mi sono chinato e 
piamente ho baciato la fredda serratura del 
cancello, che cinge la casa ove siete ospitata, 
Diana. Sono rientrato: ho scritto, scrivo, tre¬ 
mando, sempre, di una emozione che non ha 
nome : poiché è la felicità istessa di cui mi è 
apparsa rimmagine, nel vostro canto, clic era 
diretto a me solo, solo a me, poiché voi siete, 
o Donna, la medesima dolcezza, perchè voi 
non potete veder soffrire nessuno, o Anima, 
perchè voi avete voluto spargere l’olio che ri¬ 
sana sulle mie ferite, o Samaritana mia, o 



— 48 — 


Ninetta, o povera cara inferma, clic è guarita, 
che non dorine, che non vuol dormire, come 
l’altra, quella di Pergolcsi ! Ah voi vivete, o 
rara beltà, o rara bontà, o regina fra le regine, 
a cui mi prostro, adorando. 


Paolo Ruffo». 



« Roma, undici maggio... 


«Mia sorella Lisa è rientrata, oggi, verso le 
sei e. mezzo, dalla sua visita alla marchesa 
Pia Sergianni. Io l’aspettavo, cercando vincere 
la mia ansietà, andando e venendo, senza 
scopo, dal salone di casa nostra al mio pic¬ 
colo studio: con mio stupore, quando ella è 
entrata in casa, non mi lui raggiunto subito. 
Ho atteso, qualche minuto, sempre più in¬ 
quieto, irritato, anche, contro Lisa, per il suo 
indugio: ella ha bussalo discretamente all’uscio 
dello studio, è venuta a sedersi dirimpetto a 
me, dall’altro lato della mia scrivania. KJIa 
volgeva le spalle al grande balcone schiuso, 
l'orso espressamente : era l’ora del crepuscolo : 
e io non potevo scorgere bene le linee ilei 
suo viso. La sua inailo lunga e bianca bai- 
leva, leggermente, con le dita, sul lavolino: 

« — Ebbene, Lisa? — le ho chiesto, impa¬ 
zientissimo. 

« — Ebbene, Paolo ?_ — ella mi ha risposto, 
mollo calma, troppo calma, per la mia cre¬ 
scente inquietudine. 


Skp.ao. Ella non rispose. 


4 


— 50 — 


« — Clic hai .saputo «li Lei? 

« — Poco_ 

«—Poco V Perche, poco V 

«—Perche ho chiesto [loco alia marchesa 
Sergia uni — ella mi ha detto, a voce più 
bassa. 

«— Hai creduto ili chieder poco? Cosi hai 
creduto, Lisa ? — ho esclamato, io, frenando 
a slento uno scatto. 

« — Per delicatezza, Paolo — ella ha ri¬ 
sposto, con tanta tenera soavità che la mia 
collera, subito, è caduta. 

«— Lisa, Lisa mia, ti scongiuro, dimmi tul¬ 
io ! — ho implorato, io, desolato. 

«— Interrogami — ella ha mormoralo, senza 
guardarmi. 

«Perchè questa parola così strana, di mia 
sorella Lisa, mi ha dato un colpo anche più 
forte di tutte le altre sue risposte? Perchè non 
voleva parlare, Lisa ? Perchè voleva essere so¬ 
lamente interrogala ? Che cosa mai temeva di 
dire, se avesse troppo parlato, lei ? 

« — Ella si chiama Diana Sforza, è vero ? 
— ho chiesto, all'annoso, quasi convulso. 

«—Sì: Diana Sforza, di Perugia. 

« — È nobile ? È ricca ? 




— M — 


— Mollo nobili', Paolo: mollo povera : po¬ 
verissima. 

« - E la sua famiglia ? 

«—Padre e madre sono morii, a Perugia. 
Ila due fratelli, più piccoli di lei.... due so¬ 
relline.... tutti poverissimi. 

«— E chi si cura di lei, di loro? 

«— Un tutore.... credo. 

«— Quel signore, forse, clic ho visto con 
lei, a villa Star? 

« — ....no — ha dello Lisa, vagamente, vol¬ 
gendosi a guardare la luce del Immolilo, nel 
vano del verone. 

«— E chi è mai, colui? 

«— ....non so. Non conosco — ha dello 
Lisa, lasciando cadere il discorso. 

« — Ma che è, Iodi/ Melville, a Diana Sforza ? 
— ho ripreso io, ansiosissimo. 

.— IJa sua più grande amica, la sua mi¬ 
gliore protettrice. La conosce da molli anni, 
in Roma: Diana era bimba.... 

« — Ali ! Comprendo. Queste inglesi sono co¬ 
sì fedeli ! E la marchesa Sergianni ? 

« — S’interessa molto a Diana Sforza, perchè 
è sua compatriotta : ma non può molto, pel¬ 
ici.... 



- .*)•> — 

E clic «lice. <li Lei ? 

«— Clic e ima crcalura perfetta, per la sua 
beltà e per la sua virtù : ma clic è sventura¬ 
tissima.... 

*— Perchè, svcnluralissima ? Coinè, sventu¬ 
ratissima? Parla, Lisa, parla! 

«—Perchè è mollo povera, Diana Sforza, 
ed è così fiera.... e ha una lunga famiglia, 
dietro lei,... ed ha già venticinque anni.... ed 
è così sola, infine, nella vita, a combattere.... 

«— E che altro ? Che altro? 

<• - Niente altro, Paolo. 

« — Possibile, Lisa mia ? 

«—Possibilissimo, caro Paolo. 

«Un breve silenzio: e io proruppi: 

«— Tu mi nascondi qualche cosa, Lisa ! Tu 
non vuoi parlare.... 

«Mia sorella si curvò, un poco, a Iraverso 
la tavola clic ci divideva, toccò fuggevolmen¬ 
te con la sua mano fraterna la mia, con una 
piccola carezza : 

«—Io ti voglio tanto bene, Paolo, fratello 
mio ! 

«— E io, io, Lisa mia, ti amo tenerissima¬ 
mente.... — ho esclamalo, convulso. 

«—È vero? L vero? E, allora, udresti 



una mia semplice parola e seguiresti un mio 
semplice consiglio, Paolo? — ella ha dello, 
guardandomi, fissandomi, con i suoi buoni oc¬ 
chi pieni di dolcezza, ma, anche, così sugge¬ 
stivi. 

«— !... Non so, Lisa.... non so.... non pos¬ 
so promettere — ho risposto io, al massimo 
dello sgomento morale. 

<.— Lascia Diana Sforza al suo destino - 
ella ha detto, con la sua voce più ferma. 

«— No ! — ho gridalo io, con forza. — lo 
l’aino ! 

— Dimenticala: parli come dovevi partire 
una settimana la; parli domattina; parli sta¬ 
sera ; parli senza volgerli indietro, senza scri¬ 
vere una parola, senza dare un salolo ; parli, 
Paolo... 

«— lo l'amo_ io l’alno— io I amo.... 

non ho saputo mormorare altro, io, sorda¬ 
mente, tetramente. 

e _ Non devi più amarla; devi dimenti¬ 
carla ; devi partire.... 

«—Perchè, Lisa, perchè? 

« — Perchè è troppo tardi ella ha dello, 
gravemente, guardando il cielo violaceo del 
crepuscolo. 


« — Oh Lisa, non farmi fiorire, dimmi lutto ! 

* 1-. troppo tardi — olla ha replicato, 

senza sorridere, senza guardarmi, fissando il 
ciclo. 

«—Lisa, io voglio saper tutto! Io muoio, 
se non mi dici tutto ! 

«— Io ti ho detto tulio ella ha risposilo, 

solennemente. 

Si è levala, si è allontanala, senza vol¬ 
iarsi. col suo passo tranquillo, sparendo dai 
miei occhi.... 

«Io ho < 111 i trascritto fedelmente, parola per 
parola, il terribile dialogo fra me e mia so¬ 
rella Credo in Lisa come nella verità istcssa : 
credo nella purissima coscienza di Lisa, più 
che nella mia ; credo nell alletto tenace, pre¬ 
vidente, ellicace di Lisa, per me_ Ma quanto 

ella mi ha detto, della verità, è cosa laido 
Iremenda, per il mio amore, è tale una deva¬ 
stazione del mio cuore, è tale una rovina e una 
morte del mio sogno sentimentale, che io non 
posso assuefarmi, rassegnarmi, perire, così, 
senza un’altra parola, l’unica parola capace di 
darmi il colpo supremo. Diana, se il vostro 
aspro destino vi mena, oramai, lontana, per 
sempre, dal vostro povero innamorato ignoto 



C se costui, con tutto il suo vano, il suo inu¬ 
tile amore, non può, ahimè, strapparvi a questo 
destino che egli non sa, ma di cui sente la 
crudeltà : se io, Diana, non ho modo di con¬ 
quistarvi, di prendervi, di tenervi stretta al 
mio petto, stretta al mio cuore forte c fedele ; 
Diana, se è troppo tardi, se è varamento 
tropi*} tarili, per il mio amore, per me, nella 
vostra vita : se questa fatai cosa, troppo tanti , 
deve recidere lutti i fiori della mia adorazione, 
se deve far inaridire tulle le sorgenti fresche 
limpide del mio amore, se deve distruggete 
quanto il mio amore e il min sogno avevano 
creato, in me, attorno a voi. per voi, Diana, 
ebbene, siete voi che dovete dichiararmelo. 
Voi sola dovete dirmi uomo dir m'ami , sappi 
dir è troppo tanti, par amarmi. Ilo acquistato 
il disperato diritto di saperlo, da voi stessa: 
l hn acquistato con questo sentimento violento 
e pure tenero ili adorazione, per voi ; l'Im 
acquistalo per questa mia devozione immensa, 
a voi : l’ho acquistalo col dono che. io vi ho 
l’alto, ciecamente, follemente della mia 'ila 
intcriore e della mia esistenza mortale. Diana, 
rispondete I Se è troppo tardi, se è veramente 
troppo tardi, se io debba sparire - e non ero 


che un’ombra ! — dal magico cerchio ove voi 
vivete, se io debba, con le mie mani, uccidere 
1 amor mio, se io debba dimenticarvi, se io 
debba lasciar questa mia casa, dove vi ho 
così singolarmente amata, per rientrarvi chi sa 
quando, se io debba lasciar questa via, testi¬ 
mone del mio grande ardore sentimentale, se 
debba lasciare Moina islessa per molto tempo, 
lorse, voi dovete impormelo. A voi sola, io 
crederò : a voi sola, io obbedirò. Ascoltatemi 
bene: voi avete una veste bianca, in cui mi 
siete apparsa, in uno dei brevi, fuggevoli 
giorni della mia morente felicità amorosa: do¬ 
mani, indossatela ma stringetela alla vostra 
cara persona con una sciarpa nera, con una 
cintura nera. Non tardato, ve no scongiuro. 
Quanto più presto sia i»ossibile, dito a costui 
che vi rammenterà, dolentemente, per tutto j| 
corso dei suoi giorni, elio voi siete schiava 
di una volontà superiore, lo vedrò il volto 
di ineffabile bellezza : vedrò la vesto can¬ 
dida : ma vedrò anche la cintura nera, cioè 
il segno del cordoglio e della prigionia, lo 
chinerò il capo sul mio lutto sentimentale c 
vi obbedirò, senza volgermi indietro, e sparirò, 
Diana.... 


Paolo Ruffo». 




« Roma, dodici maggio... 


«In quest’ora estrema, Diana, clic Iddio 
possa benedire, con tutti i suoi più olii com¬ 
pensi, la vostr’aniina di verità, di virtù c di 
abnegazione. Vi ho scorta, stamane, verso il 
meriggio, discendere lentamente gli scalini del 
vestibolo di villa Star: eravate sola: side pe¬ 
netrala nel folto del giardino, siele scomparsa, 
per poco e siele riapparsa, sempre sola. Era¬ 
vate tutta vestita di bianco, come in quel 
giorno: una sciarpa nera cingeva la vostra 
snella persona, lo, allunilo, smarrito, ho com¬ 
preso. Eravate l'asciata' di lidio: e avete vo- 

• 

luto dirmi che è lardi, che è. veramente trop¬ 
po lardi, per me. Quanto era infinitamente 
triste il vostro viso, slamane, Diana ! Addio, 
dunque, Diana, amor mio unico, amor mio 
ultimo ! 


■< Paolii Iter i o ». 


« Parigi, quindici giugno. 


«Nobile damigella, permetta a un suo lon¬ 
tano ma caldo ammiratore di olTrirlc le sue 
più schiette congratulazioni, per le sue nozze 
imminenti lo mancherei non solo a uno slrel- 
to dovere di cortesia, ma tradirei un impulso 
del mio animo, se in questa laido lausla oc¬ 
casione, io non le tacessi subito giungere, ira 
laute altre parole gratulatorie clic l'Ila, cerio, 
va ricevendo da ogni parte, anche la parola 
mia ili fervente felicitazione. L’accolga, io ne 
La prego e la gradisca voglia non confon¬ 
derla con tante altre indifferenti, fredde, di 
un arido carattere mondano. Chi le scrive, è. 
in lolla sincerità, lietissimo dell'alto destino 
ohe vico fallo alla sua bellezza, al suo lasci¬ 
no. alla sua virtù. 

lo ignorava, sino a due giorni la, late 
splendido evento, lo era, solo, in un teatro di 
genere allegro, l’altra sera : avevo ascoltalo, 
piuttosto distrattamente, un primo alto di una 
pochade clic mi era sembrata grottesca : nel¬ 
l’intervallo, scorrevo, con l’occhio, il New York 




— 59 — 


Ilcrald, cercando ove si parlasse della società 
romana, c, così, cercando, cercando, io vi ho 
letto questa notizia clic oso, qui, riprodurre, 
parola per parola, senza nulla aggiungere nella 
mia fedele traduzione : Sono fissate per il ven¬ 
ticinque giugno, in Roma, le nozze fra una 
delle più belle e delle più virtuose damigelle 
dell'alta società italiana, la signorina Diana 
Sforza, di Perugia, discendente diretta di quel¬ 
l'importante ramo degli Sforza che si stabilì 
in Umbria quattrocento anni fa, e l'illustre 
gentiluomo inglese, sir Ruminigli Montagli, pri¬ 
mo consigliere all'Ambasciala inglese di Vien¬ 
na. ora in licenza a Roma. La seducente fi¬ 
danzata è orfana, da Ire anni, dei suoi geni¬ 
tori ed è la primogenita fra vari fratelli e 
sorelle: è una sua amica affettuosa, ladg Ro- 
selgne Melville, che, allesso, tu ospita, in Ro¬ 
ma c le fa ila seconda naif tre. Le bellissime 
nozze, infatti, si celebreranno a villa Melville. 
Lo sfioso agpartienc a una mollo antica e 
molto cospicua famiglia inglese: ha, in diplo¬ 
mazia, un posto eminente, potendo essere, fra 
pochissimi anni, ambasciatore del Regno Uni¬ 
to. Niun dubbio che ladg Diana Montagu por¬ 
terà, nella sua nuova posizione, all'estero, tutta 


— (io — 


la magia della sua beltà e della sua grazia 
italiana. Confesso, qui, gentile signorina, che 
lio riletto quattro o cinque volle questa noti¬ 
zia così inaspettata, sebbene magnifica : si può 
dire che io ne abbia imparalo i termini a me¬ 
moria. uno per uno, in quclIVn/rVic/e. Il se¬ 
condo allo di quella bullìssima farsa, essendo¬ 
mi parso tragico, io ho abbandonalo il lealro 
e senza fermarmi, come di Consuelo, in un 
restaurimi di notte, o in un calle dei houle - 
vards. io sono direttamente rientralo alV II àtei 
l'rillon ove dimoro, da oltre tre seltimane, 
Le ho subito diretto, nobile signorina, una 
prima lettera di felicitazione : ma essa a ri¬ 
leggerla, mi è sembrala monca, non esprimen¬ 
do abbastanza la mia gioia per la Sua granite 
gioia. L’Ilo lacerala: anzi, ne ho lacerate al¬ 
tre due o tre, a nell’esse confuse e manchevoli. 
Cosi è trascorsa la notte, fra la mia impotenza 
a dirle quanto io sia estremamente contento 
del suo matrimonio e come io auguri alla 
futura e mollo prossima ludi/ Diana Montagli, 
ogni maggiore splendore di lusso e di po¬ 
tenza.... 

« Dopo una notte insonne — si dorme così 
male, in questo rumoroso Parigi ! — ieri mal- 


— (il 


lina, verso mezzodì, io mi sono recalo al 
Jockey Club di cui non faccio parte, sebbene 
ne potessi aver diritto, per il mio nome di fa¬ 
miglia, ma dove vado, spesso, a cercare di 
qualche amico. Colui di cui ho domandato, 
ieri, con una sorda e colata ansietà, è il duca 
di Campobello, un gran signore siciliano, co¬ 
smopolita, la cui spiccala specialità è di co¬ 
noscere tutta, tutta la storia mondana moder¬ 
na, in ogni suo intrigo e in ogni suo raggiro: 
adopero queste due parole poco oneste e Clic- 
nò chieggo scusa, ma è per dirle la importanza 
del duca di Campobello, come cronista di tulle 
le cronache palesi e segrete dell’alta società 
internazionale. Egli fa sempre colazione a! 
Jockey Club: infatti ve l’ho trovato, mollo 
amabile: e ho finto di far colazione con lui 
— non si ha mai fame, a Parigi ! — perchè 
egli potesse informarmi, molto meglio del pos¬ 
sente giornale, americano di Parigi, sulle gran¬ 
di nozze Sforza-Moniagii. Egli mi ha messo 
al corrente, minuziosamente, con quella pre¬ 
cisione e (pici sereno cinismo che lo distin¬ 
guono : e la storia di queste magnifiche nozze 
che formano e formeranno, cara signorina, la 
Sua perfetta felicità e, quindi, anche la mia, 






mi è nota in ogni suo dettaglio. Il duca di 
Campobello ha comincialo por rimpiangere, 
così, fuggevolmente, clic una stupenda fan¬ 
ciulla, di un così gran nome, piena di tutte 
le virtù, dovesse lasciar l’Italia, per sempre, 
giacché, nessun italiano, nobile o non nobile ma 
ricco, ricchissimo, avesse mai pensalo di spo¬ 
sarla. essa, che non aveva un soldo di dote, 
essa che aveva, in fondo atlìdati a lei, fratelli e 
sorelle senz’avvenire c senza fortuna.... Ma 
ha subito soggiunto che il matrimonio di Diana 
Sforza con sir Randolph Montagli, era uno di 
(pici miracoli grandi della sorte, «li quelli che, 
ogni tanto, si narrano, come una storia fanta¬ 
stica ; clic solo la immensa amicizia e la im¬ 
mensa protezione di lady Rosclync Melville 
avean potuto pensare, sognare, tentare, riuscii e 
in una simile partita e vincerla, per dare a 
Diana Sforza una posizione alta c solida, per 
mettere la sua famiglia, cosi povera, in una 
strada «li benessere e di. dignità sociale. 11 
duca di Campobello immaginava che, certo, la 
leggiadria, la nobiltà morale, la fierezza di 
Diana Sforza avean sedotto il diplomatico in¬ 
glese : ma che questo innamoramento era an¬ 
che dovuto, sovra tutto, alle suggestioni della 





vecchia dama inglese e ai eonlalli mondani 
dio dia aveva procurali fra sir Montagli e la 
signorina Sl'orza. Le giuro die solo in qucl- 
rislanle, in un barbaglio di ricordi, io ho raf ¬ 
figurato dii fosse il Suo sposo: colui, colui che 
ho scorto, tre o quattro volte, accanto a Lei, io 
in villa Star, in vettura, in automobile: colui 
che, per la sua età apparente, per i suoi ca¬ 
pelli brizzolati, per le rughe del suo magro 
volto, io scambiai, un istante, per suo padre. 
Frenando, alla meglio, il mio sussulto inte¬ 
riore, io ho detto al duca di Campobello, che, 
cerio, il Suo sposo doveva avere molti più 
anni di Lei, signorina. 

— Moltissimi — ha replicalo Campobello, 
freddamente. — Forse trent anni più di Lei.... 

«Campobello è un uomo precisissimo. Di¬ 
rimpetto a noi, a un’altra mensa, facevan co¬ 
lazione, insieme, consiglieri e segretari di am¬ 
basciala, stranieri e francesi. Vi era, anche, 
Francis Normand, clic è un annuario vivente 
della diplomazia. Campobello gli si è avvi¬ 
cinato c gli ha chiesto, sottovoce, l’età di sir 
ltaudolph Montagli, primo consigliere all’am¬ 
basciata inglese di Vienna. Normand ha pen¬ 
sato, un poco, prima ili rispondere : poi. ha 


lil 


dello una cifro, sollovorr, ;il duca di (iani- 
pobello. Costui. Irionl'anlc c (liscivio, nel suo 
successo di cronista, è ritornalo da me c ini 
ha mormorato : 

«—Trentuno di differenza: lei, venlicin-i 
que : lui, cinquantasei, scoccati. Io aveva in¬ 
dovinato. 

«— È un vecchio.... un vecchio.... — ho bal¬ 
bettalo io, soffocando ogni altra espressione. 

- Un vecchio, sì_ ben conservalo— pare 

che il darci e il miskij conservino.... Vec¬ 
chio: ma, fra dieci anni, Diana Sforza sarà 
ambasciatrice. E, più tardi, amico mio, qual 
vedova... ! 

Io nulla dovevo udire, più : e nulla più ho 
chiesto di sapere, dai 'miei amici dei club. Sono 
rientrato nel mio albergo e ho tentalo di rac¬ 
cogliere i miei ricordi e le mie impressioni, 
bilia sa bene clic chi sottoscrive questa lettera, 
è quel giovane clic, a un tratto, fu vinto da 
una follìa bizzarra : colui che osò innamorarsi 
eli Lei, nobile signorina, sei settimane fa, in 
Roma in una notte di maggio, sol perchè la 
Sua voce profonda, penetrante, toccante, era 
giunta sino a lui e aveva penetrato e toccato 
il suo cuore, per sempre ; è quel giovane alida- 


- 05 - 


cc, che Le scrisse delle lettere convulse ma 
sincere, di amore, dopo di averla vista appa¬ 
rire, tre o quattro volle, in un giardino, in una 
via, in vettura, in automobile ; è quell’audacis- 
sirno giovine clic Le mandò delle rose rosse e 
La pregò di adornarsene ; è colui che l’asse¬ 
diò, ovunque, per giorni .c giorni, solo per 
saper qualche cosa, di Lei, solo per scorgerla, 
un istante. Costui, è quello clic Le scrive : 
costui, colui che, audacissimamente, nel fuoco 
del suo sentimento, sperò, sì, sperò, fortemen¬ 
te, credette, sì, credette, che questa sua pas¬ 
sione d’amore, pura e schietta, sorta come una 
vampa da un cuore che parca deserto e morto, 
per sempre, sorto da un’anima che non aveva 
finito di voler amare e di voler essere amata, 
credette, egli, che questa fiamma avrebbe ac¬ 
ceso l’animo Suo. Sì : Paolo Rullo ha creduto 
fermamente che un giorno, non lontano, Diana 
Sforza lo amerebbe. E Diana Sforza deve as¬ 
solvere questo peccalo mortale di orgoglio amo¬ 
roso ; Diana Sforza deve compatire e indulgere 
a questa superba certezza , perchè è quella che 
hanno tutti i veri, tulli gli autentici innamo¬ 
rati : deve perdonargli la sua alta speranza, la 
sua alta certezza.... Giacché egli era giovine, 


&KKAO. Ella non risposi■. 



- «fi - 


come era giovine, come è giovine Diana Sforza ; 
giacché egli era «ella sua stessa razza c «ella 
sua stessa patria ; giacché egli era sensibile e 
ardente come Diana Sforza era, quando, nella 
notte di maggio, la sua voce fremeva c bru¬ 
ciava di amor contenuto, invocando Euridi¬ 
ce, invocando il suo bene ; giacché un potere 
ignoto e possente aveva condotto, l’uno verso 
l’altro di lontano, di così lontano, in un in¬ 
contro impensato e travolgente, le loro vite ; 
giacché tutto era favorevole, perchè l’animo 
puro e tenero di Diana Sforza si commuoves¬ 
se all’amore intenso, devoto, invitto di Paolo 
Ruffo.... tutto ! 

«Tutto? Nulla! Colei che il pazzo, il fan¬ 
ciullo, lo sciocco che sottoscrive questa lettera, 
ha così puerilmente, scioccamente e vanamente 
amata, era, di già, in quell'oca del loro destino, 
la giovine fidanzata di sir Randolph Monta- 
gu, inglese, patrizio, diplomatico, enormemente 
ricco, vecchio, egli clic aveva trentun anni, 
già, quando la sua fidanzata è nata ; colei che 
in quella notte fatala, in quella notte fatale, 
così malinconicamente cantava il lamento di 
Orfeo, non cantava per attrarre e tenere, per 
sempre, il cuore e i sensi di Paolo Ruffo, ma 



per meglio sedurre, col suo fascino, sir Ran- 
dolph Montagli, colui clic dovea darle, fra poco, 
ricchezze, onori, omaggi di re c di principi ; 
e quell’uomo che, sempre, appariva accanto a 
Diana Sforza, freddamente rispettoso, rivolgen¬ 
dole di raro la parola, non sorridendole mai, 
guardandola appena, quell’uomo, quello stra¬ 
niero, quel vecchio, era il suo fidanzato, da 
mesi, forse, e sarà il suo sposo, fra giorni, e 
i fiori candidi di cui la fanciulla si adornava, 
eran quelli offerti da lui, ogni giorno, i fiori 
del fidanzamento.... Nulla, nulla, nulla più 
per l’inetto, per il misero, per il miserabilissi¬ 
mo Paolo, la cui modesta fortuna basta appe¬ 
na a far fare una vita dignitosa a sua so¬ 
rella Lisa c a lui : nulla per Paolo, giunto 
invero, troppo tardi, col suo amore inane, col 
suo amore inutile, col suo amore clic niente 
altro potea essere, ]hu- Diana Sforza, che un 
amore ! Ah io non sono neppure giunto trop¬ 
po tardi, non è neppure questione di tempo, 
per il mio povero, stupido e nudo amore, ù 
questione di denaro ! Io ne ho così poco ! lì 
sir Randolph Montagli è ricchissimo. Io ho 
creduto, in Roma, alle oscure parole ili mia 
sorella Lisa, che un ostacolo singolare, insor- 


- 68 — 


montabile, mi dividesse, per sempre, dalla, 
donna che amavo e che non dovevo amar più : 
idiota, che sono, ingenuo e idiota! Innanzi 
alle mie semplici e umili preghiere, innanzi 
alle mie supplicazioni, ma, sovra tutto, per 
liberarsi di me, cara signorina, Ella mise l’ul- 
limo giorno in cui io la vidi, la cintura nera 
del gran divieto. E io adorai ciecamente la 
sua virtù e dolorosamente benedissi la sua 
virtù e credetti al Grande Ostacolo, chi sa 
inai quale ! Ecco l’ostacolo : il denaro. Questo 
diceva la nera cintura di Diana Sforza, che io 
tenni per un segno di tenerezza umana, di 
pietà umana. Diceva, la cintura nera di Diana 
Sforza: Vp non hai denaro: tu non puoi spo¬ 
sarmi: tu non devi amarmi. Così sia ! 


« Ho pensato che io, forse, avrei dovuto fare, 
anche da lontano, un dono alla novella sposa, 
che tanti ne riceverà, da parenti e da amici. 
Infine, un vincolo sentimentale, un vincolo 
ideale mi legava ad essa : un vincolo cono¬ 
sciuto solo da noi due, ma intimo, vita della 
vita interiore. Un dono era, è necessario alle 
nozze di Diana Sforza ! Ma dove mai trovare 
un gioiello così prezioso, degno di poter far 




- U9 - 


parte di quelli, fulgidissimi, che saranno dati, 
a Lei, e di cui si adornerà lady Diana Mon¬ 
tagli e rifulgerà la sua bellissima testa sotto i 
diamanti, come un angolo di firmamento, e le 
sue perle saranno meno bianche del suo collo ! 
Un gioiello, un gioiello, un ex-voto, io debbo 
offrirglielo, prima che Ella vada sposa e ci la¬ 
sci per sempre ! Eccolo, dunque. È questo 
infrenabile, inguaribile sdegno contro la mia 
sorte, contro la Sua sorte ; è questo invinci¬ 
bile disgusto della vita, delle sue laidezze, 
delle sue bassezze ; è questa nausea di tutti i 
sozzi contratti umani, ìper cui la bellezza si 
vende, l’onore si vende, l’amore si vende.... 
Oh che orrore, che orrore, Diana, che orrore, 
vendervi a un vecchio, a uno straniero.... ven¬ 
dervi, come una cortigiana.... 


« I’aoi.o Rui'i-o». 


“ Roma Parigi. 2470, lo 17 giugno, ore 7 mattina. 


«Signorina Diana Sforza 

«Villa Melville, via BoncotnpagnS 

« Roma » 

«Un disperato vi chiede perdono. 

Paolo Ruffo . 


« Parigi, diciassetle giugno, ore 7 di scrii. 

«Diana, parlo fra due ore per Roma. Vengo 
a buttarmi ai piedi vostri, a batter la frollile 
sulla terra, per chiedervi, di nuovo, il perdono 
a così ignobile c ingiusta mia offesa. Ma sono 
un disperato : vi perdo e non posso vivere, 
senza voi : mi sento Inerire e non muoio. For¬ 
se, se vi rivedo, Dio permetterà che io muoia 
innanzi ai vostri occhi. 

«Paolo». 


71 


* Roma, diciotto giugno.... 

« Diana, sono giunto, sono qui : stanco mor¬ 
talmente, di tutte le stanchezze: tutto il mio 
furore, tutto il mio sdegno è mutato in dolore ; 
tutte le mie maledizioni sono lamenti ; tutte le 
mie imprecazioni sono gemiti : tutti i miei pro¬ 
positi terribili si sciolgono in sordi singhioz¬ 
zi, in lunghe lacrime : e io, uomo, a Irentaduc 
anni, piango, tutto il pianto che si è accumu¬ 
lato, dalla prima giovinezza, io piango tutte le 
lacrime che, da anni, da anni, cran ricadute 
sul mio cuore e vi avevan formalo nel suo 
fondo, un lago oscuro dalle acque amare, lo 
son Solo, in questa mia casa, donde Lisa è 
lontana, a Rieli, presso una nostra vecchia pa¬ 
rente, a trascorrervi il tempo della mia as¬ 
senza : soli solo, in questa casa mula, deserta, 
ed essa mi sembra quella donde un morto, 
una persona carissima, sia uscito, ieri, chiuso 
nella sua bara, al suo gran viaggio : son solo 
con questo pianto che ninno rasciuga, che nin¬ 
no consola ; son solo, con questo mio duro e 
aspro dolore ; come la più abbandonata, la 
più misera creatura umana, io son solo con 


queste mie lacrime, le più antiche e le più 
segrete, che sgorgano e non sollevano il mio 
petto oppresso c non placano il male che mi 
trafigge ! Diana, Diana, che profonda ammi¬ 
razione e che profonda pietà, per voi, Anima 
grande, per voi che, come Ifigenia, andate al 
sacrifizio e non sospirate, e non gemete, sulla 
vostra giovinezza, sulla vostra beltà, voi, eroi¬ 
ca come la vergine greca, eroica più di essa, 
poiché voi gittate la felicità di una intiera 
vita, per i vostri fratelli, per le vostre so¬ 
relle.... Ed essi non sanno tutto questo, ed 
essi non intendono come sanguini il cuore vo¬ 
stro e son contenti e sorridono, e ridono, che 
vi menano al sacrificio ! Ma io solo vi com¬ 
prendo, io solo so che sia di spaventoso, di 
terribile, questo dono intiero che voi fate, di 
voi, sposando un vecchio, uno straniero, esi¬ 
liandovi dal vostro paese, andando lontana 
da quelli che amavate, con costui che non 
amate, che è un vecchio, un estraneo, uno 
straniero ! O Diana, creatura di sublime bon¬ 
tà, io ho osato insultarvi, vilipendervi in una 
lettera che era un impotente grido di gelosia, 
un rauco grido di sdegno, ma voi avete tutto 
inteso, voi sapete che quella mia lettera, co- 



— 73 — 


me le altre, più di tutte le altre, prese insie¬ 
me, era una violenta lettera di amore, la let¬ 
tera di un disperato che non sa uccidersi, di 
un morente che non può morire, la lettera di 
chi si vede strappato, brutalmente, l’amor suo 
e urla e clama.... Diana, mai vi ho tanto 
amata, come in quella orrenda lettera che se 
ha offeso mortalmente il vostro pudore vergi¬ 
nale e la vostra dignità di donna, essa vi ha 
detto che solo una folle passione che mi ha 
travolto, in quell’ora tremenda, solo la verti¬ 
gine 'dell’uomo che si sente mancar la vita, 
ha potuto guidar la mia mano incosciente ! 
Diana, io era a Parigi, fra il tumulto e la in¬ 
differenza di quella città infernale e seducente, 
che non giungeva a vincere la mia immensa e 
tacita tristezza : quando ho saputo che vi ru¬ 
bavano al lontano amor mio e al mio sogno 
pur vivo nel mio cuore, che vi strappavano al 
vostro paese c alla vostra famiglia, io ho smar¬ 
rito la vista e l’udito delle cose reali c il mio 
sangue è diventato piombo fuso, nelle mie vene, 
per una collera pazza contro il destino, jier una 
gelosia ferocissima contro questo gelido vec¬ 
chio che vi rapiva, via. alla mia adorazione e 
alla sempre viva speranza e allora le parole di 


— 74 — 


orrore sono sfuggite alla mia anima, sono sfug¬ 
gile alla mia penna, febbrilmente e non bo 
evalo pace sin clic la mia sciaguratissima let¬ 
tera non sia partita per l’Italia, fremente di 

tutto il mio spasimo_ Ma poche ore dopo. 

come in una mistica visiono il vostro volto mi 
è riapparso, bianco come un petalo di rosa 
bianca, c i vostri cari ocelli eran più oscuri e 
più tristi che mai, e come un fine nastro san¬ 
guigno, era la bocca vostra senza sorriso.... al¬ 
lora, allora, io ho sentito frangersi il mio cuore, 
nel mio petto, di tenerezza, di compassione, 
di rimorso e vi ho domandato perdono, imi- 
strato dinanzi a voi, con l’anima riboccante 
di dolore, innanzi a voi, Ifigenia. Ifigenia, che 
rinunciale all’amore, che rinunciale alla gioia, 
clic vi votate, a un eterno sacrificio, voi ver¬ 
gine pura e voi madre dei vostri orfani fra¬ 
telli, delle vostre orfane sorelle, voi clic non 
conoscerete, mai, mai, nella vita, la soave ca¬ 
rezza dell’amore e il bacio incbbriantc della 
passione, o Ifigenia.... 

«Piango su voi, Diana: Dio vi dette un gran 
sangue e un gran nome, ma per [leccali che 
vi sono estranei, che voi ignorate, egli punì i 
vostri e voi, affliggendovi con la povertà : Dio 



vi donò mia beltà ammaliante c adornò la 
vostr anima, rendendola fulgente come una 
gemma sacra, ma vi tolse vostro padre e vo¬ 
stra illadre ; Dio vi concesse una (gioventù dolce 
e forte, insieme, ma vi affidò la sorte dei fra¬ 
telli, delle sorelle, die a voi si volgono e voi 
chiamano e voi dovete condurli, nella vita, a 
un destino di bene c di gioia. Piango, su voi, 
Anima cara, perchè il vostro sangue e il vo¬ 
stro nome vi costringono a non diminuirvi, a 
non discendere ; perchè, ahimè, la vostra bella 
e la vostra virtù debbon diventare, per i vo¬ 
stri, la fortuna che è loro mancata ; perchè la 
giovinezza vostra deve prendere il posto au¬ 
stero di coloro clic sparvero, perchè, pur¬ 
troppo, purtroppo, tutto di voi non è più vo¬ 
stro, è di casa Sforza, della grande casa Sforza, 
che languisce, che perisce, tutto di voi non vi 
appartiene, più, è dei giovani Sforza, è delle 
damigelle Sforza, che non possono, non debbo¬ 
no vivere nella mediocrità, bella oscurità, nella 
miseria ... Piango su voi, Diana, che di tulle 
le cose pure, alte, splendide onde siete ricca, 
nel vostro cuore e 'nella vostra persona, ve¬ 
nustà, fascino, grazia, gioventù, voi dovete fare 
una offerta sovra un altare crudele, a quel Dio 


maledetto ed esecrato da tutte le anime nobili, 
a quel denaro che è la forma del Male e del 
Bene, sulla terra, ma (per lue, per voi, è solo 
il Male, tutto il Male ! 0 mia Diana adora¬ 
ta, voi siete simile al giovinetto Giuseppe, 
della Bibbia, mercanteggiato e venduto dai 
fratelli.... 

«Piango su me.... Che sono io, mai, per voi, 
io, Paolo Ruffo, di Rieti, gentiluomo discen¬ 
dente da una casa antica assai, ma che è ve¬ 
nula perdendo, lentamente, la sua immensa 
ricchezza, la sua possanza sociale : una casa il¬ 
lustre che ha visto appannarsi il suo splendore, 
cosi, per ragioni misteriose e, forse, naturali ; 
che è decaduta non sino alla povertà, non sino 
alla ristrettezza, ma a una agiatezza borghese : 
che era alleata a tutte le grandi famiglie del 
patriziato romano, e che, a poco a poco, ha 
celebralo nozze sempre meno importanti e i 
cui due ultimi discendenti, Lisa ed io, non 
avremo famiglia, forse, preferendo la solitudine 
e la fine del nostro nome, a nozze meschine 
o grossolane ? Che sono io, mai, per voi, per 
chi vi circonda ? Una nullità. Che sono io mai, 
per voi, col mio povero amore, non sostenuto 
dalla forluna, dal fasto, col mio povero amore 



che ha tutto il suo vanto nella sua schiettezza, 
nella sua intensità e nella sua tenacia, che è 
profondo e ardente, questo amore e tutto ciò 
è vano, è inane, perchè è l’amore e nulla più ? 
Che cosa può fare, a voi, questo mio inutile 
amore, se non turbare, forse, col suo cupo la¬ 
mento, col suo grido di ambascia, la mesta se¬ 
renità del vostro sacrificio, che cosa può mai 
servire, alla vostr’anima, questo amor solitario 
e palpitante, di cui voi sentite, costantemente, 
intorno a voi, la vibrazione e ciò forse pesa al 
vostro animo, ebbro di una completa rinuncia ? 
Su questo povero, povero amore, io piango e 
su me stesso, su quest’uomo che ebbe una 
fortuna così dispari al suo nome e al suo po¬ 
sto, in società e che non sepipe accrescerla col 
suo sforzo, col suo lavoro : uomo debole che 
non seppe rompere il cerchio delle sue con¬ 
suetudini, in cui si è cullata e addormentata 
la sua volontà ; uomo fiacco che non sentì la 
responsabilità della vita, che non seppe crearsi 
una carriera, una reputazione, una ricchezza, 
magari strappandola agli altri, con la violenza 
del suo desiderio e della sua cupidigia. Ah io 
avrò attraversato la vita pensando, sognando, 
cercando solo di evitar il male, ma incapace 


— 78 - 


di fortemente fare il bene, io mi sarò sempre 
più abbandonato al sodilo, dove si chetavano, 
tacevano, le mie nostalgie, i miei rimorsi, i 
miei rimpianti.... Sino a clic una notte, una 
voce mi abbia risvegliato, dal mio sonno, «I 
abbia, a un tratto, esaltalo tutte le mie facoltà, 
in un sentimento di Ine più forte, c mi abbia 
messo innanzi all’alto bisogno di esser un uo¬ 
mo, di agire, di vincere, di farmi amare da 
voi, Diana, di avervi per mia sposa, per mia 
signora, per mia compagna e per mia amica, 
tutta voi, per me, per tutta la vita.... e io non 
so far nulla, non posso far nulla, Diana, per 
combattere e strappare il grande premio della 
villoria: io non ho nò energia, nè audacia: io 
non ho abbastanza denaro, sovra tulio, e non 
so guadagnarne e non so prenderlo agli altri, 
disonestamente : io non ho abbastanza denaro, 
per darvi una vita degna del vostro grado e 
della vostra lieltà : io non ho abbastanza de¬ 
naro, perchè voi possiate, mia sposa, rifare l’e¬ 
sistenza dei vostri, clic, da voi, la sperano e 
l’attendono.... li piango, vedete, come un uomo 
imbelle che sono, piango invece di tentare un 
colpo audace che travolga, altrove, la corrente 
del destino, piango come una infelice creai lira 



— 70 — 

oppressa da una potenza ineluttabile ; piango, 
invece di levarmi, di scuotermi, Idi ridere, di 
sghignazzare, su me slesso, sul mio lolle amo¬ 
re, che nulla poteva sperare da Diana Sforza c 
che diventa ridicolo, grottesco diretto a colei 
che sara lady Diana Montagli fra una selli- 
mana e partirà, con suo marito, e io non la 
vedrò più ! Non so voler nulla ; non voglio 
nulla ; tutti hanno ragione, contro me ; tutti» 
è giusto, contro me, perchè io ho dimenticato 
di vivere, ho dimenticato Idi agire, io sono un 
miserabile a cui non restano, nell’ora più an¬ 
gosciosa della sua vita, che le vili lacrime di 
una femminella del popolo.... vili lacrime bru¬ 
cianti.... vilissime lacrime.... 


« Paolo d. 



— 80 — 


« Roma, diciannove giugno.... 

« Diana, volete fuggire con me ? Volete voi 
abbattere, di un sol colpo, i veli bigi sempre 
più folli, che son saliti a cingervi, ad avvol¬ 
gervi, a celarvi, per sempre, raspollo della fe¬ 
licità ? Volete voi vivere e amare ed essere 
amala, come mai altra donna fu amata ? Fug¬ 
gite con me, Diana. Intorno a voi, che io non 
ho ancor riveduta, si sente il movimento delle 
vostre imminenti nozze e, ad ogni istante, io 
sobbalzo di angoscia e d’ira, per ogni nuovo 
indizio. Non importa ! Fuggite con me, do¬ 
mani. Nella notte di domani, Diana ! Fuggia¬ 
mo via, lontani, lontanissimi, ai confini del 
mondo, in tale incommensurabile distanza, che 
non ci giunga mai più, sino alla nostra morte, 
notizia della nostra patria e delle nostre fa¬ 
miglie. Domani notte, insieme, Diana ! To¬ 
gliete dal dito l’anello che vi ha dato quel 
vecchio, quello straniero e buttatelo via, co¬ 
me se fosse il cerchio infranto della vostra 
prigionia : non guardate nò i gioielli sma¬ 
glianti, nè le vesti nuziali, nò i doni squi¬ 
siti : non guardate più nulla, dietro a voi, 




- 81 


intorno a voi : guardale innanzi a voi, ove è 
l’amore, l’amore, Diana, l’amore che vi tende 
le braccia, per serrarvi e tenervi a sè, stretta 
sul cuore, per sempre. Diana, Diana, non rin¬ 
negate la vostr’anima e la vostra fede, dandovi 
a sir Randolph Montagu ; non distruggete il 
vostro cuore e la vostra coscienza, non infran¬ 
gete la coppa del bene, ove è la divina bevanda 
dell’amore : Diana, non rinunciate alla sola 
cosa nel mondo che ci fa più grandi di noi 
slessi, alla sola cosa che ci avvicina al cielo, 
alla sola cosa clic slancia le anime c i sensi 
fuori del grossolano involucro terrestre, l’a¬ 
more, Diana, l’amore, che è stato donato alle 
più umili, più semplici creature umane e voi 
sola, voi sola, dovreste rinunciarvi ? Diana, 
fuggiamo, domani notte, insieme. Non voltatevi 
indietro. Agite da anima libera : agite da cuo¬ 
re libero : cercate la vostra vita, dove essa è. 
Non vi voltate, non vi voltale ! Obblialc quello 
che foste, quello che siete : obbliate gli sterili 
doveri familiari : obbliate gli aridi obblighi 
sociali : obbliate tutti gli egoisti che vorrebbero 
far di voi la lor vittima : obbliate tutti costoro 
che sarebbero, domani, degli ingrati. La pa¬ 
rola che avete data, la promessa che avete 


SBitAO. Ella non rispose. 


fi 


fatta, tutto dovete dimenticare. Senza voltarvi 
indietro, uscite da villa Melville e venite, via, 
con un uomo che vi ama, che v’invoca, che 
vi vuole, che vi deve avere, perchè voi gli fo¬ 
ste destinata dal Signore, perchè tale è la Sua 
^ e fe r S e ; perchè io vi amo, perchè io ho, su voi, 
il sacrosanto diritto dell’amore. Diana, non vi 
condannate, da voi stessa, alle pene dell’infer¬ 
no, sulla terra : non dannate la vostr’anima : 
non sposate sir Randolph Montagli, non par¬ 
tite per ringhillerra, fuggite con me, che so¬ 
no giovane, che sono forte, che vi adoro, che 
vi rapirò, via, in un roveto ardente di pas¬ 
sione e voi nulla più saprete del tempo e 
dello spazio.... 

«Diana, domani notte, da mezzanotte in poi, 
tutta la notte, nella piccola via adiacente a 
villa Melville, un’automnhilc bruna vi atten¬ 
derà, sino all’alba, lo sarò colà, ad aspettarvi, 
tutta la notte. Lasciale trascorrer la serata: 
salutate il vostro fidanzato e uditene il passo, 
nel giardino, quando andrà via : salutate lady 
Melville e aspettate che ella si sia ritirala e 
coricata e addormentata. Quando tutto sarà si¬ 
lenzio, in villa Star , mettete un mantello sulle 
vostre spalle, un velo sulla vostra testa e al- 



- 83 - 


traversate la villa, con passo cauto : scendete 
in giardino e aprite il piccolo cancello, nella 
via Sallustiana. Io sarò colà, nelPautomobile. 
Partiremo subito ; fuggiremo a una velocità 
fantastica: saremo al mare, a un porto d’im¬ 
barco, in poche ore, quando ancora, a villa 
Melville, non si saranno accorti della vostra 
fuga. E niuno ci ritroverà, mai più.... Diana, 
nessuno vi ama, intorno a voi : non i vostri 
fratelli e le vostre sorelle che vi vendono, per 
aver il prezzo della vostra persona : non lady 
Melville, che vi dà a quell’uomo orribile: non 
lui, quel gelido c cinico vecchio ; nessuno, nes¬ 
suno vi ama e io solo vi amo, io solo vi ado¬ 
ro, e vi aspetto domani notte, per portarvi 
via, nelle mie braccia. Diana, venite a colui 
che solo vi merita ! 


: Paolo Ruffo». 


— 84 - 


« Roma, venti giugno.... 

«Vi ho cercata, alfannosamente, stamane 
dopo mezzodì, Diana, e non vi ho trovata, e 
non vi lio vista, mentre so che siete escita, 
stamane e dopo mezzodì, due volte, con lady 
Melville, con sir Montagli, e non vi ho incon¬ 
trata, e non so dove siete andata, dove, dove ? 
È per questa notte, Diana, che io vi aspetto, 
nella piccola via Sallustiana, all’angolo infe¬ 
riore di villa Star, in un’ automobile bruna, 
che sarà ferma, con lo chauffeur che fingerà di 
dormire.... È per questa notte, che voi dovete 
fuggire, con me, Diana, per non uccidere la 
vostr’anima e non deturpare il vostro corpo, 
sposando Montagli.... È per questa notte, che 
io vi attendo, che io vi attenderò, sino all’alba, 
che voi veniate a cadere, silenziosa e tremante, 
nelle mie braccia, sul mio petto forte, fido c 
fedele.... per questa notte, sino all’alba.... 


«Paolo». 




— 


-- 85 — 

« Stesso giorno.... 

« Diana, è già sera : fra poche ore saremo 
nel cuor della notte. Amore Inio unico, io spa¬ 
simo fra una divina speranza e una tremenda 
incertezza : fra poche ore, la mia vita e la mia 
morte saranno decise. L’uomo che vi ha por¬ 
tato, da ieri l’altro, le mie lettere, i miei bi¬ 
glietti, Vincenzo, il mio domestico, mi vede 
pallido e assorto c smarrito : nulla mi chiede, 
m’obbedisce, rapidamente, in silenzio : sa, ha 
compreso, sa che quest’ora è suprema : tace, 
mi guarda negli occhi, per servirmi meglio, 
più presto.... sa ! Diana, ricordate: nella pic¬ 
cola via Sallustiana, all’angolo inferiore del 
giardino Melville : dovete fare dieci passi, 
il uscendo dal cancello di servizio: Diana.... non 

so più che cosa dire.... non so più.... 


« Paoi.o ». 


86 


*« Ventuno giugno, mattina.... 

•Diana, vi ho attesa tutta la notte. Non sie¬ 
te venuta : non siete venuta ! Sono rientrato in 
casa mia, mentre il sole sorgeva : e ho chiuso 
le imposte, ho fatto l’ombra profonda, il gran¬ 
de silenzio, attorno a ine e ho invocato ii 
sonno, fratello della Morte, ed esso si è ab¬ 
battuto, su me, pesantemente, atterrandomi. 
Non siete venuta. Forse, avete avuto paura: 
forse, non avete saputo cscir di casa : forse, 
non avete trovato modo di aprirvi il passo, di 
schiuder le porte, senza rumore: forse.... Sta¬ 
notte, Diana, vi aspetterò novellamente, da 
mezzanotte all’alba, allo stesso posto, Diana, 
pietà di voi, pietà di me ! 


Paolo », 




Ventiline giugno, mattina.... 


«Nulla. nulla, nulla! Interminabile, ango¬ 
sciosa, Tollc, follo notte d’inutile attesa ! Io 
sono un pazzo. Solo un pazzo può pensare, 
volere, agire come ine. Da quando, mai, sono 
io un pazzo ? Forse, da tre giorni solamente, 
in una febbre di 'amore e di dolore che mi 
brucia le vene, c in questo delirio febbrile, io 
pretendo che voi rompiate le vostre nozze con 
sir Montagli, clic voi rinunciate alle sue ric¬ 
chezze, al nome suo, a una grande posizione, 
da tre giorni, sono pazzo, pretendendo che vi 
disonoriate, 'per me, fuggendo meco, voi che 
non mi amate. Da tre giorni ? Io, forse, sono 
. pazzo da quella sera, a Parigi, in cui lessi che 
vi maritavate e nulla più intesi e seppi, di 
tutto quello che mi circondava.... Da allora, 
soltanto? O, forse, sì, senza forse, io sono 
pazzo da quella sera fatale in cui vi udii a 
cantare, per la prima volta. Ah Diana, io son 
pazzo e non posso vivere senza Imi ridice, e non 
voglio vivere senza Euridice ! Diana, per la 
terza nolte, per l’ultiinu, io vi aspetterò, nello 
slesso posto, alle medesime ore, nell’automo- 


- 88 


bile : l’ultima notte. Se per l’alba Euridice non 
sarà venuta, se voi non venite a me, Diana, 
prima dell’alba, per fuggire meco, io, in quella 
via Solitaria Sallustinna, all’angolo del giardino 
di villa Sfar , mi tiro un colpo di revolver. 


« Paolo », 



« Roma, ventitré, giugno.... 


«Alle quattro antimeridiane di questa notte, 

10 ho guardato ancora il mio orologio, per la 
millesima Volta : sono escito dall’ automobile : 

11 inio chauffeur si era addormentato pesante¬ 
mente, 'dopo aver tanto vegliato: io ho cam¬ 
minato, un poco, avanti e indietro, nella de¬ 
serta via Sallustiana. Ero tranquillo, indiffe¬ 
rente, gelido nel sangue e nell’anima : guar¬ 
davo il icielo, donde mi dovea venir il termine 
fissato. A un tratto, i lievissimi chiarori del- 
l’alba, appena appena percettibili all’ occhio 
umano, salienti dall’orizzonte, laggiù, verso Ro¬ 
ma bassa, hanno armata la mia mano decisa 
e ferma. Chi, in quell’istante, mi ha chiamato 
nella mia vita interiore ? Qualcuno mi ha chia¬ 
mato: e io ho interrotto il mio gesto, intento, 
attento, se, di nuovo, la voce che non risuona 
alle orecchie mortali, ma che vibra nell’anima, 
ancora mi chiamasse. Ho levato gli occhi : e 
quello che non avevo mai visto, in tre lunghe 
notti di attesa, di ricerca, di spionaggio, at¬ 
torno a villa Star, quello che non avevo mai, 
mai scorto, spiando nel grande giardino om- 


HO — 


braso, spiando i veroni, i balconi e le finestre 
di villa Star, elio, sempre, cran siate chiuse 
e oscure, per tre notti, rpiello io ho scorto, 
nell’ istante in cui doveva finire questa mia 
odiosa, questa mia esosa vita. A quel minuto 
ultimo, un balcone del secondo piano, sull’an¬ 
golo di villa Star, sporgente su via Sallusliana, 
si era soffuso di un mite chiarore, come per 
una lampada interna, non troppo lontana ma 
velata. Era alto, quel balcone : i cristalli ne 
eran chiusi : ma la luce interna, tenue, nelle 
ombre ancora folte della notte, si delincava, 
precisamente. 11 Inio sguardo attirato da quella 
luce, con un’ansia misteriosa c crescente, il 
mio cuore che, quasi, non aveva più forza di 
palpitare, dopo tre notti di spasimo solitario, 
ha avuto come un sussulto di risurrezione : c 
io ho tremato, ho tremato come all’approssi¬ 
mazione di qualche grande cosa.... In quel¬ 
l’alone di luce, qualche cosa di più chiaro, di 
bianco, ma di più preciso, è apparso e si è 
venuto delineando, malgrado la lontananza : 
.era la vostra alta e snella persona, vestita 
di bianco : era il vostro volto bianco : eravate 
voi, Diana, che mi siete così apparsa, che 
avete appoggiata la vostra fronte al cristallo 






- 01 


nitido c clic siete rimasta, cosi, ciualche Idil¬ 
lio, non so quanto tempo, innanzi al mio 
sguardo vinto e avvinto. Io non polca dislin- 
gnere, se i vostri occhi fossero a me rivolti, 
se mi vedessero, mi guardassero: io non po¬ 
teva distinguere la espressione del vostro vi¬ 
so : io era così lontano, voi così in alto, la 
notte era così oscura, la luce della vostra ca¬ 
mera così fievole e il cristallo del balcone così 
scintillante : solo le linee del vostro caro volto, 
solo le linee della vostra cara persona, e, an¬ 
che, soffuse nella luce interna, vaporose, sfu¬ 
male, ini riempivano gli occhi e riempivano di 
voi tutti i miei sensi, tutte le mie fibre, tutto 
il mio animo sospeso e preso. Quanto, quanto 
tempo è durata questa penetrazione soave, dol¬ 
ce, forte, possente, che voi avete fatta, in me, 
da lontano, nella notte tragica, voi, fantasma 
vanente dietro un cristallo, in me uomo di 
nervi e di sangue c di carne ? Come in un 
sogno, a nn tratto, la visione vostra si è ar¬ 
retrata, è sparita : la luce si è fatta anche 
più fievole, come se si allontanasse: è sparita. 
L’alba era sorta : e io era salvo dalla morte, 
per voi. 

Diana, io, ora, so che non mi amate : ma 


so che avete avuto di me una irresistibile 
pietà. So, son certo, clic non mi amate, per¬ 
chè non siete stata scossa, turbata, vinta dal 
mio violento desiderio di passione, di ebbrez¬ 
za, perchè voi avete resistito al torrente im¬ 
petuoso del mio amore, che voleva travolgervi : 
ma so, son certo, che il mio delirio amoroso 
ha intenerito la vostra sensibilità : so che non 
mi amate, ma che credete nella forza del mio 
amore : so, dunque, che avete creduto alla 
mia volontà di morte e non avete voluto che 

10 morissi. Diana, se ancora pochi minuti voi 
aveste tardato, quello che io avevo promesso, 
alla mia disperazione, era compiuto : ancora 
pochi minuti e le guardie notturne, rientrando., 
stanche e sonnacchiose, sarebbero inciampate, 
nella fredda luce mattinale, in un cadavere, 
là, in terra, giacente poco lontano dal giardi¬ 
no di villa Star e il mio chauffeur risvegliato, 
smarrito, nulla avrebbe saputo dir loro. Ma i 
minuti estremi non eran trascorsi e come se 

11 aveste contati, uno per uno, voi, lontana, 
voi, distante, voi, estranea, voi che non mi 
amale e che non mi conoscete, voi che non 
mi parlerete mai e la cui mano non si sten¬ 
derà mai a topcare la mia, voi siete compar - 


sa, quando la Morte era già dietro la mia 
spalla e stendeva la mano su me : e voi avete 
distolta quella mano, solo comparendo dietro 
un cristallo, con la vostra fronte pensosa, di 
cui io ignoro il pensiero, coi vostri occhi tri¬ 
sti di cui non so il segreto, con la vostra 
bocca serrata di cui non vedrò, forse, mai il 
sorriso. Voi non mi amate : ma, voi, per pietà 
di una povera creatura ujmana, giunta, spinta, 
sospinta dalla sua volontà tragica, al passo 
estremo, voi, solo per compassione, avete vin¬ 
to la morte. Io sono salvo : io sono vivo : io 
vi amo : ma la mia profonda commozione, 
per voi, è tutta fatta di una incomparabile 
tristezza. 

«Diana, la vostra bontà è un prezioso te¬ 
soro, una delle tante gemme smaglianti di 
cui si abbellisce la vostr’anima. È a questa 
bontà elio io debbo di respirare ancora, di ve¬ 
dere il sole, di pensare, di vivere: solo a que¬ 
sta bontà. Per essa, voi avete obbliato che que¬ 
sti giorni sono gli ultimi della vostra esistenza 
incerta, penosa, povera e che, fra due giorni 
— due giorni, due ! — tutta la vostra sorte 
sarà mutata ; per essa, Diana, voi avete scor¬ 
dato le feste clic già vi circondavano, le grandi 





- 94 — 


feste che vi si preparano ; per questa bontà, 
voi avete dimenticato che, di un colpo solo, 
la Fortuna vi mette in cima a ogni più alto 
desiderio realizzato, li avelie vegliato, una in¬ 
tiera notte, voi, Diana Sforza, la fidanzata di 
sir Randolph Montagli, la sua sposa di do¬ 
mani — dopodomani ! — avete vegliato per 
Paolo Ruffo, il vostro folle innamorato, uno 
sconosciuto, un passante ; avete vegliato per 
colui che soffriva, che soffocava le sue grida 
e i suoi gemili da tre notti, clic agonizzava, 
nella terza notte, laggiù, nell’ombra, nella so¬ 
litudine, serrando i denti, serrando i pugni, in 
fondo alla sua automobile : voi, Diana, stella 
mattutina, vergine purissima, avete vegliato, 
non nella veglia della fidanzala felice e tre¬ 
mante di speranza, ma nella veglia di chi sa 
che, di ora in ora, la Morte si appressa a 
qualcuno, vicino. Avete vegliato, perchè Paolo 
Ruffo, clic non vi è niente, che non vi sarà 
mai niente, non morisse : per esso, voi avete 
tenuto l’occhio sulla sfera dell’orologio e vi 
siete levata, e siete apparsa, e avete guardalo, 
nella via, cercando l’ombra nell’ombra e ap¬ 
parendo, solamente, avete riannodato il filo 
della mia vita. Per la bontà vostra, io vivo.... 




— or> — 

Ah Diana, Diana, elio grande cosa è la bontà : 
ma esisa è nulla, nulla, nulla per l’amore ! 

« Io tremo di emozione, benedicendovi : io 
ricorderò sempre la grande veglia, in cui la 
pietà vi ha tenuta desia e vigile, vi ha dato 
il modo di compire un miracolo, solo con la 
vostra presenza di fantasma, con la vostra 
presenza aerea : ricorderò, sempre ! Ma nulla 
eguaglia, in questo giorno, la mia tristezza. 
Voi avete spezzata la mia volontà di morte : 
e di questa misera vita, senza voi, io non so 
che fare : e di me, misero, senza voi, io non 
so che accadrà. Siale sempre esaltata, o crea¬ 
tura di ogni bontà : ma io non posso più mo¬ 
rire e senza Kuridice non posso vivere.... 


«Paolo Ruffo ». 



« Roma, ventiquattro giugno.... 


«Dice il mendicante, sulla via pubblica, ira 
un piccolo gruppo di curiosi, che aspetta 1 u- 
scila degli sposi dall’Ambasciata inglese e an¬ 
che il mendicante clic è lì, da due ore, se¬ 
guita ad aspettare e pensa e più che pensare, 
conta, misura, calcola, dice questo smorto e 
tacito mendicante, clic supputa delle cifre, nella 
sua mente, fissa in un sol pensiero : « Quanto 
può valere la veste di crespo roseo, coperta 
da una tunica di prezioso merletto bianco e 
stretta alla persona da un gallone orientale, 
d’oro e di argento, questa veste squisita e 
sontuosa con cui, ora, poc’anzi, donna Diana 
Sforza, è entrata, nell’Ambasciata inglese, pei 
isposare, civilmente, sir Randolpli Montagli c 
ne verrà fuori al suo braccio, fra poco, forse, 
diventata lady Diana Montagu ? Quella veste 
non può costare meno di mille lire. E quel 
filo di perle che donna Diana Sforza aveva al 
collo, un sol filo di grosse perle, stretto sul 
soggolo di velo bianco clic le covriva il petto e 
il collo e dietro, mi pare, fermato da una fib¬ 
bia rotonda, uno smeraldo circondato di bril- 


lauti ? Quel filo non può valere meno di otto 
o diecimila lire, insieme al fermaglio. E gli 
orecchini di smeraldi, circondati di brillanti, 
così larghi clic parea facessero curvare il bel 
viso, per il loro peso, quelli non possono co¬ 
stare meno di cinquemila lire. E ho visto luc¬ 
cicare, anche, sui guanti bianchi dei braccia¬ 
letti carichi di gemme preziose, come lucci¬ 
cava, anche, il pomo dell’ombrellino di mer¬ 
letto bianco, quell’ombrellino che ella, nella 
carrozza, teneva un po’abbassato, un po’troppo 
abbassalo, per non l'arsi scorgere dalla gente, 
in via Venti Settembre.... Tutto ciò, braccia- 
letti scintillanti, pomo d’ombrello luccicante, 
doveva valere, almeno, due o tremila lire. 
Chi sa quali anelli mirabili, per le pietre pre¬ 
ziose, per la fattura, adornavano le mani di 
donna Diana Sforza : ma ella aveva i guanti e 
io non li ho visti gli anelli e non posso valu¬ 
tare quanto costassero.... Ora, lassù, per fir¬ 
mare l’alto nuziale, con cui ella diventa lady 
Montagli, donna Diana toglierà i suoi guanti e 
mostrerà le sue candide mani, su cui, forse, 
si aggravano gli anelli più ricchi di pietre mi¬ 
rabili. Chi sa se il suo volto non sia anche 


SERA.O. Ella non rispose. 





!IK - 

più bianco «Ielle sue mani, menli'c si curva, 
lassù, nel salone dell Ambasciala, a firmare: 
ella aveva un volto cosi bianco, così traspa¬ 
rente nella sua bianchezza, come non ho visto 
mai. mentre entrava nel vestibolo dell’Amba¬ 
sciata, e io, da mendicante ostinalo e audace, 
ero giunto fin quasi allo scalone, per vederla 
meglio ! Non ho visto i suoi occhi, nascosti 
sotto l’alterigia delle sue palpebre socchiuse : 
lio visto, solo, l’oriente lucido delle sue perle 
magnifiche e il raggio verde degli immensi 
smeraldi, alle sue piccole orecchie : quindici- 
mila o ventimila lire, tutto insieme. 

«—Le due sorelle di'donna Diana — se¬ 
guila a dire, il mendicante, che è stato ricac¬ 
ciato nella via Venti Settembre, cortesemente 
ma fermamente, dal portinaio dell’Ambascia¬ 
ta inglese — sono molto vezzose: una, Oliva 
Sforza, ventenne, pare, è una bruna dal viso 
«l’un avorio vivo, colorito di salute e di gio¬ 
vinezza : l’altra, Anna, che avrà forse quindici 
anni, è una bionda dai capelli che vanno al 
rosso, dalla carnagione lattea, dagli occhi sin¬ 
ceramente azzurri : ambedue hanno quella per¬ 
fetta distinzione di linee, di attitudini, di gesti, 
della loro antica razza, del loro bel sangue. 



ili) — 

Le loro loilrtlcs, uguali, poiché esse erano, 
all’uso inglese, le (laminile <li onore della loro 
sorella, erano in crespo bianco, molle, con ri¬ 
cami fini in argento : sulle loro teste giova¬ 
nili ermi posati dei grandi cappelli, coverti di 
leggere, volitanti piume bianche: avevano dei 
sauloirs di oro e perle sul pelto e delle sciarpe 
di crespo, che si gonfiavano, come ali, sulle 
loro persone. Questi due vestiti, certo, non 
potevano costare, coi cappelli, coi gioielli, con 
gli ombrellini, meno di cinquecento lire ognu¬ 
no : e pare, cioè, non pare, è certo, che sono un 
dono dello sposo, sir Randolph Montagli, alle 
sue giovani cognatine. I due fratelli di donna 
Diana, Fabio e Piero Sforza, erano, anche, nel 
corteo : uno ha diciassette anni, l’altro tredici. 
Molto graziosi, molto seri, ambedue : ed ele¬ 
gantissimi, poi ! La madrina della sposa, lady 
Roselyne Melville a cui dava il braccio lo 
sposo, sir Montagli, era maestosa, nella sua 
veste sontuosa di broccato violetLo : portava, 
addosso, un centomila lire di gioielli, come 
han detto, nel cortile dell’Ambasciata, gli 
astanti, clic la conoscevano, che lo sapevano : 
dopo, il mendicante è stato pregato di uscir 
fuori e nulla lia potuto udire, più. Però, prima 


j (XI 


(li esser messo gentilmente allo porta, come 
meritava, in fondo, perchè un mendicante non 
ha nulla da fare, in un corteo di sposi immen¬ 
samente ricchi, fra la sposa, le sorelle, la ma¬ 
drina. cariche di gemme singolari, in un lusso 
possente e innumerevole, questo mendicante 
ha pollilo squadrare e non brevemente lo 
sposo, lira di una suprema eleganza inglese, 
sir Randolph Montagli: indossava un costume 
hlcu scurissimo, e la sua redingote dal taglio 
perfetto, aveva i bottoni di oro : il suo pan¬ 
ciotto era bianchissimo: la sua cravatta era di 
un raso grigio argento, legata e annodala ar¬ 
tisticamente, con una grossa perla nera, come 
spillo : i suoi guanti erano di un giallo pallido, 
opaco. Così pare ci si sjkisì nel peerage d’In¬ 
ghilterra. Il suo volto era più rigido, più pie¬ 
trificalo che mai : i suoi occhi di un colore 
metallico azzurrino, erano freddi e fieri : i 
suoi gesti rari c composti. Egli ha cinquanta- 
sei anni : ma, poc’anzi, in quella penombra del 
cortile ne mostrava sessanta, giusto trenta- 
cinque anni più della sua sposa. E il mendi¬ 
cante seguita, seguita a calcolare, nella via, 
dove già la gente si dirada, dove egli rimane 
solo, ad aspettare, perchè è un mendicante te- 



- 101 - 


nacissimo e audacissimo, ad aspettare che lady 
Montagli infine riappaia.... 

« Quando riapparirà, lady Montagli, non solo 
ella non sarà più la signorina Diana Sforza, 
ma ella non sarà più povera. Sir Randolph 
Montagli lia centocinquantamila lire 'di rendita 
c questa sua gran fortuna gli Farà fare dei 
l»assi anche più rapidi, in diplomazia: fra po¬ 
chissimi anni sarà ambasciatore c, quindi, am¬ 
basciatrice lady Montagli. Egli possiede, in 
Inghilterra, un castello, nel Sussex, Montagli 
Gasile : egli possiede una vasta casa di cam¬ 
pagna Springfield Court, presso G.helmsford ; 
egli ha terre, boschi, stagni, mulini: egli ha 
una collezione rarissima di stampe ; egli ha 
cavalli e cani magnifici, laggiù, nel suo paese. 
Naturalmente, (piando è in Roma c a Berlino, 
per il suo il Micio diplomatico, il suo lusso è 
quello di mi ricco straniero in viaggio: in In¬ 
ghilterra assume quciraspetln impressionante 
delle grandi case di laggiù. In quest’ora, dun¬ 
que, la fidanzata nobilissima, bellissima e po¬ 
verissima, Diana Sforza, detta Euridice dal 
mendicante, nel suo accesso di frenesia amo¬ 
rosa, diventa una grande dama straniera, con 
una rendita grandissima, che è di suo marito, 





— 102 — 

è vero, ina di cui ella dispone, per una forte 
parte, liberamente, per sè, per i suoi, senza 
doverne dar conto: tanto ella deve alla magni¬ 
ficenza signorile del suo sposo. Quando ella 
sarà in Inghilterra, volta a volila, una sua so¬ 
rella, un suo fratello, saranno suoi ospiti ; chi 
sa che, in queste dimore, costoro non trovino 
da appoggiare anche più fermamente la loro 
vita personale. (Ili inglesi sono amici c pro¬ 
iettori impareggiabili, quando diventano amici 
e protettori. La casa Sforza, di Perugia, clic 
era perduta, ritorna al suo antico splendore: 
Oliva e Anna Sforza, Fabio e Piero Sforza so¬ 
no, di nuovo, dei signori,, oltre il loro nome e 
oltre il loro sangue.... Quanto è mortalmente 
pallida questa sposa, nella sua veste troppo 
rosea per il suo pallore, mentre discende lo 
scalone dell’Ambasciata, maritala, ormai, al 
braccio di suo marito, sir 'Muoiagli ! (Ili sposi 
discendono con lentezza,avanti a tulli gli altri: 
lady Montagli appena appoggia la sua mano 
sinistra, nuda del guanto, sul braccio di sir 
Montagli : questa mano è meno pallida del suo 
viso, sotto il suo cappello piumato di teiiui 
piume rosee : e i due non si guardano, non si 
parlano.... Vede, vede lutto, il mendicante 








dalle guance roventi per tutlo il suo sangue, 
clic è, in un fiotto, salito al suo cervello, il 
mendicante dagli occhi ardenti come brucia : 
ludi/ Diana lascia pendere la mano destra lun¬ 
go il suo vestito e il fascio di fiori d’arancio 
pende, quasi cade dalle dita che appena lo 
rattengono : un ramoscello di fior d’arancio è 
all’occhiello di sir Randolph Montagli.... Egli 
è il marito, il signore, il padrone di Diana 
Sforza. Vorrebbe, vorrebbe gridare, gridare al¬ 
tamente, clamorosamente, il pazzo mendican¬ 
te, gridare Euridice, con un urlo che rintroni 
sino al cielo e faccia volgere il viso alla pal¬ 
lida e tacita sposa. Ma ninna voce esce dalle 
labbra del mendicante: ma la pallida sposa 
non trasalisce, non si volge, non si vuole 
volgere. Ella sa, sa che il mendicante è lì : 
ma ella non può largii, oramai, più nessuna 
elemosina.... 

«E vada sulla sua via larga e luminosa, la 
bellissima sposa, il cui volto è pallido come 
per morie, i cui ocelli nulla voglion guardare, 
le cui labbra non sanno più schiudersi al riso ; 
vada sulla sua via, ove troverà i più delicati 
piaceri, i più vibranti godimenti, le gioie più 
squisite, che la consolino del suo cuore gelido, 


- 104 - 


della sua anima gelida, della sua vita senza 
amore : vada e goda e dimentichi e si esalti 
nelle feste della vanità e dell’ambizione ; e di¬ 
mentichi il mendicante che ella lascia, con¬ 
fitto a un angolo di via, misero, derelitto, senza 
più coraggio di morire, senza più coraggio di 
vivere. Dimentichi lady Montagli, la superba 
dama straniera, (piando sotto la piccola corona 
scintillante, sotto le tre piume bianche, ella si 
siederà, a Corte, sovra uno sgabello, accanto 
ai re che discendono dai Plantageneli e le 
parrà di esser al fastigio della sua fortuna, 
dimentichi che quando ella era solo Diana 
Sforza, ed era bella ed era povera e così ap¬ 
passionatamente cantava, in una notte di pri¬ 
mavera, un uomo le dette la sua anima e il 
suo sangue, cosi, per amore.... dimentichi il 
mendico, Paolo Rullo. Come Issione, costui, 
folle, ha cinto con le. sue braccia una nuvola, 
credendola una forma umana, credendola una 
donna, e. la nuvola è svanita e. le braccia 
stanche d’Issione ricadono, vuote, ed è vuoto 
il suo cuore e tutto è vuoto, intorno a lui. 
Vada, vada, si allontani, sparisca la pallidis¬ 
sima sposa, senza voltarsi indietro, senza vo¬ 
lersi voltare, preferendo obbliarc, ohbliarc pre- 



- 105 — 


sto, obbliare subito che, nella folla, nell’om¬ 
bra, nel silenzio, rimane colui che seppe solo 
amarla : vada, sparisca come ha fatto, un’ora 
fa, sparisca per sempre dalla esistenza di que¬ 
sto miserissimo. Nessuno sa bene se Euridice, 
che cedette all’appello di Plutone, avesse mai 
amato Orfeo, che tanto l’amava: nessuno sa 
bene se, forse, ella non preferisse il bruciante 
Inferno c il suo Re rosso, c le ricchezze fan¬ 
tasiose sotterranee, al poeta tenero e profon¬ 
do, al paesaggio idilliaco di Grecia. Ella si 
volse indietro, Euridice : c restò con Plutone. 
Nessuno lo sa, se ella avesse inai amato Or¬ 
feo. Io lo so: Euridice non amava Orfeo. E il 
resto è silenzio. 


« Paolo Ri i i o ». 





» Roma, vcntisei giugno. 


«Le mie energie sentimentali fiaccate, le 
mie forze morali vinte, i miei sensi smarriti 
non mi hanno permesso, o Creatura del mio 
sogno, o Signora della mia vita, ili assistere 
alle vostre nozze religiose. L’uomo è un po¬ 
vero essere caduco : talvolta, in un lurorc di 
amore o di odio, egli si sorpassa : ma, subito, 
paga lo scollo della sua superbia lugace. La 
settimana di passione che io lio trascorsa, in 
una lebbre clic ha bruciato il mio sangue, 
questa settimana in cui ho credulo toccare la 
felicità suprema, portandovi via, meco, i>er 
sempre e in cui, invece, ho sfioralo, con la 
mia, la mano della Morte, questa settimana 
alla e terribile, in cui amandovi come giam¬ 
mai, più, nessun uomo vi amerà, nel mondo, 
come celilo uomini presi insieme non salireb¬ 
bero amarvi, vi ho perduta, sotto i miei occhi, 
vi ho perduta, dai miei occhi, questa setti¬ 
mana ha devastata tutta la mia esistenza, lo 
sapeva, ieri, sapeva clic stamane e oggi, due 
volte, voi vi sareste unita, religiosamente, a 
sir Randolph Montagu, la prima volta per lui, 



che è anglicano, che resta anglicano, nella 
chiesa inglese di via Nazionale, e la seconda 
volta, piò tardi, per voi, clic siete cattolica, 
che restate cattolica, in Santa Maria Maggiore, 
nella nostra grande basilica. Tolto sapevo : ma 
non ho avuto stamane, nè la forza fisica nò il 
coraggio inorale di sollevarmi dal canapè, ove 
ero gittate), situilo, per ore c ore, solo, chiuso 
nella mia camera, in Ipenombra, Senza dormire, 
senza sognare, senza pensare, immerso in un 
mare senza fondo di tristezza, senza lacrime, 
senza singulti, senza gemili. Sapevo che l’ora 
pesante sul mio capo e, puri: fuggente, vi to¬ 
glieva a me, per sempre, .saj>evo che l’ora di 
questo fatai giorno, il secondo, faceva sparire 
Diana Sforza dalla mia vita, l’allontanava, per 
sempre, da ogni mia speranza e da ogni mio 
desiderio : ma non avevo più nè slancio amo¬ 
roso nè sodio di volontà, che mi spingessero 
verso la maestosa basilica, a scorgervi, nelle 
vostre vesti candide, sotto il vostro velo bian¬ 
co, inginocchiata dinanzi all’altare, stendente la 
mano nuda all’anello nuziale. Nel mio stupore 
doloroso, spente tutte le mie facoltà, ho ap¬ 
pena potuto, a tratti, immaginare la scena mi¬ 
stica, per cui Iddio istesso, nella sua miste- 



— 108 — 


riosa volontà, vi toglieva a me: c tulio si con¬ 
fondeva nella debolezza della mia mente esau¬ 
sta. E tutto era inutile, anche : tutto era inu¬ 
tile, persino il mio dolore solingo, deserto, 
inconsolato : tutto era inutile, anche il mio 
folle amore: e voi, ieri, nel vestibolo dcH’Am- 
baseiala inglese, passando al braccio di vostro 
marito, come un fantasma, con ocelli senza 
sguardo, non volgendovi a me, non volendo 
volgervi, volendo cominciare, con quei passi, 
una via infinita c da me lontana, senza salu¬ 
tarmi, senza conoscermi, mi avevate detto che 
lutto era inutile, in me, l’amore, la passione, 
il dolore, la disperazione. Perchè amare, per¬ 
chè soffrire, perchè spasimare V lo non sono 
venuto in chiesa, per soIVrir solo, per spasi¬ 
mar solo, finché si consumasse la mia vita o 
il mio dolore.... 

«Ma l’aereo appello clic sembra una voce 
del cielo, ma l’appello intcriore che pare venga 
da una voce profonda, senza parole, che ini 
fa trasalire, ogni volta, sino alla radice della 
mia anima, ha, a un tratto, scosso la mia de¬ 
bolezza mortale, mi lia tolto al silenzio e al¬ 
l’ombra della mia camera deserta, della mia 
casa deserta e mi ha spinto e sospinto nella 



via, «il ora la. (ionie un trasognato, ma in 
preda a una suggestione invincibile, io mi sono 
avvicinato alla grande automobile da viaggio 
che era ferma, innanzi al cancello aperto di 
villa Melville. Lo chanffeur e un domestico ag¬ 
giustavano delle borse da viaggine degli scialli, 
da uno sporidio aperto : all’altro sportello,era¬ 
vaie terma, voi, in piedi, tutta chiusa in un am¬ 
pio mantello da viaggio, leggero, di un grigio 
plumbeo: sul vostro capo una tocca di velluto 
nero, serrala da un velo di merletto bianco, ad 
arabeschi. Kcavale sola, attendendo, con le 
mani guantate di bianco, appoggiate sul vostro 
ombrellino da viaggio : eravate sola e avevate 
la persona volta verso me, che mi avanzavo. 
E, allora, mi avete guardato, a lungo, come io 
vi ho guardato, a lungo, immobile, io, a po¬ 
chi passi : e ho visto quello clic non dimen¬ 
ticherò mai, nella mia vita, che rivedrò, nel¬ 
l’ora della mia morte e morrò tranquillo. Nei 
vostri occhi fieri e tristi, due grandi lacrime 
sono apparse, hanno coverto il vostro sguardo 
che ini fissava, sono sgorgate, si sono sciolte 
sulle vostre guance delicate e il vostro velo 
se ne è imbevuto e si è attaccato alla vostra 
pelle. Avete pianto, Diana, guardandomi: 




— 110 


pianto così, semplicemente, Icalmciile, nohil- 
incnlc, 11011 celando le voslre lacrime, lascian¬ 
dole scorrere, due grandi lacrime, non asciu¬ 
gandole, lasciando clic bagnassero il vostro 
viso. Io volea gill'armi ai piedi vostri, nella 
via, per baciar l’orlo del vostro vestilo: ma 
vostro marito, vestito da viaggio, è giunto, 
dalla villa Melville, più rigido c più glaciale, 
clic mai. Avete volto il capo c il viso, ove si 
cran disseccate le lacrime e siete partila, con 
lui, senza più. Clic importa? Avete pianto, 
Diana: sulla vostra gioventù, sulla vostra bel¬ 
lezza, sul vostro esilio, sul vostro sacrificio, 
avete pianto : sopra ogni cosa cara, la patria, 
la famiglia, l’amore, avete pianto. E solo quan¬ 
do mi avete scorto, infine, sono ascese dal cuo¬ 
re agli occhi vostri, e sono sgorgate, le due 
grandi lacrime ; come se io solo fossi degno di 
vedere il vostro dolore, come se io solo po¬ 
tessi intenderlo e compatirlo, come se io solo, 
di lontano, in silenzio, potessi pianger icon 
voi. Diana, non posso dimenticarvi: Diana, 
non posso non amarvi : Diana, vi amerò tutta 
la vita. Voi avete pianto ! 


Paolo Hi !ito . 






Parte Seconda. 

Love's Filarini 

(Pellegrino d'amore). 





1 


- 113 - 



« Roma, trenta giugno.... 

Caprarola, Caprarola ! Cinquanta chilometri 
dividono Roma da codesto storico castello di 
Casa Farnese, sulla via eli Viterbo, ove voi 
passate i primissimi giorni della vostra luna 
di miele, o lady Montagli: e in un’ora di auto¬ 
mobile, volando sulla via fra la gran campagna 
romana, io potrei raggiungervi, cercarvi, aspet¬ 
tarvi c, forse, forse, vedervi, o sposa novella : 
e intanto io son confitto, qui, immobile c fre¬ 
mente, come se gli oceani ci dividessero ; c 
intanto io son condannato, qui, a una furente 
solitudine, in cui tendo le braccia al cielo, 
imprecando sulla mia sorte, ahi, vanamente ; 
e intanto io son dannato, qui, a rodermi di 
collera, a piangere di collera, gridando verso 
voi, chiamando cento volte il vostro nome, 
(/urlio eli una volta , gridando verso codesto 
castello che vi tiene, che vi serra, Caprarola, 
Caprarola ! Come è, dove è, che è questo an¬ 
tico castello dove egli vi ha portata, via, per 
quanti giorni, per un mese, non so, non so? 
È la dimora, da tre anni, del grande pittore 
inglese Temperley, suo amico, non è vero, una 


Skrao. Fila non rispose. 


8 



casa che Tcmperley non abita più. da un anno, 
c che gli ha ceduta, in atto di ospitalità, per 
qualche giorno, por quanti giorni, per un mese, 
o per quanto tempo. Dio mio. Dio mio ? Ca- 
prarola. nome fantastico, nome terribile, che 
balza nella mia mente, che sobbalza nella mia 
anima, e clic ha acceso il mio sangue di un 
fuoco inestinguibile, Caprarola, come è, questo 
castello tetro, forse, questo castello tragico, 
forse, dove qualcuno deve esser morto orren¬ 
damente, dove qualche tenera donna deve es¬ 
sere stata sgozzata, nei tempi antichi, dove 
qualche spaventoso delitto deve aver macchiato 
di sangue qualche sua camera, dove le urla di 
un morente debbono, per sempre, aver turbato 
gli echi dei suoi saloni principeschi : Capraro¬ 
la. nome di morte, per me, mentre bruciano le 
mie vene, per il flutto del sangue troppo caldo 
che pulsa al mio cuore, che pidsa al mio cer¬ 
vello.... Caprarola, come c, come è, ditelo, o 
Iddi/ Montagli, ditelo, o sposa novella, come è 
questo nido singolare delle vostre nozze, come 
è la stanza delle vostre nozze.... Maledetto, in 
eterno, questo nome, questo castello, maledet¬ 
ta, in eterno, questa stanza e le sue nozze: e 
in eterno, maledetto il mio amore e la pazza 



— 115 — 


gelosia clic mi tortura le viscere, la pazza ge¬ 
losia che, d ! un tratto, ha scatenato i miei 
sensi, clic torce i miei nervi, pensando che 
voi, costà, lady Montagli.... costà.... maledet¬ 
to il primo uomo che baciò sulla bocca la 
prima donna e tutta l’umanità poi nc fu av¬ 
velenala.... 

«....se io venissi, costà, che accadrebbe? 
Che potrebbe accadere ? Io sarei, forse, subito 
scoverto da costui che io odio, che io detesto, 
che io maledico, con tutte le mie forze. Egli 
mi conosce. Io son certo che egli mi conosce. 
Troppe volte io ho stretto i cerchi della mia 
passione, attorno a voi, perchè egli non ne 
sappia qualche cosa : troppe volte egli mi ha 
scorto, nella via, fermo, aspettandovi, perchè 
io sia, per lui, un semplice passante ; troppe 
lettere io vi hò scritto, perchè, almeno, egli 
non ne abbia visto giungere, una, due, varie, 
forse, nelle vostre mani. Randolph Montagli 
mi conosce. È inglese, è riservato, è diplo¬ 
matico, è superbo : non ha mai dato segno di 
accorgersi di me. E, allora, anche, era un fi¬ 
danzato, non aveva nessun diritto legale, di 
riconoscermi, di affrontarmi, di allontanarmi 
violentemente. Ora.... è un marito, ha tutti i 


— 116 — 


diritti, può uccidermi, può uccidervi, mentre 
noi non siamo amanti, mentre voi non mi 
amate, mentre voi siete pura e io son dispe¬ 
rato per amor vostro, e io muoio di gelosia 
per questo vecchio, per questo inlame vecchio 
clic vi possiede, che possiede la vostra giovi¬ 
nezza. la vostra bellezza. Se venissi a Capra- 
rola, se egli m’incontrasse, in quei dintorni, 
forse, verrebbe a ine, per insultarmi c per uc¬ 
cidermi. Se io partissi, fra un’ora, in automo¬ 
bile, e mi fermassi sotto le vostre finestre, a 
Caprarola. per provocarlo, quest uomo, pei 
provocarlo a sangue, per fargli credere che noi 
siamo d’accordo, che voi siete una perfida 
creatura, che voi siete impura, egli, certo, 
certo, furibondo, mi ucciderebbe. Che immenso 
favore, mi farebbe, sir Montagli ! Ma la vostra 
anima sarebbe offesa da un incancellabile so¬ 
spetto . e la vostra veste nuziale sarebbe mac¬ 
chiata di sangue. Non posso farmi uccidere 
da sir Randolpb. Non delibo venire a Capra¬ 
rola, dove voi passate i maggiori giorni di eb¬ 
brezza delle vostre nozze, cara sposa. Siete voi 
ebbra di amore ? Delirate voi 1 Ah che io sento 
la febbre del delitto velar di sangue i miei 
occhi e io penso clic se v incontrassi, oggi, 





117 — 


in questo momento, io potrei uccidervi, lady 
Diana ! Uccidervi, sì : uccidere codesto magni¬ 
fico corpo di beltà e di gioventù, uccidere 
perchè egli non vi abbia più, perchè egli non 
vi tenga più, perchè egli non s’incbrii più di 
voi, dei vostri baci, delle vostre carezze.... Ah 
clic lui solo, lui solamente dovrebbe morire, 
egli solo, il colpevole, il ladro, l’assassino, 
sir Montagli.... se morisse, se morisse, per un 
accidente, per una disgrazia, se lo uccidessero, 
che gioia, che folle gioia, lady Diana, perchè 
io correrei a prendervi, a rapirvi, a sposarvi, 
a farvi mia, mia, tutta mia. non più sua, mia, 
mia.... 

«....potrebbe, forse, egli, non vedermi, se 
io venissi costà ? Se sapessi esser cauto, se co- 
desto paese si prestasse — ma vi è un paese, 
intorno a Caprarola ? lo non so, non so ! — a 
nascondermi, se potessi prima farvi giungere 
questa mia lettera, o un biglietto qualsiasi, 
avvertendovi della mia segreta presenza, in¬ 
torno a voi, se potessi riescire, in questo piano 
astutissimo, con mille precauzioni, io vi vedrei, 
forse. Diana, io potrei rivedervi, Diana, io che 
spasimo da quattro giorni, di amore, di ge¬ 
losia, io vi vedrei, io mi disseterei alla vostra 




visla. io calmerei questo fuoco (lei mio sangue, 

10 ritroverei qualche istante di calma, di se¬ 
renità. di estasi, Diana, se vi vedessi, se uno 
sguardo vostro mi giungesse, come l’ultimo, 
quello velato di lacrime, l’ultimo che franse 
nell’amore il mio cuore, l’ultimo che franse 
nell’amore la mia volontà ed io tornai ad 
amarvi, ad adorarvi, perchè avevate pianto ! 
Se venissi, se venissi a Caprarola, amor mio 
unico ? Io muoio, perchè voi siete di un altro, 
Diana.... Ma voi siete di un altro, e io non 
so come inviarvi questa mia lettera, o qual¬ 
siasi altra mia missiva ; voi siete di un altro 
c io non debbo dirigervi lettere, che egli ha 

11 diritto d’intercettare, il diritto di aprire ; 
voi siete di un altro e non sapreste, neanche, 
della mia presenza, costà, o sapendola, do¬ 
vreste finger d’ignorarla ; voi siete di un altro 
e qualunque mio appello vi troverebbe sorda, 
indifferente, tacita e immota.... Ah oggi, oggi, 
se venissi a Caprarola, io non vedrei, più, i 
brevi segni, ma i profondi segni, per cui seppi, 
allora, che conoscevate il mio amore, io non 
udrei nè la vostra voce cantante, nella notte, 
le note di Gluck e di Pergolesi, non vedrei 
più la vostra persona ricinta di una fascia ne- 





— 110 — 


ra, non vedrei più i vostri occhi lentamente 
volgersi per cercarmi, per trovarmi, per ri¬ 
conoscermi, come allora, io non vi vedrei più 
piangere, come l’ultimo giorno della vostra 
libertà. Perchè venire costà, a Caprarola, lady 
Montagu V Voi non siete mia : voi ^siete sua. 
Tutte le forze della terra c del cielo, tulle le 
volontà divine e umane, non potrebbero più 
cancellare questa cosa che mi fa spasimare 
d’ira, che mi fa ruggire di collera impotente, 
cioè che voi non siale mia c siate sua, lady 
Montagu ! 

« Paolo ». 




«Roma, quattro luglio.... 


«Chi può darmi soccorso? Mia sorella Lisa 
non sa la mia ventura nel quieto paese ili 
Rieli, ove trascorre questo principio di estate, 
nella quieta casa patrizia, ove nostra zia Al- 
temps l’accoglie così dolcemente, ogni anno c 
ove, insieme, fanno opere di bene, pregano, 
vivono una serena e pia vita, in cui si com¬ 
piace l anima profonda c tenera di Lisa. Non 
sa, non sa la mia ventura, la cara sorella : le 
ho tutto nascosto c sa che io son tornato, qui, 
per un aliare noioso intricato e che ripartirò, 
subito, per la Svizzera, per l’Inghilterra, non 
sa che io son solo e infermo nel cuore e in¬ 
fermo nella mente, qui, in Roma.... Chi può 
soccorrermi ? La villa Star, qui accanto, Ila casa 
dell’amor mio ò tutta chiusa, balconi, finestre, 
verande, tutto chiuso, lutto sbarralo: vi ho gi¬ 
rato, intorno, in questi giorni, tante volte, ta¬ 
citamente e disperatamente, e, infine, ieri, ho 
osato bussare al cancello in via Roncompagni. 
Non mi hanno risposto : e. allora. r sempre mulo 
e disperato, sono andato a bussare dall’altra 
parte, in via Sallusliana ; un uomo, un custode 




- 121 — 


ò escilo dalla casetta dei domestici, che è na¬ 
scosta fra gli alberi ed è venuto a parlarmi, a 
traverso le lance ilei cancello, senz’aprire. Con 
freddezza, ma educatamente, questo servo clic 
è inglese ma che parla l’italiano, mi ha detto 
che lady Roselyne Melville è partita, subito 
dopo il matrimonio della sua figlioccia c che 
è in Inghilterra, ora, a Mardock Lodge, nel 
Worcers tersili re, che vi rimarrà sino al mese di 
ottobre. Niente altro. Tutto ciò è il risultalo 
di otto o dieci mie domande, in cui ho cer¬ 
cato di vincere la mia ansia, il mio all'anno, 
in cui ho dissimulalo, sotto le disinvolte appa¬ 
renze di un interrogatorio inondano, la mia 
mortale angoscia. Invano, malgrado la mia 
sottile astuzia — sono stato anche astuto ! — 
ho cercato saper notizie degli sposi, dove an¬ 
dassero, dopo Capra roto, se s’incontrassero, 
dopo Caprarolu, in Inghilterra, con lady Mel¬ 
ville. II volto del domestico inglese è diven¬ 
talo di pietra c non ho potuto aver dalla sua 
bocca nessuna risposta. Non sapeva.... non 
poteva dirmi. .. ignorava perfettamente....". K 
me ne sono andato, con l’aria indilTerentc, 
tranquilla, del perfetto inondano, mentre il 
cuor mio era morso dal mio spasimo e la mia 



— 122 — 


anima batteva, batteva, come un uccello mo¬ 
rente e mai morente. Chi, chi poteva soccor¬ 
rermi ? Sono andato a casa della marchesa Pia 
Sergianni, la compatriotta di lady Montagu che 
era di Perugia, che era Diana Sforza : non mi 
conosce, la marchesa : non sa : ma avrei tro¬ 
valo un modo, una forma, un pretesto, una 
menzogna, per presentarmi, per parlarle, per 
sapere.... per avere un soccorso, un soccorso ! 
La marchesa Pia Sergianni era partita, due 
giorni prima, per Salsomaggiorc, a una cura 
di acque e, dopo, si sarebbe recata a Valloni - 
brosa. non tornando a Roma clic alla fine di 
settembre. E nelle vie di Roma, già arroven¬ 
tate dal sole di estate, già polverose e già 
quasi vuote, già come abbandonate, con quel- 
l’aspetto nobile e triste di Roma estiva, io son 
rimasto solo, solo, solo col mio spasimo.... £ 
uno spasimo e non una pena, e chiama soc¬ 
corso : è uno spasimo, non una pena lenta e 
molle, è uno spasimo, cioè qualche cosa di così 
acutamente doloroso, che io debbo, debbo es¬ 


ser soccorso_ . 



—— 

— 123 - 

« Roma, cinque luglio.... 

Potenza del dolore, miracolosa potenza ! 

Quando esso mi avea sospinto, ovunque, in 
Roma, io potessi aver notizie di lady Montagli 
e ovunque un’amara delusione mi avea atteso, 
quando io rinfacciavo crudelmente, a me stesso, 
la mia viltà, che m’impediva di andar a Ca¬ 
piamola, al tragico castello farnesiano, ove lady 
Montagli, per un singoiar gusto ili arte c di 
poesia, era stata condotta da sir Montagli, ai 
primissimi giorni di nozze, quando io dicevo, 
violentemente, a me stesso, che era meglio 
tutto alfrontare, tulio il male più orrendo, pur 
ili avere il supremo bene di rivedere lady 
Montagli, la mia persona ha obbedito a una 
spinta ignota, estranea, certo, alla mia volontà 
e in cui io riconosco, ancora e sempre, la po¬ 
tenza misteriosa delPamore, la potenza miste¬ 
riosa del dolore ; la mia persona ha portato 
i suoi passi erranti verso quella via Venti 
Settembre che ha. in fondo, a destra, l’Am¬ 
basciata inglese. Due o tre volte, veramente, 
in due o tre giorni, io avevo vagabondato in 
quella chiara via che confinava, un tempo, con 
la .campagna silente romana e, ora, conduce a 


una novella città: e cresceva, di giorno in 
giorno, intorno al mio vagabondaggio, la so¬ 
litudine romana del l’estate.... Quando, slama¬ 
ne, in una visione volante, sparente, una gran¬ 
de automobile polverosa mi è passata, di con¬ 
tro, è sparita, in un attimo, scendendo verso 
Roma, lontano : come in un baleno, come in 
un sogno fuggente, io ho riconosciuto 1 uomo 
che era solo, dentro fautomobile, l’ho ricono¬ 
sciuto nel suo grande /mlelot chiaro da viag¬ 
gio. sotto la visiera del suo berretto, ed è, 
certo, la mia seconda vista, gli occhi della mia 
anima, non i miei occhi mortali, clic han ri¬ 
conosciuto sir Randolph Montagli, solo, ap¬ 
parente, sparente, scomparso— solo ! h al¬ 
lora, io ho camminalo, ancora, ricomponendo 
il mio viso che dovea esser scomposto dall’e¬ 
mozione, ho acceso una sigaretta, ho raddriz¬ 
zato il fiore un po’ appassito della mia giac¬ 
chetta d’estate e son penetrato, con aria per¬ 
fettamente tranquilla e naturale, nella corte 
dell’Ambasciata inglese. Vi è. colà, un porti¬ 
naio freddo ma cortese: come a villa Star: 
come ovunque son inglesi e stilizzano così, 
egualmente, i loro buoni servi. Nel giovane 
gentiluomo di slamane, che aveva l’aspetto 





così disinvolto, il portinaio non ha riconosciu¬ 
to lo smorto c agitato individuo, simile a un 
mendicante sfrontato, clic ha passato due ore, 
fra la via e la corte, il giorno delle nozze 
Sforza-Montagu. Non m’ha riconosciuto. La 
mia voce quieta gli ha chiesto, se, per caso, 
potevo trovar sopra, in cancelleria, sir Ran- 
dolph Montagli: per caso.... No, sir Randolph 
Montagli era partito, da pochi momenti, dal- - 
l’Ambasciala, ove era venuto, da Caprarola, 
a prender la sua posta.... — E, allora, forse, 
sarebbe tornato, domani o un altro giorno, sir 
Montagli.... — No, non tornava più. Andava 
a Caprarola a prendere lady Montagli e par¬ 
tiva, stillilo, per la Svizzera.... — Quale Sviz¬ 
zera?... poiché essa è grande, la Svizzera.... 
— In Isvizzera.... in montagna.... — Non ave¬ 
va, dunque, lasciato indirizzo, sir Randolph 
Montagli, per la sua posta?... — Nessun in¬ 
dirizzo: andava in Isvizzera, in montagna.... 
forse, di là.... più tardi.... avrebbe scritto.... 
E niente altro, ho potuto apprendere, per la 
mia bruciante sete di notizie : ina quando so¬ 
no stato fuori, ho pensato di aver saputo tut¬ 
to, per cercare, per raggiungere, per rivedere 
lady Diana Montagli. 



Parlo anche io. dunque, domattina, in un 
pio. in un tenero, in un amoroso pellegrinag¬ 
gio. Non so dove andrò : non so dove mi fer¬ 
merò : non so dove, infine, la mia lunga ri¬ 
cerca sarà compensata da una divina presenza. 
Non so. Parto ; è lutto. Poiché la conducono 
via, poiché ella v . via, io parto, per seguirla, 
per seguir, prima le sue tracce e, poi, per 
rintracciarla. Il mondo non é molto grande: io 
troverò Diana Montagli. E fosse venti volte 
più grande il mondo, io la ritroverei egual¬ 
mente, senz’ altro. È un piccolo paese, la 
Svizzera ; si percorre presto, sovra i suoi laghi 
c sopra i suoi monti. E (piando io avrò tro¬ 
vata Diana Montagli, io non la lascerò più, 
colei che ha pianto, partendo, che ha pianto, 
guardandomi, colei che non mi ha mai rispo¬ 
sto, colei clic non mi ha mai scritto, colei 
che non mi ha mai parlato, ma che ha pianto 
le due sue più profonde, più lunghe e più 
amare lacrime, guardandomi. Il mondo é bre¬ 
ve: la Svizzera è minuscola. Io partirò domani. 
Raccolgo tutte le mie robe, moltissima roba, 
tutto quello che potrebbe servire per un viag¬ 
gio interminabile, come se dovessi girare, per 
anni, intorno al mondo : raccolgo tutto il mio 




denaro, quanto ne ho disponibile e lascio or¬ 
dini, che se ne tenga dell’altro, a mia dispo¬ 
sizione, per piu tardi, quando scriverò, quando 
ne avrò bisogno : scrivo a Lisa mia, che parto 
pei - la Svizzera.... che tornerò presto e ciò non 
è vero, perchè io non tornerò presto, perchè 
non so quando tornerò e, forse, non tornerò 
giammai. Un senso di vita alta mi tiene, ora 
che intraprendo il mio pellegrinaggio di amo¬ 
re : ma mi tiene, anche, un sordo, un tenace 
presagio di morte. Tornerò io in questa cara 
mia casa, così piena dei miei pensieri, dei miei 
sogni e di ogni mia gioia c di ogni mia spe¬ 
ranza, tornerò, qui, ove ho cominciato ad amar 
Diana ? Tornerò, mai, mai più, in Roma, in 
Roma nostra, ove io l’ho udita cantare e l’ho 
vista piangere ? Non so. Non so nulla. Un 
oscuro presentimento è in fondo al mio cuo¬ 
re : e per esso io saluto, come se partissi per 
sempre, come se morissi, questa mia casa: 
per esso, io, di lontano, mando tutta la mia 
fraterna tenerezza a Lisa Rutfo, alla mia soave 
sorella, alla creatura di dolcezza c di pietà. 
Non so se la vedrò più. Il mondo è piccolo: 
ma il mio amore e il mio dolore sono di me 
più grandi, di me più forti : ma ogni rischio 


pende sulla mia vita e ogni rischio mortale mi 
è nulla ed è nulla, per me, la morie cui vado 
incontro, la morte, che, quasi, mi ha preso, 
in una notte di estate, per Lei. la morte clic 
è la compagna di ogni grande amore. Il mondo 
è piccolo: e io debbo raggiungere Diana, 
Diana Sforza, Diana Montagli, e non lasciarla 
mai più, e viver presso lei, c morir presso 
lei, non so dove, non so quando, ma non pri¬ 
ma che ella mi abbia amato, ma non prima clic 
ella abbia chinato il suo volto .verso il mio e 
posato la sua bocca sulla mia. Non altro, vo¬ 
glio. Un bacio della sua bocca e tutte le eb¬ 
brezze più alte mi sanili state premio di vita c 
di morte. Parto domani. Riunisco, con le altre 
lettere clic le scriverò, nel mio pellegrinaggio, 
sin clic io non la ritrovi, queste due lettere : 
e tutte gliele darò, insieme, in quel giorno, 
perchè ella lutto sappia. Parlo domani: è Lei 
clic mi aspetta, non so dove, non so quando, 
col suo viso bello e triste, su cui ho visto 
scorrere le sue lacrime e per queste lacrime 
io vado.... vado assai lontano, forse.... non tor¬ 
no più, forse.... perchè ella mi ami, infine, 
ella clic ha pianto...... 




m 


« Lucerna, quindici luglio.... 

' Qui. davanti al verone della mia grande 
camera, qui, nella via, sotto gli alberi folti,, 
sodo gli alberi clic ombreggiano così fragran¬ 
temente la passeggiata, lungo il lago, dei suo¬ 
natori italiani accompagnano, con l’ardore mu¬ 
sicale di cui è piena l’anima del popolo no¬ 
stro, un tenore di strada che canta ’O sole 
mio: e canta con un languore voluttuoso, con 
un impeto passionale, che ha tratto alle fine¬ 
stre e ai balconi di questo htìtel Xalional. molte 
di coloro che, in quest’ora mattinale, non sono 
ancora escite a passeggiare, sul lago, in canotto, 
a giuocare al tennis, a flirtare sotto gli alberi, 
sui sedili che chiudono le aiuole fiorite di 
questo grande giardino, innanzi all’ albergo. 
Occhieggia, il lago chiarissimo, fra le piante : 
vi è un andirivieni di uomini, di donne, ve¬ 
stite di bianco, che s'incontrano, si salutano, 
si sorridono, chiacchierano.... e il tenore am¬ 
bulante, invoca il suo sole, con un impeto com¬ 
movente, in cui l’antica romanza popolare par 
quasi che esprima la nostalgia amorosa di 

v 


Skicao. Ella mtn rispose. 



- i.ho - 


tanta gente ! Son dieci giorni clic vado cer¬ 
cando, di paese in paese, in questa prima 
parte della Svizzera, colei che ini chiama a 
sé. senza parole e senza voce, senza lettere e 
senza altro scritto, colei che mi chiama, così, 
senza nulla dirmi, senza nulla scrivermi ; ma. 
di già, daperlutto ove mi son fermato, in 
grandi paesi e in paesi più piccoli, nei palaces 
c negli alberghi minori, io non ho trovato 
traccio di lady .Montagli. Ella non era nè a 
limimeli, nè ad Axenfels, nè a Engelbcrg, nè 
al Burgenstock, nè al Righi First : tutte que¬ 
ste rive del lago ilei Quattro Cantoni, tuttji 
questi monti coronati di alberghi, io li ho vi¬ 
sitati, uno per uno, con una profonda pa¬ 
zienza. Torno da Zurigo, ora : ella non vi era. 
come non era a (ìurnigel, presso Berna: e so¬ 
no qui. per due giorni, per riposare della mia 
stanchezza fisica, per raccogliermi, per ritro¬ 
vare le mie energie morali, che la inutile ri¬ 
cerca disperde, purtroppo. Ovunque io sono 
sialo, non ho trascorso clic un sol giorno, di¬ 
stratto e assorbito nella mia profonda cura, 
dopo di aver assaggiato una novella delusione ; 
c i paesaggi svariati e gli ambienti diversi c le 
folle estive che la Svizzera richiama, da ogni 







paese di Europa, forse da ogni paese elei 
mondo, non mi diccano nulla, poiché io nulla 
vedevo, più. dal momento clic in quel paese 
e in quell’albergo non vi erano lodi/ Diaria 
Montagli e sir Itaiidolph Montagli, e non vi 
erano neppure attesi. Dopo l’inchiesta vana, 
io me ne andavo in sala di lettura e cercavo, 
ansiosamente, il Journal des voyageurs o il 
Travellcr's express, o VAlpine Posi, ove, con 
titoli diversi, vi è l’elenco completo dei vil¬ 
leggianti, dei viaggiatori di tutti gli alberghi 
del paese e, talvolta, della regione : dopo aver 
letto tre o quattro volte, minuziosamente, quel¬ 
l’elenco, non avevo altro desiderio clic di par¬ 
tire, che di andare altrove.... Ora riposo, per 
due giorni, in questo paese, così seducente di 
beltà, di grazia, di poesia, fra il florido verde 
delle sue colline vicine, la maestà dei suoi 
monti poco lontani e il fulgore del suo lago 
sinuoso. Lady Diana Montagli non è qui, non 
pufi esser qui, poiché il suo sposo non l’a¬ 
vrebbe condotta, in viaggio ili nozze, a Lu¬ 
cerna. piena di gente gaia e frivola. a\Vhotel 
National, ove si passa di festa in festa : non 
é qui, Colei che a sé mi chiama, ma io, oggi, 
cerco di vincere la mia immensa lassezza, cer- 


- 132 - 


co di ridestare le mie forze morali, perchè io, 
domani, debbo riprendere il mio pellegrinag¬ 
gio. Cantano nella via e ciò culla il dormi¬ 
veglia del mio spirilo affranto, del mio corpo 
affranto. Domani, io sarò pronto a partire, 
poiché Diana non è qui....» 




Interlaken, venticinque luglio.... 


« Pazienza, pazienza, cuor mio ! Ancora dieci 
giorni di viaggi, per ferrovia, per funicolare, 
per battello, per ogni dove, salendo sui monti 
più bassi, ascendendo sui monti più alti, na¬ 
vigando sui laghi : dicci giorni di tragitti con¬ 
tinui, dormendo ogni sera in un paese «liver¬ 
so, riprendendo, talvolta, il viaggio nel giorno 
jstesso. Nulla, nulla, cuor mio. e tu devi avere 
molla pazienza, come ne ebbero tutti i santi 
che, poi, toccarono il paradiso, dopo il martirio, 
tu devi tutto sopportare, tacitamente, in un 
eroismo silenzioso, sinché ti sia dato il gran 
premio.... Domani, ripartiremo, cuor mio : que¬ 
sta notte staremo qui, poiché una pioggia 
violenta continua da tre ore e un mantello 
nero di nuvole covre la Vergine dei Monti, 
questa maestosa c terribile Jungfrau, e gli al¬ 
berghi sono zeppi di una gente rumorosa, che 
non potendo escirc, gremisce i saloni, suona, 
canta, balla, giuoca, ride, ovunque. Fuori il 
lungo temporale chiude ogni orizzonte. Ella 
non era in nessun posto da ine visitato ; Ella 
non è qui. Noi parlimi! domani, cuor mio, 




per andare più oltre, sempre più oltre. Forse, 
domattina, la bufera si sarà allontanala e can¬ 
didissima e imperiosa dominerà la valle, la 
Vergine montana : c noi la saluteremo, un 
istante, e continueremo il nostro viaggio, al¬ 
trove, non sappiain dove, povero cuor mio, 
che devi avere una pazienza sublime....» 





« Oucliy, sette agosto. 


« £ un momento che ho ritrovato le tracce 
di Diana, della mia Stella mattutina, della mia 
Torre d’avorio. Ella è poco lontana e io, forse, 
la rivedrò domani. Qui, oggi, ero giunto dopo 
aver esploralo tulle le rive del lago Lemano, 
da Ginevra a Kvian, da N'von a Monlreux, a 
Territet : qui, oggi, ero piombato in un an¬ 
nientamento morale e fisico, che mi abbatte, 
ogni tanto, in qucst’atTannosa ricerca c che ap¬ 
pesantisce, su me, un sonno lungo e senza so¬ 
gni. Stasera, un momento fa, in questo sa¬ 
lone dell ’lwtcl lìcaurivagc. mi addormentavo 
invincibilmente sovra una interminabile lista 
di nomi, nel Journal (Ics Yoijagcurs, (piando mi 
son svegliato, di colpo, leggendo che, a Mon¬ 
tana, Ire o (piatirò giorni fa, nel match finale 
di golf aveva vinto il primo premio il forte 
giuocalore inglese, sir Raminiph Montagli con¬ 
tro Mr. Jos. C.handlers. Montana, Montana ! 
£ nel Vailese, Montana, sovra Sicrrc : è un 
ritrovo di sport estivo, tennis e golf, di sport 



invernale : vi 6 un Montana Palacc. E stasera 
non posso, non posso più partire, non potrò 
dormire, questa notte, poiché è alle cinque di 
mattina clic potrò partire pel Yallcse, per Mon¬ 
tana, dove Ella mi chiama e mi aspetta....» 



— 1 *57 - 


« Montana sur Si erre, otto agosto.... 

I*-lla è sfata, qui. due settimane : ella non 
è più qui, da due giorni, li vincitore inglese 
del match e la sua signora sono partili, l’in¬ 
domani del banchetto annuale dei golfeurs: 
sono lontani, ora, a Schcveningen, presso l’Aja, 
sul mare del Nord. Oh qui lo conoscono bene, 
sir Randolph Montagli, poiché egli vi viene, 
da quattro anni, ogni citate : e vi è vernilo, 
puntualmente anche questa estate, con la sua 
sposa, una superbe italienne! Così mi ha detto 
il segretario di Montane Palare, mo'to cortese¬ 
mente. Io gli ho chiesto, vagamente, notizie 
della sposa : egli lui compreso che io era ita¬ 
liano, un parente, un amico, forse.... On la 
voyail très peu.... probablement elle n'aime 
pus Ics s/)orts — mais lineile belle personne , 
monsieur.... K il paese non è neppure impo¬ 
nente, non è neppure ameno : e la società è 
tutta di giuoealori inglesi: e che mai lui l'alto, 
qui. la mia bella rosa d’Italia, che lui l'atto, 
tutta sola, la mia povera Euridice, che lui 
fatto, qui. mentre il suo sposo la lasciava per 





intere giornate, quassù, sola, sola, sola, Diana 
Sforza ? Quanto è lontano il mare del Nord 
c come è stretto di tristezza, di rimpianto, d’in¬ 
consolabile rimpianto, il cuor mio, per voi, 
Diana.... » 



Scheveningen, (lodici agosto.... 


«Parliti, partili, parlili, come se fuggissero, 
in lina corsa fantastica, come se mi sfuggisse¬ 
ro, come se sapessero che io li cerco inutil¬ 
mente, da cinque settimane, che li perseguito, 
di paese in paese, come se Élla sentisse, alle 
sue spalle, la mia persona ansante e il mio an¬ 
goscioso amore, come se Ella avesse, forse, la 
noia. e. forse, il ribrezzo della mia persecu¬ 
zione, Iddìi Diana Montagli, la nobile sposa, la 
sposa in viaggio di nozze, fuggente innanzi a 
colui che si ostina pazzamente a seguirla, ad 
amarla, sol perchè l’udì cantare, in una sera 
di primavera romana c la vide piangere, nel 
dì delle sue nozze ! Che è mai stato, di me, 
in questi giorni di viaggio vertiginoso, di 
treno in treno, in uno scompiglio delle mie 
facoltà, perdendo delle coincidenze, passando 
delle ore mortali in qualche piccola stazione 
tedesca, in qualche paesello belga, che è stato 
di ine, sin ier sera, quando soli giunto all’Aja, 
a mezzanotte, ed era impossibile raggiungere 
Scheveningen, prima di stamane? Io non so. 
Sono qui ed ella ne è parlila. Dopo una viia 


— 140 —. 

d’incanto, fra un florido bosco, ceco Sche- 
veningen, spiaggia di pescatori olandesi, ecco 
questo pittoresco, questo poetico, questo gaio 
e semplice paese di mare, die conserva il suo 
aspetto arcaico, malgrado i suoi tre o quattro 
sontuosi alberghi di stranieri : e il suo Casino 
è come un circolo di famiglia, con spettacoli 
morali e divertimenti casalinghi : non si giuoca, 
a Schcvcningen, nè al Casino, nè negli al¬ 
berghi. se no. i buoni c onesti olandesi di¬ 
serterebbero : c i forestieri si annoiano, qui. c 
van via, subito. C.a noiis fait beaucoup de tori, 
inonsieur - mi ha detto, con rammarico, il 
direttore del liritannia hotel . ove cran discesi 
i Montagli e donde son partiti, dopo tre giorni 
di dimora. — Toni le monde chic nous laisse 
pour Ostendc.... pour le jeu. monsicur , polir le 
jeu.... Gli sposi sono, ora, a Ostcnda. Posso 
raggiungerli fra poche ore. H, invece, una 
mortale incertezza mi si apprende, ogni mia 
volontà di andare, ili arrivare, è come morta : 
e ogni mio coraggio è svanito, in una infinita 
miseria di sordi dubhii, di fosche paure, di 
presentimenti fatali. Non è forse meglio chi- 
io me ne vada, qui. sulla spiaggia vasta, dalla 
sabbia finissima, ove ridono e cantano centi- 


141 


naia di fanciulli seminudi, innanzi a questo 
mare del Nord, che è, oggi, dormiente, in una 
tinta di acciaio, ma che, domani, può esser 
sconvolto dagli aquiloni, non è forse meglio 
che io mi distenda sulla sabbia, ignoto, solo, 
tacito c lasci scorrere le ore e il tempo, a 
Scheveningen e non vada mai, mai, a Ostenda, 
e non ritrovi mai più Diana Sforza e mai più 
io la rivegga? Tanti uomini, tante donne, han 
rinunziato, rinunziano. perchè il destino è av¬ 
verso, perchè il mondo è avverso, perchè il 
Cielo è avverso, come me, cui tutto è avverso, 
anche l’animo di Lei che non m’ama, non 
m’ama e io la seguo invano ? Io, forse, potrei 
restar tutto l’estate a Scheveningen; forse, 
dopo, potrei andarmene in una di queste isole 
olandesi, qui, in questo mare del Nord, verso 
Amsterdam : e rimanervi, ignorato, fra ignoti, 
tutta la mia vita : c morirvi, ignoto, poiché 
Diana Sforza è sposa, non mi ama, mi fugge, 
poiché non mi ama, non mi amerà mai ! In 
una piccola isola: Zanlwort, mi pare....» 





— 14 ? - 


» Osteiula, quindici agosto.... 

«....() va.se detection, o Grande Taciturne, 
o mia Dama del Silenzio, o voi che mai mi 
avete risposto, o voi clic inai, forse, mi ri¬ 
sponderete, ecco, qui, una, due, tre, quattro, 
cinque, sei, sette, otto, nove lettere di colui che 
sempre vi ha scritto, clic sempre vi ha amato, 
e solo in queste lettere ha potuto aprire il 
suo cuore, pieno di voi. Sono cinquanta mor¬ 
tali giorni in cui non ho visto brillare la mia 
stella, Diana, e ieri, solo, di nuovo, essa ha 
scintillato innanzi ai miei occhi abbagliati : e 
in questi cinquanta giorni, di lei sempre pen¬ 
sando, per lei sempre soffrendo, invocandola, 
desiderandola, cercandola ovunque, seguendola 
dapertutto, io le ho scritto queste nove lettere, 
ove ogni tumulto del mio spirito c ogni mi¬ 
seria del mio animo, è passato, nelle febbrili 
o nelle fioche parole. Legga, legga, Colei che 
mai risponde: e vegga, dalla lettera scritta 
nel dì delle sue nozze religiose, in cui Ella 
volle piangere, guardando lo sconosciuto che 
ha osato amarla, in cui Ella gli fece, in cam¬ 
bio di lati l’adorazione e di tanto dolore, il do- 


— 14.'t — 


no prezioso delle sue lacrime, da quella lettera 
di dedizione allo scoppio della gelosia fu¬ 
rente di questo disgraziato, al suo distacco 
dalla casa e dalla patria, al suo pellegrinag¬ 
gio d’amore, sino a ieri, sino a oggi, vegga Co¬ 
stei se il pellegrino d’amore non sia arso da 
un fuoco imperituro, vegga Costei se l’amore 
di Paolo Ruffo non sia più forte della vita e 
più forte della morte...... 


144 


« Osteiida. diciannove agosto.... 

Un immenso orgoglio e una immensa tri¬ 
stezza rendono, o Diana, più penetrante, più 
toccante, più avvincente la vostra beltà : sì che 
ninno può incontrarsi in voi, senza esserne 
sorpreso e scosso. Qui, ove una folla femminile 
turbina, da mane a sera, ovunque, sulla va¬ 
stissima spiaggia c nella lunghissima passeg¬ 
giata lungo il mare, e nei ritrovi mondani e 
nei saloni d’albergo, qui, ove son tutte le bel¬ 
lezze muliebri più diverse e più raffinate c più 
semplici, dalla gran dama squisita alla corti¬ 
giana pregna di violenti profumi, alla esile e 
linee innocente giovinetta, qui, voi,Diana, con¬ 
quidete gli ocelli e le anime di chi vi scorge ; 
e, di lontano, io, nascosto fra la folla, vedo gli 
sguardi e odo le parole, clic voi. orgogliosa, 
triste e bella, e distante da ognuno, c lontana 
da ognuno, non vedete, non avvertite. Mai vi 
vidi così chiusa nell’orgoglio e nella tristezza 
c inai, mai, foste più bella, Diana, che pas¬ 
sate e nulla sapete, perche nulla volete sapere, 
perchè nulla tocca l’orgoglio vostro c nulla 


consola la vostra tristezza, voi passalo, in tuia 
bella fatta, oramai, invincibile nel suo impe¬ 
rio. Non siete mai sola: altre dame del vostro 
mondo e dei gentiluomini, vi circondano, ogni 
\olla elio apparite, in pubblico, alle passeg¬ 
giate, agli spettacoli, alle feste : un breve cor¬ 
teo è con voi, non sempre il medesimo : c 
intorno a voi, un altro se ne forma, d’ignoti 
ammiratori— Mai sola, voi, Diana : c pure 
sola, solissima, come mai creatura umana fu 
sola, Voi che siete così affascinante nel du¬ 
plice vostro possente mistero, dell’orgoglio c 
della tristezza. Di lontano, cautamente, con 
cento sottili precauzioni, ora vi seguo, ora vi 
precedo, ora mi allontano, ora ritorno, sempre 
vivendo nel magico larghissimo cerchio della 
vostra presenza e vi contemplo, talvolta, con 
tolta la forza dei miei occhi mortali c la folla 
si dilegua ai miei occhi e vi veggo come siete, 
veramente, sola, solissima, fra le amiche, fra 
gli amici, vi veggo, lentamente, volgere i pen¬ 
sosi, i fieri, i puri occhi bruni, cercando nel 
deserto che vi circonda, cercando e infine tro¬ 
vando lo sguardo dell’Uomo che, lontano, 
quasi nascosto, è sempre nell’orizzonte vago 


Skrao. Ella non rispose. 


JO 



— 1 - 1(1 — 

del vostro sguardo, fedele e immolo nella sua 
fede. Per un istaule, un baleno, i due sguardi, 
il mio, il vostro, s’ineonlrano. K tulio, per 
me. lo non saprò mai che sia, questo istante, 
per voi. Mi pare die più lungi vi trasporti 
l’orgoglio vostro : mi pare che più profonda si 
faccia la vostra tristezza : e elle divina si fac¬ 
cia la bellezza vostra. Mi pare. Non so. Non 
so.... Come son sontuose le vostre vesti, o ma¬ 
gnifica Signora : c sempre diversamente ric¬ 
che, e sempre conservanti un carattere di no¬ 
bile eleganza : e come son smaglianti c singo¬ 
lari i gioielli di cui vi adornale. Io li conosco, 
ad uno ad uno, i vostri abiti, quasi sempre 
bianchi, adorni di rari merletti : ad uno ad 
uno, conosco i vostri gioielli : di lontano, ho 
sempre lutto visto, lutto notato. Eppure, Si¬ 
gnora magnifica, voi portate queste vesti e 
queste gemme, come una livrea mondana : 
senza vanità, senza piacere, senza gioia. Nes¬ 
suno me lo ha dello. Io lo so, questo. Pòche, 
cose so, di voi. Ma che vi sia indifferente il 
grosso filo di perle clic portate al collo, la mat¬ 
tina, la sera, che vi sia indifferente il prezioso 
mantello che avevate, ieri sera, al concerto 
wagneriano, questo lo so_ Vostro marito, sir 


Kandolph Montagli, quasi sempre è con voi, 
nel cerchio dei vostri amici, delle vostre ami¬ 
che ; ma non accanto a voi : ma ninna fami¬ 
liarità è fra voi, più di prima: i suoi alti di 
glaciale rispetto verso voi, sono immutali : vi 
parlate poco, a fior di labbro. Vi ho visto, 
anche, a una passeggiata, insieme, soli, sul 
pici', prima di colazione. Nella via parallela, 
dietro gli alberghi, ho seguito i vostri passi, 
rivedendovi a ogni via trasversale : voi, non 
potevate vedermi. Andavate, tranquilli, muti, 
con un passo eguale, accanto. Ogni tanto, 
scambiavate una frase. Siete andati mollo lon ¬ 
tano: e io con voi, nascosto dalle case, per 
la parallela. Vi siete fermati laggiù, laggiù, 
sulla spiaggia deserta, guardando il mare. Es¬ 
so era di un grigio plumbeo, anche sotto il 
sole: lontano, diventava livido. Sir Montagli, 
col sottile giunco dal manico d’avorio, v'indi¬ 
cava qualche cosa, all’orizzonte, parlandovi : 
voi ascoltavate, a testa un po’bassa. Che vi di¬ 
ceva? Che vi additava? L’Inghilterra? L’In¬ 
ghilterra, dove andrete, quando? L’Inghilterra, 
dove resterete, quanto ? Siete tornali, cammi¬ 
nando più lentamente. Mi è parso più grave 
di orgogliosa tristezza il vostro viso, Diana. 




■ 


l-ls — 

Non so: non so. I'. alla porla dell’alliergo, sìr 
Raitdolpli vi lui lasciala, con un saltilo secco, 
allontanandosi verso la città. Voi tintale sir 
Montagli, Diana ? Kd egli, vi anta ? vi tinta ? 


«I’aoi.o nutro». 


Ottienila, ventuno agosto. 


«Mai la mia vita fu più intensa, più ener¬ 
gica e più veemente, in ogni sua l'orma e in 
ogni sua espressione ; e gl'istinti e i sensi e 
i sentimenti, in un sol lascio, sono sospinti a 
una incalcolabile potenza. Mai uomo ebbe un 
più terribile, più inebbriante e più mortale 
segreto di vita, come me, oggi, ieri, domani, 
fi ni, dove voi altri siete, dove siete insieme, 
novelli sposi, in viaggio di nozze, e dove sono 
anche io, mentre dovrei esserne lontano mille 
miglia ; qui, dove voi altri siete per amarvi, 
fra il lusso c i piaceri e io sono qui, terzo, fra 
voi, intruso, fra voi, amandovi di una passione 
impetuosa e clamante, e dove non dovrei nè 
adorarvi, nò amarvi, nè conoscervi ; qui, dove 
io posso vedervi, molle volle, in un giorno, 
in una sera, dove sempre posso incontrarvi, 
sempre seguirvi, c avvicinarmi sino a voi, quasi 
a sfiorarvi c tutte queste volte non mi bastano, 
non mi basterebbero, mentre dovrei, debbo, 
fuggirvi, evitarvi ; qui, dove, persino, io potrei 
facilmente giungere a esservi presentato, da 
comuni amici, presentato a sir Montagli e io 



sarei il più felice fra gli uomini, se potessi in¬ 
chinarmi, innanzi a voi, baciarvi la mano, par¬ 
larvi.... e non debbo, non debbo, non debbo ; 
(lui. dove ogni ora della mia giornata, ogni 
minuto delle mie ore, è, per me, ap|x>rlatore 
di una immensa emozione, di un immenso ri¬ 
schio, di un immenso sgomento, sgomento per 
voi, per voi, Diana! Vivo cento vile, tutte fu¬ 
se, insieme, e ardenti e crepitanti e fumanti, 
come se lutto il mio essere fosse un puro e 
incandescente metallo, bollente in un crogiuo¬ 
lo: e mai mi consumo, mai mi estenuo, perchè 
voi siete (pii, perchè tutto il mondo, intorno, 
dal cielo che s’incurva sul mare del Nord, c 
nelle vastissime distese di sabbia percorso da 
migliaia di persone, e nelle vie frementi di 
movimento, una divina presenza, anche na¬ 
scosta, anche segreta, alimenta il fuoco, su 
cui brucia e fuma la mia vita, senza consu¬ 
marsi. O Diana, quanto io vivo, da che vi ho 
ritrovata, da che vi ho riveduta : «pianto io 
vivo, anche nelle inquiete ore di un breve ri¬ 
poso, con tutte le mie. facoltà moltiplicale e 
con ogni mia virtù diventala singolare ! Pen¬ 
sate bene, Diana : io so bene «piale albergo 
abitate e non vi son potuto venire, malgrado 



il mio pungente desiderio, e non vi penetro 
neppure, per cercarvi un paio di amici mici, 
che hanno la fortuna di dimorarvi, ^accanto : 
c ho dovalo scegliere un albergo ignoto, non 
troppo lontano, non troppo vicino, ignoto, do¬ 
ve non ho dato neanche il mio nome, per pru¬ 
denza, dove mi sanno come Giorgio Costa, il 
nome di mia madre, che si chiamava Giorgina 
Costa : e vi rientro, talvolta solo a noltc alta, 
per dormirvi qualche ora : e vi resto, talvolta, 
chiuso un intiero giorno, per sparire dalla fol¬ 
la di Ostcnda, folla, oramai, in cui tutti ci ri¬ 
troviamo, sempre agli stessi posti, sempre agli 
stessi convegni.... Pensate, Diana, che io non 
so mai, il mattino, che farete, voi e sir Mon¬ 
tagli, nella giornata, dove vi recherete, dove vi 
fermerete, come trascorrerete il pomeriggio, la 
serata : e che non posso farmi scorgere intor¬ 
no al vostro albergo : e se vi vedo giungere, 
insieme, di lontano, debbo celarmi : c se siete 
sola, debbo astenermi anche più, debbo giudi¬ 
care se seguirvi o no ; e so entrate in un ri¬ 
trovo di poca gente, non posso intervenirvi 
anche io: c se la gente è molta, debbo pene¬ 
trare in tale posto, in modo che la gente istes- 
sa mi nasconda e non m’impedisca di vedervi, 


di contemplarvi, di bearmi del vostro volto ; 
e debbo sparire, costantemente, perchè egli 
nou mi vegga.... Pensate, Diana, che, da sette 
giorni, io sono qui, che io vi ho vista, sempre 
e che vostro marito non ini ha ancora ve¬ 
duto. Non m’ha veduto ! Non m’ha veduto ! 
Mentre io sono sempre intorno a voi, mentre 
io non mi allontano mai dall’alone che vi 
circonda, dal solco che voi lasciate, sir Mon¬ 
tagli non mi ha visto. Egli mi conosce bene ; 
egli mi riconoscerebbe subito : egli inlcnde- 
1 ebbe, subito, la ragione della mia presenza, 
(jui. Che so, io, se egli non sappia molto più 
di quanto io creda, sul mio conto e sulla mia 
lollia amorosa ? Che so, io, se egli, non abbia 
visto tutte le mie lettere o non ne abbia letta 
qualcuna ? Egli mi conosce : egli sa, forse, 
lutto. Qui, non mi lia visto ancora. È un mi- 
iacolo, Diana: ma, credetelo, è un miracolo 
dovuto al piano di audacia e di cautela, di 
costante sospetto e di costante vigilanza, di 
fiducia nella mia sorte d’amore e di diffidenza 
d’ognuno, il piano che, ogni notte, ogni mat¬ 
tina, io formo, io creo, io organizzo, io tras¬ 
formo, io rendo perfetto, un piano diabolico, 
o mia stella d’amore, un piano infernale, solo 



(ut potervi semplicemente, umilmente, pro¬ 
fondamente amare, senza che nessuno lo sap¬ 
pia, senza clic egli lo sappia, senza clic voi 
dubbiale soffrire, per questo amore..., 

I.a sera era già alta, quando i miei ocelli 
e la mia anima sono stali così soavemente, 
così voluttuosamente ebbri di voi, Diana. Dalle 
sue celilo finestre, dai suoi veroni, dalle sue 
terrazzine, il Kursaal, gremito di gente, fiam¬ 
meggiava sulla oscurità della notte : e ogni 
balconec ogni finestra di albergo, di restaurant 
fiammeggiava : e musiche più vive o più fioche, 
giungevano, a tratti, nella via, sul /iter, ove i 
viandanti si diradavano, attirati dai diverti¬ 
menti, dagli spettacoli, dai piaceri, che le luci 
e le musiche indicavano : e le tentazioni della 
beltà e del giuoco rendevano, oramai, deserta 
la grande spiaggia di Ostcnda c restituivano 
all’imponente, all’ austero mare, nell’ombra, 
nella notte, tutta la sua nobiliti. lo andavo, 
lentamente, solo, nulla, sapendo di voi : e mai 
potevo dilungarmi ila quell’/iò/W ('.unti nenia!' ; 
e nella oscurità io ne contemplavo la facciata, 
ove i grandi appartamenti del primo piano, 
hanno quei larghi veroni coperti da un’arcata, 




quelle verande elle sono, quasi, dei piccoli sa¬ 
lotti, all’aria aperta, dove sono collocate sedie 
a sdraio e tavolini e, persino, delle lampade 
velate da paralumi ; come in Inghilterra, in 
Belgio, in Olanda, nei palazzi signorili, negli 
alberghi aristocratici, queste verande aeree 
mettono una poesia, con la rivelazione di una 
intimità, che la sognare il passante, lo, ieri 
sera, ero il passante: e voi eravate, lassù, non 
molto in alto, non troppo in basso, sulla ve¬ 
randa del vostro appartamento al Con! ine nini : 
prima in piedi, fra un gruppo di palme a gran¬ 
di foglie, vestita di bianco, con una blonda di 
merletto sui capelli : poi, seduta in una pol¬ 
trona, sotto l’arcata della veranda, presso il 
tavolino coverto da una stoffa chiara a fiori : 
la lampada, chiusa da un paralume traspa¬ 
rente, illuminava tenuemente il basso del vo¬ 
stro viso e le mani immote sui bracciuoli : 
dirimpetto a voi, ma in penombra, qualcuno, 
un uomo, in piedi, vi parlava, irriconoscibile: 
e voi lo ascollavate, intenta, rispondendogli,, 

ogni tanto_ lo era il passante : l’ombra mi 

circondava ed ero confuso in essa : c ninno 
polea scorgermi : e tutto io scorgeva, di voi, 
sulla veranda, ove, per la prima volta, eravate 


apparsa, nelle vostre vesti candide, col can¬ 
dore del merletto serico sui vostri capelli on¬ 
danti, ove, per la prima volta, io poteva guar¬ 
darvi, a lungo, a lungo, io, che ero un’ombra 
dell’ombra, sulla via, (piasi sulla spiaggia bru¬ 
na, avendo, alle spalle, la profonda oscurila 
del mare e della notte senza luna. Tolta la mia 
vita si era raccolta nei miei occhi : e, da essi, 
penetrava in me tanta Iwaliludine, che le mie 
vene e i miei sensi e il mio cuore e lotta 
l'anima mia si struggevano di dolcezza. Ero 
immoto ; la sera si faceva più fresca, più so¬ 
litaria, più tacita ; non un viandante, più, sul 
grande boulevard , sul pier : io solo, io solo, 
invisibile fra le tenebre notturne, io solo e non 
solo, poiché, lassù, non mollo in allo, Diana, 
Sforza prolungava la sua serata, all’aria aper¬ 
ta, sotto il lume velalo di una lampada. Im¬ 
provvisamente, colui che le parlava era spa¬ 
rilo. Ella era sola. Con atto lento, dia si era 
volta verso l’ombra : come se sapesse che qual¬ 
cuno era colà, colui clic, sempre, è presente, 
ove i suoi occhi pieni di una tristezza superba 
lo cercano. Solo questo gesto di ricerca, per 
l’Eterno Viandante, per il Pellegrino di amo¬ 
re ; gesto semplice, un volgere di occhi, una 




ricerca tranquilla ma, infine, infine, desiosa, 
sì, desiosa di questa immutabile, invincibile 
fedeltà di amore, nel povero viandante, nel 
povero romito e non più povero, costui, in 
quell'istante, Diana, ma ricco, ma ricco pili 
di Pialo, poiché quel gesto è suo e mdl’altm 
egli possiede, ma tulli i. beni della terra e 
del cielo sono suoi, se gli ocelli di Diana Sfor¬ 
za lo ricercano, nell’ombra densa, nella notte 
senza stelle c senza luna ! Occhi belli, occhi 
buoni, che vincono la loro tristezza c sono 
solo dolci c velati di una grave tenerezza 
— così vede, sogna, il viandante — interro¬ 
gando la notte solinga, guardando nelle tene¬ 
bre fonde ove Paolo è ebbro di gioia, ove la 
sua ebbrezza palpita, tumultua, anche più, 
quando Diana Sforza si leva, atta, in veste 
bianca e si arresta, come se salutasse l’om¬ 
bra— Ila visto, Diana, agitarsi convulsamente 
un fazzoletto, nella notte, in segno di saluto, 
e diradar l’ombra col suo biancore e dire 
con quel moto il fremito di voluttà e di soa¬ 
vità della inailo, della persona clic lo agi¬ 
tava ? Sì, Diana ha visto : un istante, la sua 
testa si è chinata, quasi a rendere il saluto : 
poi, essa è sparita ; c poco dopo, un servo è 


vernilo sulla veranda, a riiirar la lampada, I 
ninnoli del tavolino, i cuscini delle poltrone e 
i cristalli sono stati chiusi e le tende abbas¬ 
sale. Un uomo è escilo dall’ombra, vacillante, 
con gli ocelli abbarbagliali ed è ridi Ira lo nel 
suo ignoto albergo, a piangere le sue lacrime 
di gioia nel suo origliere....» 




« Ostenda. venticinque agosto.... 


< 0 lady Diami Monlagii, signora di Mon¬ 
dagli ('.astio o di Springfield Court, ricca spo¬ 
sa, sposa novella, che fato voi, (piando la nolle 
ò giunta e voi siete sola? Come tulle le belle 
dame circondale di lusso, voi chiamate la vo¬ 
stra cameriera e le dite di acconciarvi, per la 
nolle : essa discioglie la vostra capigliatura 
dalle Stic costrizioni c ne fa delle trecce : essa 
scalza i vostri piedini dagli stivaletti, dalle 
scarpette fibbialc e v’infila le pantofole di te¬ 
la d’argento : essa vi offre il vaporizzatore per 
aspergere il vostro viso e il collo e le mani di 
una pioggiolina rinfrescante e odorosa : e, in¬ 
fine, in piedi, in silenzio aspetta altri ordini, 
la cameriera, da voi clic siete sola. Che fa¬ 
rete voi, allora, nobil donna, sola come siete? 
Voi congedate con un gesto, con un’occhiata 
la vostra servente c restate anche più sola di 
Prima. La vostra camera è grande : è una ca¬ 
mera da sposi : e sul letto sono rimboccate le 
coltri, ai due posti ove gli sposi debbono co¬ 
ricarsi : da una parte c dall’altra, sono disposti 
i bornia, nuits contenenti lo camicie da notte 



il<‘i' <luc* sposi_ sup|Milito, suppongo, sfip- 

pongo ! I,n mezzanotte è giù scoccala : voi lo 
vedete sull’orologio da viaggio, che è presso 
il vostro letto — presso il vostro posto, o cara 
sposa — e voi pensate che è tempo di ripo¬ 
sare. Che fate, voi, allora, o lady Diana, lon¬ 
tana dalla vostra famiglia, dai vostri amici, 
dalla vostra patria, voi, congiunta a uno stra¬ 
niero, voi, in paese straniero, voi, diretta a 
una più lunga e forse mollo lunga dimora stra¬ 
niera, voi, che siete sola, sola, innanzi al vo¬ 
stro Dio ? Voi pregate : voi pregate, certo, 
molto, a lungo: voi pregate, tanto, tanto.... ina 
con (piali parole, le vostre o quelle delle anti¬ 
che orazioni, delle tradizionali preghiere ? Con 
le parole vostre o quelle consuete, che gli dite 
inai al Signor Vostro, nella notte, sola e lon- 
lana, come siete? Che gli dite? Di che lo rin¬ 
graziate, per che cosa a lui vi raccomandate ? 
Certo, vi raccomandate, cara sposa fortunata, 
al Signore : vi raccomandate, lo suppongo, lo 
credo, lo so, perchè il Signore vi protegga, vi 
aiuti, vi conforti.... vi raccomandate, sposa 
bella, sposa giovane, sposa ricca, lady d’In- 
ghillerra, prossima ambasciatrice, vi raccoman¬ 
date ! E, dopo aver pregato, voi sciogliete le 


- Kilt 

vostro vesti e ambito a lolln, nol>il dama, è 
voro r sempre in silenzio, sempre sola? Non 
suppongo : so. Leggete, in letto, perchè un 
po'di tempo passi? Perchè qualcuno ritorni, 
alla line c voi non siale più sola, leggete pa¬ 
zientemente, perchè l'ora passi ? (’he leggete 
mai ? Un libro di religione ? Un romanzo? Chi 
sa clic leggete I A un certo punto, qualunque 
sia il libro, voi lo chiudete, lo deponete sul 
tavolino ila notte, presso l’orologio, fra la lxic- 
celta dei sali e il verro. (Iran , voi voltale la 
chiavetta della lampada e la vostra lesta e la 
vostra persona si accomodano, per il sonno 
notturno. Voi vi addormentate, sola, sino all’al¬ 
ba, sino alla mattina. Non lo suppongo, lo so. 

Da tre notti, lady Diana, il vostro novello 
sposo, il marito vostro, sir Randolpli Montagli, 
od io, restiamo insieme, sino all’alba. Egli non 
sa di questa mia compagnia: ma io son poco 
lontano da lui c vigilo, veglio, con lui, sino al¬ 
l’alba. t nel Cerclc prive, del Kursaal che io 
l’ho visto, per la prima volta, tre sere fa, cioè, 
tre notti fa. Ero entralo, là, condotto da un 
amico, don Lodovico Massari, che ama il giuo¬ 
co, sebbene non sia un forte giuocatore : io ho 
giuocato, un tempo, e ho anche perduto, ma 


— 161 — 


senza grande piacere. Ilo, poi. trovato di non 
esser nò abbastanza povero nò abbastanza ric¬ 
co, per esser un giuocatore ; e non ho giocato 
più. Abbiamo fatto un giro in quei maestosi 
saloni e nei salotti dove, ovunque, erano cir¬ 
condate le tavole da giuoco, baccanti, poker, 
Ircnla et qaaranle da una triplice fila di giuo- 
catori. A una di esse, di trente et quaranle, 
era seduto sir Randolph Montagli, pacato, im¬ 
mobile, attento e intento al suo giuoco, clic do¬ 
veva esser forte. Ho dovuto, a traverso le 
teste, guardarlo due o tre volte, per esser certo 
che fosse lui : mi pareva impossibile che lo 
stposo novello di Diana Sforza giuocasse a 
carte, in quella notte, nella sontuosa bisca. Poi, 
ho pensato che si trattasse di una partita di 
un’ora. E ho atteso, pazientemente, altrove, ri¬ 
tornando in quella sala, ogni tanto, con discre¬ 
zione, a occhieggiare ; egli era sempre colà, 
calmo, assorto, giuocatore freddo e preciso. 
Vi è rimasto sino all’alba. Anche io. Mi son 
dovuto celare, all’alba, quando egli escila dal 
Cervie prive, insieme ai più accaniti, ostinati 
giuocatori. Non mi ha visto. Era distratto, pal¬ 
lido e chiuso : pallido per la notte vegliata, non 
altro, perchè, mi han detto, dopo, che aveva 


SeraO. Ella non risposi. 


11 



— 162 — 


guadagnato. Sono tre notti elio. <la mezzanotte 
in poi, sir Randolph Montagli viene alla sala 
<la giuoco, prende il suo posto, giunca sino al¬ 
l'alba. un grosso giuoco : e son tre notti clic 
io mi aggiro per i saloni estremi del Cercle 
priué, por le stanze di lettura, di scrittura, ve¬ 
gliando anche io. per vedere a che ora, mai, 
si levi dal giuoco, sir Montagli. All’alba, sem¬ 
pre: con un gruppo di una ventina di giuoca- 
tori. come lui, inglesi, francesi, russi. Ho, poi, 
saputo che ogni notte, dalla prima in cui è 
giunto a Ostcnda. egli è venuto a giuocarc, 
egli è restato sino all’alba e clic vi verrà, lo 
sanno bene, i croupiers, sino all’ultimo giorno. 
I'a un forte giuoco : guadagna, perde, per lo 
più è fortunato e, forse, la vincita o la perdita 
gli sono indifferenti, ma ama il giuoco per il 
giuoco, con quell’ardore segreto, vestito di 
compostezza e di silenzio delle anime nordiche. 
Cesi un joueur serieux , dicono, gravemente, 
i croupiers del Cerale priué.... E ho saputo, 
altrove, ho potuto sapere, al vostro albergo, o 
sposi novelli, che sir Montagli prende una 
doccia, rientrando all’alba, e che si ritira nella 
sua stanza, a riposare, la sua stanza che non 
è neppure vicina alla vostra e che solo alle 





— 103 - 


undici e mezzo.' è permesso al suo domestico 
di bussare alla sua porla.... 

0 novella sposa, voi dormite sola, tutte le 
nodi, voi dormite sola, e vi svegliate sola, e 
non rivedete lo sposo vostro che a mezzodì ; 
ed egli, tutte le notti, va a giuocare, come 
prima, come sempre ; va a giuocare, sino al¬ 
l’alba. O sposa novella, egli vi ha, voi siete 
sua, voi siete un fior di bellezza, voi siete gio¬ 
vane, e siete sua, sua, sua ; egli vi ha voluta 
e vi ha sposala c vi ha condotta via, e la 
notte egli non è con voi!, egli giuoca, egli 
rientra alla luce chiara, egli dorme nella sua 
stanza, come se voi non esisteste, sposa sua, 
donna sua.... egli vi dia, e non vi pensa, non 
vi desidera, non vi Vuole, non Vi prende.... 
ah, ah, sposa novella, lady Diana Montagli, 
sir Randolph Montagli non v’ama, non v’ama, 
non v’ama.... 


Paolo Ruffo . 


— 104 — 


» Offenda, rentotto agosto.... 

Un’ora fa, al Corde privò, alla tavola del 
Ironie et quarante. circondalo da tre file di 
giuocatori o di spettatori, slretLi attorno alle 
sedie dei giuocatori maggiori, sir Randolph 
Montagli, che è sempre attentissimo al suo 
giuoco, che non guarda mai i suoi vicini, che 
non leva mai gli occhi su coloro clic gli soli 
dirimpetto, sir Montagli si è fermato, un istante 
solo, dal giuocare. ha alzato un po’ la testa, 
lia levato gli occhi e, fra le tre file di coloro 
clic erano in piedi e ove mi pareva di esser 
perfettamente nascosto, indietro, come stavo, 
mi ha scorto, mi ha guardato, mi ha ricono¬ 
sciuto. Nè il colore del suo volto si è alterato, 
nè un muscolo di questo suo viso si è mosso : 
solo, le sue palpebre hanno avuto un piccolo 
battito che io ho scorto benissimo: e, mi è 
parso, un lieve tremito nella sua mano, che 
toccava distrattamente le monete di oro e i 
biglietti di banca, a sè dinanzi. Non altro. 
Egli ha continuato a giuocare. lo son restato 
immobile, di fronte a lui. non volendo allon¬ 
tanarmi, non volendo aver l’aria ili fuggire. 



- 165 


Egli non mi ha inai più cercato col suo sguar¬ 
do. Ma, prima, mi aveva visto e riconosciuto, 
perfettamente. Ho atteso, muto, fremente nel 
fondo del mio animo, una mezz’ ora ; dopo, 
naturalmente, mi sono aggirato due o tre volte 
nei saloni e, poi, sono uscito. Ilo avuto la 
forza di far epiesto tranquillamente, con una 
calma perfetta: ho camminato lcntamenle, nei 
saloni, neiranlicamera e persino nella via che 
conduce a questo mio piccolo, ignoto albergo 
Urliamo, come se pensassi die etjli potesse 
seguirmi, che eqli volesse raggiungermi e clic 
non dovevo, non dovevo aver l’aria di fug¬ 
gire, davanti a lui. Ah io non fuggo, non 
fuggo. io sono un uomo, io non ho paura di 
un allr’uomo, io non ho mai avuto paura, io 
ho rischiato, due o tre volte, la mia vita, per 
meno assai di questo amore, io mi son battuto 
in duello, con avversarli temibili, io ho corso 
dei gravi pericoli, in viaggio, a cavallo.... ma, 
ecco, questa notte, io tremo tutto di una emo¬ 
zione invincibile, perchè sir Montagli mi ha 
riconosciuto, tremo per voi. Diana, tremo come 
un fanciullo e un terrore misterioso, per voi, 
Diana, fa battere i miei denti e mi vergogno 
anche di questo tremore, di questo terrore. 


— 100 — 


ma so, so che è solamente per voi, Diana, clic, 
per me, siete sospettala da vostro marito, voi, 
novella sposa, voi, innocente, voi, pura, voi, 
forse, Diana, siete in pericolo, per me, per la 
mia pazzia, voi che non ini amate, voi che 
non mi avete mai amato e io vi fo perdere la 
pace, io vi comprometto, io, forse, vi Io cor¬ 
rere qualche pericolo, ignoto, non so bene.... 
Oh che notte passerò mai, io, qui, non sa¬ 
pendo se egli non sia rientrato subito all’al¬ 
bergo e non vi abbia risvegliata, c non vi 
abbia insultala, per me, voi, che non mi co¬ 
noscete, clic non mi conoscerete mai.... phe 
nolle atroce, tremando, io clic non sono un 
vile, io che non calcolo la vita, io che la darei 
per voi, mille volte, tremando, io, vigliacca¬ 
mente, puerilmente, per voi, Diana, innocente, 
pura.... 


« Paolo>. 





— 167 — 


« Ostcnda, trenta agosto.... 

«Da quarnnlolt’ore non osco da questa mìa 
cameretta del fìclteoue: l’alberghetto è celato 
fra le case della città, lontano da.Hu popolosa 
spiaggia e dal suo grande popolosissimo boule¬ 
vard: l’unica mia finestra dà sovra una viuzza 
deserta: e qui mi chiamo Giorgio Costa: qui, 
non mi cercherà nessuno, non mi troverà nes¬ 
suno. Da due giorni non esco : ho detto al 
cameriere che non mi sentivo bene, sebbene 
non avessi bisogno di medico: e mi portano 
in camera i pasti, a cui, (piasi, non tocco, nu¬ 
trendomi di caffè, di thè , di qualche bicchie¬ 
rino di cognac , stordendomi col fumo di cento 
sigarette, passando dal mio letto alla mia poi - 
trona. dormendo a sbalzi, sonnecchiando in- 
lerrottamenlc, cercando di leggere, non com¬ 
prendendo quello che leggo, cominciando delle 
lettere a Diana, che non continuo, perchè non 
so se gliele potrò dare mai, perchè non so più 
nulla, più nulla, più nulla, di lei. jierchò anche 
la lettera ultima, .con cui le dicevo che sir 
Kundolph Montagli.mi aveva scoperto e rico¬ 
nosciuto è qui, innanzi a me e queste parole 


— 168 — 


istcsse, questo diario della mia paura, quando, 
quando, quando lo leggersi ella mai ?... Son 
qui, chiuso, nascosto, nascostissimo, come un 
criminale, come un ladro, come un assassino, 
come colui che abbia commesso un orrendo 
delitto ed è Fuggito in una tana, in una grot¬ 
ta. a celarsi e ad ogni momento crede di esser 
ritrovato c preso.... Oh Diana c clic m’im¬ 
porta, mai. se in un’aggressione io muoia o 
muoia Montagli ! Oh Diana, con che furore mi 
azzufferei, con costui, che io odio, clic io de¬ 
testo, coinè vorrei che ci azzuffassimo, ci mor¬ 
dessimo, ci strangolassimo, io, lui, morendo 
per voi ! Ma che solo un’ombra funesta passi 
nel ciclo della vostra vita, per me, o Diana, 
ma che un essere umano possa credervi colpe¬ 
vole, Diana, per me, ma che qualcuno possa 
minacciarvi, Diana, ciò mi fa un tale orrore e 
mi dà un tale terrore, che io non oso più 
escire, di qui, temendo clic egli m’inconlri, di 
nuovo.... pensando, sperando, clic egli non 
mi abbia visto, non mi abbia riconosciuto, la 
prima volta.... pensando, sperando che egli 
non sappia niente, di me.... sperando, .spe¬ 
rando, per voi sola. Diamp che tutto questo 
sia un mio orribile sogno.... e che voi siate 




- 16 » — 


serena.... e che nulla sia accaduto.... questo 
sperando, io sono qui, prigioniero del mio 
sgomento e della mia speranza.... e forse, è 
vana ogni mia speranza ed è giusto il mio 
sgomento, per voi, perchè, forse, voi soffrite, 
per me, o mio giglio immacolato, voi soffrite 
per lui , clic vi tortura e io sono qui, impo¬ 
tente e vile.... io non so nulla, non so nulla, 
so che debbo restar nascosto, niente altro, 
(pianto tempo, non lo so.... 


Paoi.o ». 



■ -—- 

— 170 - 


« Ostenda, due settembre.... 

«Diana, la mia Diana, la mia povera cara 
Diana è partita da Ostenda, da cinque giorni, 
con suo marito, partita il dì seguente alla not¬ 
te in cui egli mi ha scorto e riconosciuto nel 
salone della bisca. I'C con un’astuzia molto 
semplice c che mi è sorta in mente, solo dopo 
quattro mortali giorni di prigionia, in convul¬ 
sioni spasmodiche del mio cuore e dei mici 
nervi, che qualcuno, dal mio albergo, ha do¬ 
mandato notizie, dal telefono, al Continental 
di .vr e di lady Montagli : astuzia così puerile 
e che mi è apparsa solo ieri, quando non ne 
potevo più, quando ero deciso a tentar tutto, 
a osar tutto, ad affrontar lutto, pur di sapere 
la sorte della mia povera cara creatura di 

amore, di Diana_ ed ecco, in un istante, io 

ho saputo che ella non è più qui, che, da 
cinque giorni, è parlila con lui. Non altro. K 
una notizia, netta e breve, che mi ha placalo 
di colpo e che ha liberalo la mia • volontà. 
Sono stalo un vile a restar prigioniero, quattro 
giorni, in una stanzaccia di albergo: ma vile 
per lei, vile per salvarla, vile perchè ella fosse 





— 171 — • 

tranquilla. Ivlla è partita. Dove, come, perchè 
è partila il di seguente? Dove è andata? Do¬ 
ve l’ha condotta ? .Ma, ecco, io sono calmo e 
sono libero. Io posso escire, circolare, partire, 
viaggiare, raggiungerti in capo al mondo, o 
Diana mia.... ovunque tu sia, o Creatura del 

mio sogno e del mio desiderio_ ovunque egli 

ti abbia condotta.... ovunque egli voglia te¬ 
nerti, chiusa, lontana, egli, il rapitore, il car¬ 
ceriere, il carnefice, ovunque io possa incon¬ 
trarlo c, infine, affrontarlo, affrontarlo, io che 
ho avuto lo scorno, l’onta di tremare, per lui, 
c di celarmi, per lui.... 


« Paolo . 


- 172 — 


« Ottùnda, tre settembre.... 

«Sir Randolph Montagli e lady Diana, sua 
sposa, sono, appunto, partiti il ventinove ago¬ 
sto, a mezzodì, in una grande automobile da 
tourisme: faranno un grande giro in Olanda 
e, forse, anche in Germania. Non hanno la¬ 
sciato indirizzo, al Continental, non conoscendo 
bene le tappe del loro itinerario. I loro servi, 
il domestico e la cameriera, sono partiti per 
l’Inghilterra, col grosso dei bagagli. Questa 
|partenza è stala improvvisa. Tutto epiesto ho 
saputo io, personalmente, dalla bocca dei por- 
tier dell’ hotel Continental : e nuU’altro, per¬ 
chè null’altro sapeva quello che mi aveva in¬ 
formato. Sono escito, lentamente, dall’albergo, 
sul boulevard, sulla spiaggia, ove, ancora, con 
vivezza, con lietezza di gridi, brulicava la 
gente, brulicavano, sovra tutto, bimbi e bim¬ 
be, quasi ignudi nelle loro maglie da bagno, 
di colori forti : e mi è parso di vedere questo 
spettacolo la prima volta : e mi ha lasciato 
indilferenle e inerte. Il mare del Nord aveva 
quel suo intenso color plumbeo : un sole piut¬ 
tosto smorto vi batteva, sopra, senza mutarne 


- 178 -- 


le linfe: un grosso piroscafo nero si allonta¬ 
nava, fumando, verso le coste inglesi : inerte, 
a tono, io considerava tutto questo che mi era 
estraneo e indifferente. Delle donne, in vesti 
ancora bianche, ancora chiare, andavano c 
venivano, rapide, sorridenti, ridenti, lungo il 
mare, battendo i tacchetti sul pier: dame, fan¬ 
ciulle, cortigiane. Qualcuna, credo, mi ha guar¬ 
dato e forse ha riso del mio volto di ebete e 
della mia golTa immobilità. Io son rimasto lì 
un'ora, mollo più. senza più alcuna energia, 
senza più alcuna forza fisica, non sapendo 
Pii' che cosa fare, che cosa pensare, che co¬ 
sa decidere, dove andare.... Inerte: e inetto, 
inetto, così inetto a vivere.... 


Paolo*. 





— 174 — 


« Parigi, quindici ottobre.... 

«La duchessa Spinelli (l’Arco mi ha fatto 
promettere, ieri sera, quando l’ho lasciata, che, 
oggi, sarei andato al Bazar de charité, ove ella 
vendeva, a uno dei comptoirs di beneficenza, 
per i poveri della colonia italiana. Con quel 
suo bel riso che tanto ringiovanisce la sua 
bocca impallidita, mostrandone i denti bian¬ 
chissimi c intatti, ella mi ha detto : £ per i 
poveri italiani.... ma vi saranno delle belle ita¬ 
liane. Maria Spinelli ha, sotto le vivaci forme 
mondane,un cuore mollo sensibile: ogni tanto, 
ella rammenta di discendere da quella nobile 
fanciulla napoletana, un’altra Maria Spinelli, 
che la leggenda vuole si facesse monaca, non 
potendo sposare colui che amava, il Pergolesì, 
per contrasto dei suoi austeri parenti : ogni 
tanto, la pia e tenera leggenda della sua an¬ 
tenata, rende pensosa la duchessa d’Arco. Ed 
ella ha compreso, in questa mia più lunga c 
più solitaria dimora in Parigi, che una intima 
e pungente cura mi tenesse: nulla chieden¬ 
domi, quando io andava a trovarla, ella ha 




tentalo, con bontà, con grazia, di distrarmi, 
di consolarmi, senza troppo insistere, così co¬ 
me si sfiora con man leggera una ferita mal 
cicatrizzata. Io nulla ho detto a Maria Spinelli, 
perchè il segreto che io porto, nel fondo del¬ 
l’anima, che è tutto il mio cruccio, ma è. 
anche, tutta la mia vita interiore, non mi ap¬ 
partiene. Un nome vi è congiunto : e mai io 
debbo dichiararlo a persona viva. U nulla ho 
detto, perchè questo doloroso amore non può 
esser consolato che da una sola creatura vi¬ 
vente : solo da Colei che lo ispirò, senza di¬ 
viderlo, purtroppo, mai. Neppure a Dio io 
chieggo conforto : secondo la fede dei miei 
padri, Egli vede e sa le mie sofferenze, ma 
io amo la donna altrui, io sono in peccato 
mortale c per esser assolto e perdonato, do¬ 
vrei non amar più. Debbo e voglio, or dunque, 
tener per me il mio segreto : e ne ho formato 
c ne formo ogni mio pascolo sentimentale, sia 
esso fatto di lacrime, di assenzio e di cenere. 
Nessuno sa niente: nessuno deve saper nien¬ 
te.... Solamente, coloro clic mi voglion bene, 
come la duchessa Spinelli d’Arco, cercano di 
togliermi alla mia profonda malinconia, con 
gli svaghi del mondo, se non con i roventi 



piaceri della febbrile vita parigina. Io sono 
andato, dunque, al Bazar de diorite , per far 
trascorrere un pomeriggio, per far contenta 
Maria Spinelli e per cercare, come ella dice, 
graziosamente, le nostre belle italiane. Ira tan¬ 
te belle straniere.... più belle, le nostre ita¬ 
liane.... assai più belle.... 

....Faustina de Chambrun, cioè quella clic, 
in Roma, si è chiamata, per venti anni, Fau¬ 
stina Ottoboni e, dopo, per la sua bellezza, per 
il suo fascino, il conte di Chambrun si è inna¬ 
morato follemente di lei, Chambrun. giovane, 
simpatico, brillante, che l’ha sposata c condot¬ 
ta via. a Parigi : Faustina, in tre anni, ha con¬ 
quistato Parigi e la sua società, Faustina, eettc 
fleur de jeunesse et de beauté, coi suoi grandi 
immensi occhi azzurri, sotto la fronte bianca, 
sotto l’onda dei capelli neri, con una bocca 
florida del suo ricco sangue giovanile e una 
persona perfetta di linee, Faustina, di una ele¬ 
ganza inimitabile, a Parigi, proprio a Parigi, 
Faustina, dal riso paradisiaco.... ma fra le 
brume della lontananza e del ricordo, io veggo 
delincarsi un volto candido appena colorito di 
roseo c due occhi oscuri, come le oscure viole 
del pensiero e una piccola bocca serrata e una 


tristezza orgogliosa.\nelle l’altra italiana, 

Carla liusca, la nobile, lombarda, dai lunghi 
occhi d’Orienle, dal viso .scarno, dalla criniera 
biondo rossastra, dall’ alta persona ieratica, 
Carla llusca ora piena di fuoco e ora miste¬ 
riosamente languida, Carla, originale, eccen¬ 
trica, perversa, che era, lì, accanto alla con¬ 
tessa di Chambrun, che donna seducente.... 
ma io evoco e mi riappare innanzi ai nostal¬ 
gici occhi della niente un puro volto liliale, 
un volto composto c nobile e il suo gran si¬ 
lenzio, che nulla interrompe, rende più avvin¬ 
cente tanta nobiltà e tanta purezza.... e la du¬ 
chessa d’Arco, istessa, così rosea nella sua 
delicata carnagione di rosa d’inverno, sotto i 
suoi capelli bianchi come la neve, così squi¬ 
sita nel suo toccante appassimento.... ma ijo 
veggo, sì, veggo, come se fosse vivente, in¬ 
nanzi a me, il mio grande giglio candido, un 
fiore di castità e d’intimo profumo spirituale, 
Diana, Diana ! Da contessa di Chambrun e 
donna Carla llusca erano allo stesso comptoir 
vendendo dei merletti, dei ricami, dei galloni, 
delle ceramiche, delle maioliche, tutte cose 
d’Italia: una ricca folla ondeggiava, dovunque, 

12 


Kbkao. Ella non rispose. 


178 - 


in ludo il l!(i;<n■ de rhnrHr e s’inl'ollivsi, sovra 
tulio, innanzi al largo banco <!cs belle» ila- 
lienncs. Mi sono l'ormalo, un poco, a chiac¬ 
chierare con Faustina Ottoboni, rammentan¬ 
dole Roma — ella sospira, tace, poi scuole il 
capo e ride, ride in francese , come ella dico : 
io ho comperato qualche cosa da donna Carla 
Busca, clic odora sempre di saldai, quando 
una terza donna, una fanciulla, uscendo di 
dietro il banco, mi ha offerto una jstaluina giul¬ 
ietta di Sigila : 

— È donna Oliva Sforza, Paolo.... — ha 
dello subito Faustina, facendo la presenta¬ 
zione. — Vivina cara, costui è Paolo Ruffo, 
un italiano, di Roma, un amico.... 

Donna Oliva Sforza ha subito sorriso e 
tulio il suo vezzoso volto di brunella, di un 
ovale così aristocratico, si è irradiato di quel 
sorriso, mentre i suoi begli occhi neri, sotto 
le fini sovracciglia diritte, scintillavano. Fila 
mi ha steso una manina inguantata di bianco, 
come era vestila di bianco la sua persona, e ha 
stretto la mia mano francamente. 1 miei spi¬ 
rili smarriti non m’hnn fatto parlare, imme¬ 
diatamente, ma Faustina ha coverto la mia 
confusione, soggiungendo : 


«—Oliva è mia ospite: di passaggio, pur¬ 
troppo_ 

«E si è allontanata, per portare in giro, in 
vendila, i suoi merletti di Abruzzi, i suoi ri- 
eami siciliani, io ho potuto, allora, pronun¬ 
ciare delle parole banali e fredde: 

Non rimane, qualche giorno, ancora, a 
Parigi, signorina Sforza 1 

— Oli così poco, ancora ! ella ha escla¬ 
mato, con un vivo rimpianto. — Ho visto 
quasi nulla, qui.... ho tanto desiderio ili ve¬ 
dere... 

— Non conosceva Parigi 1 

« — Oh no ! — ha trillato la voce cantante 
di Vivina Sforza. — Io sono una ignorantella : 
io non ero uscita da Perugia, sino alle nozze 
di mia sorella Diana.... 

«—Ah! — ho esclamato io, voltando il 
viso in là, per nascondere il mio pallore, il 
mio rossore. 

«— Vado da lei, ora, in Inghilterra — Vi¬ 
vimi ha soggiunto, lietamente!. — K vedrò 
Londra.... e l’Inghilterra.... resto un mese, due 
mesi.... forse più.... con la mia bella Diana. 
Non conosce, signor Rullo, mia sorella, la mia 
grande sorella ? 


IRÒ 


»— ....di vista..... da lontano.... - ho ri- 
sposlo, con un sodio di voce. 

« Non l'ha incontrala, in Moina ? Se sa¬ 
pesse quanto è lidia! Ora è maritata, signor 
Rullo, con un diplomatico, inglese: è lady 
Diana Montagli, la bella lady Diana Mon¬ 
tagli.... 

« — Ed è felice, anche, di queste nozze, la 
sua grande sorella ? — ho osato di chiedere 
alla cara c schietta fanciulla. 

«— Felicissima! — ha esclamalo con viva¬ 
cità Yivina, con un moto leggero delle sue so¬ 
vracciglia. — Che potrebbe desiderare di più ? 
Sir Montagli è perfetto, con lei. — Un po’ 
freddo, forse.... ma è inglese, comprende, si¬ 
gnor Ruffo? Ripeto, è perfetto, con Diana.... 

«— ....ella la raggiunge, dunque, in Inghil¬ 
terra ? 

«— Sì, a Montagli Gasile, nel Sussex : è una 
provincia inglese, vicina a Londra. Ora, sou 
forte in geografia inglese ! Dia|ua mia, la mia 
buona Diana, è un po’ sola, da due settimane : 
e rimpiange l’Italia e la sua famiglia, si sa.... 
Montagu che vuole una migliore residenza di 
Vienna, non vi è tornato c ha chiesto di re¬ 
stare, qualche tempo, a Londra, al Foreiyn 


181 


Office: così passa la settimana a Londra e 
rientra dal sabato al lunedì, a Montagli Gasile. 
Lei conosce mio cognato ? 

«— Un poco.... di vista.... 

— Ila molti anni — soggiunge, più lenta¬ 
mente, un po’ pensosa, Vivimi Sforza. — Ma 
li porla con eleganza.... soli così eleganti, gli 
inglesi.... 

Le piacciono lauto, gli inglesi? Anche 
lei, ne sposerebbe uno? lio l'audacia di dire 
a questa vezzosa fanciulla, con un accento af¬ 
fettuoso. 

Ella china gli ocelli, pensa un istante, co¬ 
me scossa, c poi risponde, con un sorriso 
malizioso : 

«— Per ora, nessuno ini vuole.... ma io 
preferirei sempre un italiano. 

«—Meno male! — esclamo io. 

Ella tace, guardandomi fuggevolmente, lo 
compero non solo la slnluinn ili Sigila, ma un 
tappetino di Giuriaria un covri libro siciliano, 
da Oliva Sforza, la leggiadra sorella di Diana. 
Ella è così contenta ! Ma io non oso parlarle 
più di nulla, non ho neppure il coraggio ili 
chiedere alla contessa di Chambrun il permes¬ 
so di andare a trovarla, per salutare Oliva 



- 182 — 


Sforza, prima della sua partenza per l’Inghil¬ 
terra. Forse la fanciulla l’attendeva, questa 
richiesta. Ma io avevo tanto, tanto bisogno di 
esser solo ! Ilo salutato le belle italiane, si¬ 
gnore e fanciulle, senza dire altro: donna Oli¬ 
va Sforza mi ha stretto la mano, un po’fred¬ 
damente, pentita, forse, della sua improvvisa 
familiarità. Ma io volevo allontanarmi, fuggi¬ 
re.... Poco distante, ho baciato la mano alla 
duchessa Spinelli (l’Arco, la mia amica di¬ 
screta e tenera : 

— Avete salutato Faustina c Carla? Avete 
conosciuto la leggiadrissima Vivimi Sforza ? 
Carina, non è vero ? 

Carina ho ripetuto, automaticamente. 

Quante fanciulle vi sono, che potrebbe¬ 
ro far felice un uomo_ ha soggiunto Ma¬ 

ria Spinelli, pensosa. — Ala gli uomini non le 
sposano. 

Non le sposano, è vero.... ho ripe¬ 
tuto, ancora, come una eco. 

(Ili uomini sognano.... sognano.. . ha 
mormorato Maria Spinelli. 

' — Sognano.... si ho replicato. 

«E la ho lasciala, libero, infine, di esser 
solo, nella via, solo, in vettura, solo a casa 


- 183 — 


mia, nella mia stanza, per raccogliere i miei 
pensieri, i mici sentimenti, per raccoglierli in¬ 
torno a Colei, per cui, da un tempo infinito, 
incalcolabile, sei settimane, languivo e agoniz¬ 
zavo, in silenzio e in solitudine, nulla più sa¬ 
pendo del Mio Bene. Ed ecco che la mia do¬ 
lorosa vigilia, che la mia trafiggente pazienza 
d’amore hanno avuto il loro compenso. Sul 
mio cammino deserto, verso me, è apparsa la 
incantevole Vivimi Sforza e la sua fresca voce 
c la sua anima nuova, tutto mi han dello della 
mia Euridice e io, solo, qui, posso schiudere 
le porte del mio cuore, e lasciarne fuggire la 
pena c riempirlo, ancora, di nuovo, di una 
fulgida speranza.... 


« Paulo 


— 184 — 


« Paridi, diciassette ottobre.... 

«Nel paese straniero ove voi dimorate, nella 
solitudine da cui siete circondata, vengano a 
interrompere il gran silenzio, clic voi tanto 
amate, ma che. forse, talvolta, opprime e con¬ 
trista il cuor vostro. Diana. Stella idei mio cielo 
notturno, vengano queste mie ledere a por¬ 
tarvi la parola di un assente, di un lontano, 
di colui che una sera di agosto, in (Menda, 
innanzi al gran mare nordico, nell’oninra, si è 
beato del vostro volto bianco nella nolle, stella, 
stella mia, e, da allora non vi ha più riveduta, 
son giusto, questa sera, sette settimane, mai 
più, mai più, vi ho vista, stella Diana ! Sono 
solo quattro lettere queste, ma quante egli ne 
ha scritte, in questa lunga serie di giorni pe¬ 
santi, di giorni inutili e dopo averle serbate 
due o Ire giorni, le ha rilette e scoraggialo, 
sfiducialo, profondamente deluso dall'essenza, 
dalla lontananza, dalla mancanza di vostre 
nuove, le ha lacerale. Ma voi immaginato 
quanto intenso e segreto dolore sgorgava in 
quelle lettere, che la sua stessa mano ha di¬ 
strutte : lo immaginale, da queste lettere, in 



— 185 — 


cui egli vi narra tutta la sua triste ventura, 
quando egli è fuggito vilmente, innanzi a sir 
Randolph Montagli, quando si è nascosto vil¬ 
mente, per non farsi ritrovare da sir Montagli 
e tutto questo per salvar voi da qualunque 
periglio, da qualunque ingiuria, ila qualunque 
sospetto: la sua triste ventura quando egli ha 
conosciuto la vostra improvvisa partenza da 
Osinola, verso l’Olanda, verso la Germania : 
la sua triste ventura, quando un dubbio mor¬ 
tale lia paralizzato ogni sua volontà, poiché 
egli non poteva, non doveva seguirvi, nel vo¬ 
stro viaggio errabondo, in città piccole, ove 
sarebbe stato subito visto, osservato, ricono¬ 
sciuto : la sua triste ventura quando in un’in¬ 
certezza mortale, egli è venuto a Parigi, così, 
per andare in una vasta c tumultuosa metro¬ 
poli, per andare in una grande città di pas- 
saggio, chi sa.... chi sa.... per andare in 
una città cosmopolita, ove, forse, avrebbe ap¬ 
preso qualche cosa.... chi sa.... per andare, 
infine, in un paese ove avesse potuto trovarli 
un viso amico, una mano amica, in un paese, 
infine, ove egli avesse potuto isolarsi, fra l’alto 
rumore della folla e la febbre della vita. Ah 
l’amarezza dell’isolamento, che quotidiana he- 



— 180 — 


valida e come egli l’ha assorbita tutta, a lunghi 
sorsi, in Parigi, sci settimane, in Parigi, non 
avendo conforto nè dalle inebbrianti vertigini 
parigine, nè da qualche volto affettuoso, nè 
dalla discreta parola carezzevole eli Maria Spi¬ 
nelli, da nessuno, un conforto, Diana ! Voi siete 
passata di qui : forse vi siele rimasta due gior¬ 
ni : ma io non l’ho saputo: ma io non vi ho 
incontrala.... sino a che, l’altro giorno, la dolce 
messaggera, Iride, vostra sorella, \ ivina Sforza 
giovine e smagliante, come Iride, ini ha aperto 
delicatamente il cuore, con la gran notizia. 
Diana, ecco le (piatirò lellerc ove ho narrala 
la mia misera sloria, sciti’ sci lima ih* senza \oi, 
luce mia, aria mia, sole mio, come dicra la 
canzone di Lucerna, come dice la canzone di 
Napoli, misera sloria di un uomo che non può 
vivere senza voi. Diana, le lellerc che vi invio 
e che, sono cerio, capiteranno nelle vostre 
mani, perche io so i giorni in cui siete sola, 
a Montagli ('.usile, perchè io so che i ma¬ 
riti inglesi non si occupano delle corrispon¬ 
denze delle loro mogli, me lo hanno detto 
tutti, tulli, queste lellerc mi precedono di po¬ 
chissimi giorni. So dove siete, so come vivete : 
uon posso restare più qui ; ei pochissimi giorni 






— 187 — 


io li concedo, non alla mia prudenza ma al- 
l’amor mio islcsso, per non giungervi innanzi 
d’improvviso. Diana, io parto per Londra : io 
cammino verso voi, passo per passo, per rag¬ 
giungervi, come è mio destino, come è vostro 
destino : parto per Londra c dopo verrò anche 
nel Sussex, a Montagli Castle : ci verrò, ci 
vengo e non importa che sir Handolph Mon¬ 
tagli mi vegga, mi riconosca, mi all'ronli, e mi 
provochi c mi uccida, giacché questa è la mia 
sorte ed è anche la vostra sorte. Diana, io 
vengo verso voi, per rivedervi, perchè siete 
l’essenza della mia anima, perchè siete il san¬ 
gue del mio cuore e non posso vivere senza 
voi ed è meglio morire, che vivere senza 
voi.... 


« Paolo ». 


188 


« Londra, Piccadilly Hotel, venticinque, ottobre.... 

«Diana, sono qui, da ieri sera, anelante, 
ansioso, da clic ho lasciato Parigi. Appena la 
nave si è staccata dalle coste francesi, la mia 
esaltazione è cresciuta cd io ho attraversata 
la Manica, all’avanti della nave, per riconoscere 
subito le coste inglesi, Tra le brume già fitte 
dell'autunno, e quando abbiamo toccato terra 
a Dover, mi sono precipitato nel treno, sono 
restato in piedi dietro i cristalli del mio va¬ 
gone, guardando con occhi allucinati fuggire 
la campagna inglese, sotto i veli ondeggianti 
della nebbia, nell’ora crepuscolare, e il mio 
cuore batteva da rompersi, nel petto, quando 
io sono entrato in Londra e mi sono diretto 
a quest’albergo, nel centro della colossale città 
c sono penetralo nella mia stanza, al quarto 
piano: era come se vi dovessi inconlrare, sa¬ 
lutare, parlare., stringere la !mano da un istante 
aU’istanle, e tremavo, tremavo.... Poi, lenta¬ 
mente, un gran freddo è disceso sul bruciore 
del mio sangue, un gran brivido è sopraggiunte 
a diradare la mia gioia. Un senso di novella 
delusione mi ha invaso. Sono qui. Niente altro. 



Voi Sirie nel Sussex. in un castello ; poro I011- 
l;mo, ma iiifinitamenlc lontano: ma Ira alle 
muraglie, forse, clic vi cliimlono ; ma Ira gli 
alberi folti di un parco profondo, alberi oscuri, 
alberi tetri, dei paesi nordici : ma prigioniera 
di lutto ciò, voi siete ! Sono qui. Null’altro. 
1 '. posso sino alla fine dei miei giorni, non ve¬ 
dervi mai più, luce degli ocelli miei, aria del 
mio respiro, vita mia, vita mia ! 





— lfH) — 


« Londra, ventisei ottobre.... 

Diana, Diana, datemi un segno ! l T n segno 
purché io sappia che siete viva, costà, a Mon¬ 
tagli Gasile: die sapete, ancora, che io soli 
vivo : che sapete, ancora, come io vi adori ; 
clic avete ricevuto le mie ultime lettere da 
Ostenda, ila Parigi, e, ieri, quelle da Londra : 
che io possa sperare di vedervi, qui, non so 
come, non so quando, ma che vi vedrò : che 
io possa trovare il giorno propizio, l’ora pro¬ 
pizia, il momento propizio, in cui io possa 
anche tentar di vedervi, costà a Montagli 
Castlc.... un segno, Diana!' Un segno! un 
segno ! 


« P a 01,0 ». 



- ini 


« Londra, ventisette ottobre,... 

« K <|ncslo il segno. Diana V Possibile elle sia 
questo il segno? (ìiaccliè io lio incontrata, oggi, 
in Londra, Vivina Sforza, vostra sorella : oggi, 
un’ora fa, sul marcia piede a diritta, «li tìer/nnt 
Street , l'erma innanzi ad una vetrina di ar¬ 
genti. Era accompagnata da una signora an¬ 
ziana, vestita di scuro e dall’aria per bene, 
una tfovcrness , io credo. Stupito, commosso, 
lio rallentato il passo, cercando di non incon¬ 
trarmi con vostra sorella. Ma ella si ò volta 
improvvisamente, mi ha riconosciuto, e con la 
sua franca scioltezza, un po’ arrossendo, un 
po’ sorridendo, mi ha salutato, mi ha stretto 
la mano, quasi sembrandole naturale clic io 
fossi in Londra. 

— Sono venuta a Londra per commissioni 
— mi ha spiegali») presto, presto ma ri¬ 
torno fra un’ora a Montagli ('.astio. 

— E bello. Montagli Gasile ? ho chiesto 
stupidamente, banalmente. 

- Stupendo! Una vera poesia.... — ha 
esclamato donna Vivina. — Perchè non viene 


IW — 


a vederci ? — Poi si è stillilo pentii;! : si è 
morsicato le labbra. 

.... Delibo ripartire.... Non ho il bene di 
conoscere lady Montagli.... — ho soggiunto, 
con indifferenza. 

«—Ah, è vero — ha detto lei senz’altro, 
pensosa, improvvisamente. 

«Ci siamo salutali. Mi è parso che arrossisse 
di nuovo, un poco. È sparita con la muta yo- 
vcrness. Diana, Diana, è questo il segno ? Può 
essere, questo, il segno ? 

« Paoi.o ». 



« Londra, Piccatliìh/ Hotel, ven tolto ottobre.... 

«Questo elegantissimo magazzino di fiori 
freschi, che è a sinistra del portone di Picca¬ 
tali!/ Hotel, ha la sua bella bottega che si 
apre anche nel vestibolo dell’albergo, perchè 
i viaggiatori possano fornirsi di fiori, offre, da 
che io sono qui, ai miei occhi distratti, lo 
spettacolo dei fiori più delicati e più ricchi, 
una meraviglia floreale raccolta in vezzosi 
mazzetti, in fini brajichcs circondate di ca¬ 
pelvenere, e nulla stupisce e incanta di più 
clic questi magnifici fiori, in Londra, in au¬ 
tunno.... Essi hanno consolato la mia cura 
segreta, la mia sottile angoscia persistente, 
questi fiori : e oggi, oggi un’ora fa, essi mi 
hanno portato il segno, il vostro segno, Diana 
adorata, Diana celeste ! O misterioso fluido 
dell’amore che mi ha condotto, un’ora fa, su 
questa terrazza coperta del Piccadilhj Hotel 
ove si prende il thè. si fuma, si guarda passare 
la folla incessante in Piccadilly, nei pomeriggi 
caldi di estate, nei pomeriggi tiepidi di au¬ 
tunno. Oggi faceva freddo : ma era una gior¬ 
nata di sole, era un glorious tlay inglese e 

13 


Skkao. Ella non rispose. 




— 194 


sull.) terrazza coperta, fra gli alberelli rotondi 
e scuri, che sorgono dai larghi vasi di terra¬ 
cotta, tulle le piccole tavole, lungo la balaustra' 
di pietra, che dà sulla via, erano occupate* 
ed io ne ho occupata una, in fondo, tutto 
solo, avendo un po’ freddo, ma penetrando¬ 
mi dell’aria chiara, del cielo di un azzurro 
pallidissimo, ma libero, del sole di un biondo 
un po’ smorto. Così, attraverso le masse dei 
pedoni che fluttuavano in Piccadilly Street, at¬ 
traverso le file che si rinnovavano, continua- 
mente, delle automobili, degli autobus, dei cabs , 
ho visto giungere un’automobile e voi dentro 
di esso, voi, nella vostra sobria veste di un 
cupo azzurro, voi ricinta dalla grande sciarpa 
di ermellino, voi, sotto il bianco berretto di 
ermellino, voi, col vostro viso diventato cento 
volte più bello, cento volte più affascinante, 
voi, con la vostra regale persona, che si erge, 
con un gesto sovrano, voi, col vostro passo 
ritmico, armonioso, voi, che camminate come 
nessuna donna cammina, voi siete apparsa e 
discesa dalla vostra automobile, seguita dalla 
cara sorella, dalla leggiadra Vivimi vostra, voi 
siete discesa e, nel discendere, i vostri oscuri 
occhi, così grandi, han cercato, sì, han cer- 


- 105 - 


cato se io fossi sulla terrazza, come se lo sa¬ 
peste, come se lo indovinaste ; e dopo tanti 
innumerevoli «torni, i nostri sguardi si sono 
incontrati, di nuovo, si sono incontrali e uniti, 
mentre io mi sentivo morire di un’ebbrezza 
suprema : dopo un momento di esitazione, io 
vi ho vislo penetrare, non nell’albergo, ima 
nella bottega del fioraio, insieme a Yivina, 
così carina nella sua breve giacchetta di pel¬ 
liccia nera, sotto il suo berretto nero, un fiore 
di giovinezza, Yivina vostra, e voi, mia su¬ 
perba donna, voi, mia magnifica signora, voi, 
mia magnifica regina ! Io ho scosso quella pa¬ 
ralisi delle mie forze fisiche che, quasi sempre, 
m'impietra innanzi a voi, mi sono precipitato 
per le scale dell’albergo, palpitando e fremendo, 
c son giunto nel vestibolo c son restato fermo, 
presso un tavolino, ove la gente si ferma ad 
aspettare od a scrivere, ferino con gli occhi 
fissi sul cristallo di quella porta del fioraio,che 
dà sul vestibolo di Piccaditly Hotel. Confusa- 
mente, io vedevo la vostra figura, tutta vestita 
di un bruno azzurro, ma avvolta, in alto, nel¬ 
l’ermellino bianco, volgermi un po’ le spalle, 
curvandosi sui fiori disposti sul banco, come 
cercando, come scegliendo, e trepidavo, stretto 


— 106 — 


alla gola da un nodo di spasimo, di voluttà, 
di speranza. La porta del fioraio si è schiusa ; 
avanti, è apparsa Vivina, portando nelle brac¬ 
cia un grande fascio di orchidee stupende ; 
più indietro, voi. portando dei fasci di rose, 
rose bianche, rose rosse, fiori mirabili venuti 
da Nizza, dal Cairo, non so, fiori mirabili, che 
Vivina teneva leggermente e che voi stringe¬ 
vate sul petto, sul candore dell’ermellino c le 
roso vi lambivano il volto. Vivina mi ha vi¬ 
sto, e si è arrestata, un istante : il suo bel vollio 
s,i è colorato di quel gentile rossore di quando 
ella mi vede ; c con un sorriso grazioso ha ri¬ 
sposto al mio profondo saluto. Eravate più in¬ 
dietro, voi. ma mi guardavate c mi avete sa¬ 
lutato con la testa e per la prima volta, la 
prima volta, la prima volta, ho visto volare, 
per un secondo, il sorriso sulla vostra bella 
bocca. Come un lieve baleno di luce, come il 
battito di un’ala, tale sorriso : e nell’emozio¬ 
ne invincibile, che mi ha fatto struggere di 
dolcezza, voi siete uscita nella via, siete salita 
in automobile con Vivina, siete sparita. Que¬ 
sto è un giorno memorabile, Diana. Io debbo 
ricordarlo, e se l’anima mia vivrà oltre la 
tomba, lo ricorderà ancora: voi mi avete 1 sor- 


— 197 - 


riso. Io mi prostro c bacio il lembo della vo¬ 
stra veste. Voi mi avete dato il segno, voi siete 
venuta: voi mi avete salutato, voi mi avete 
sorriso. Io mi prostro, come innanzi a Dio, 
e benedico il giorno in cui voi siete nata, e 
l’ora in cui vi ho udita cantare nella sera di 
primavera, e benedico tutto il mio dolore c 
ogni mia lacrima, c mi prostro, mi prostro, 
mi prostro.... 


«Paolo Ruffo ». 



- 108 — 


« Sherborne (Sussex), Ire novembre.... 

«11 vcroncello della mia stanza, in questo 
lindo piccolo albergo della Rosa di York, è 
circondato, quasi nascosto dalla folta verdura 
delle piante rampicanti, che salgono dal florido 
giardino dell’albergo, lungo la facciata, clic 
ne nascondono il color rosso di mattone stinto 
e clic formano delle cornici fresche, alle fine¬ 
stre c ai balconi. Non delibo cscir fuori, sul 
vcroncello, nè appoggiarmi alla balaustra an¬ 
tica, di legno di quercia, per poter scorgere, 
alla mia destra, in fondo, in alto, non vicino 
ma non lontano, visibile bene ai miei occhi 
acuti, Montagli Castle, che si erge, sulla col¬ 
lina e il suo parco di olmi c di faggi, di un 
verde intenso, sale a celarlo, in parte. Qui, 
sotto i miei occhi, il paese di Sherborne si 
distende, con le sue vie un po’ arcaiche, con 
le sue case dello stile di Elisabetta, la Ver¬ 
gine Rossa, ma con le sue industrie c i suoi 
commerci agricoli, in continuo fervore: e la 
Rosa di York vede andar c venire mercanti e 
agricoltori e commessi viaggiatori, nessuno trat¬ 
tenersi troppo e tulli discorrere di affari e di 






contrattazioni, nel salone terreno, innanzi a 
grandi tazze di ale. Io ho scoverto Shcrborne, 
Diana ! Esso è dirimpetto a Montagli Gasile, 
ma fuori di ogni vostro contatto, fuori di ogni 
vostro cammino : ma per andare a Londra, in 
automobile, voi dovete passare da vie opposte, 
ma per giungere da Londra, in automobile, 
sir Randolph Montagli deve prendere lutt’altra 
via : e la stazione di Shcrborne c sovra una 
linea secondaria, che non ha rapporti con 
Montagli Castle : e Montagu Gasile ha la sua 
stazione diBordonCamp,dall altra parte, sovia 
una grande linea. Ilo scoverto Shcrborne, io, 
Diana, io, il temerario, io, l’audace vostro in¬ 
namorato, che non ho potuto pazientare un 
giorno solo, a Londra, dopo avervi visto usci¬ 
re dalla bottega del fioraio, in Piccadilly, ove le 
rose lambivano il vostro viso c un sorriso lie¬ 
vissimo è apparso e scomparso con un ba¬ 
lenìo soave, sulla vostra bocca ! Oh ma io 
sono stalo prudentissimo, astutissimo, nel mio 
delirio di raggiungervi. Diana, di venire, nel 
Susscx, in questa grande e verde e poetica 
campagna inglese, presso a Montagu Gasile, 
io ho avuto delle finezze di poliziotto, io, il 
folle innamorato e ho saputo, certamente, le 




— 200 — 


consuetudini di sir Randolph Montagli, a Lon¬ 
dra, le sue ore di lavoro, al Foreign O/jfìcc e la 
stanza di bachclor che occupa, per cinque 
giorni della settimana, al Wellington club , al 
suo antico club e l’ora in cui parte, il sabato, 
nel pomeriggio, per Montagli Gasile e l’ora in 
cui ritorna, il lunedì, a Londra.... tutto io so, 
minuziosamente, come se tossi un uomo ragio¬ 
nevole e calmo e non un pazzo di amore, per 
voi, Diana Sforza ! lì ho studiato, io, come se 
fossi un geografo, come se fossi uno stratega, 

tutta la carta del Sussex_ oh amor mio, 

con quanta profonda attenzione, per potermi 
appressare alla mia Divina Donna, per esserle 
vicino, per respirare ove Ella respira e non 
essere scorto e non essere scoperto ! Una notte 
intiera, ho trascorso, in questo studio acuto, 
comparando la carta e le sue linee c i nomi 
dei suoi paesi, con la rete dei treni inglesi.... 
una notte intiera c ho trovato Sherbornc, qui, 
qui, Sherbornc che era, per me, il paese ideale 
e sono venuto a Sherbornc e Sherbornc ini 
tiene.... Dalla soglia del mio vermicello fio¬ 
rito, aguzzando gli ocelli, io intravvedo le vo¬ 
stre grandi finestre, in allo, oltre le cime degli 
olmi e dei faggi, in allo, non mollo lontano, 





- 201 - 


ma da uii’allra parte : e il mio occhialino mi 
riavvicina a Montagli Gasile e a voi, Creatura 
del mio amore, come se mi foste presente, ac¬ 
canto. Qui, all’alberghelto della Rosa di York 
mi Iian chiesto solo il mio nome e se contavo 
restare qualche giorno, con quella parsimonia 
cortese di domande tutta britannica, quella 
parsimonia die tanto conviene a me c al se¬ 
greto della mia vita. Io mi chiamo, a Sherbor- 
ne, come a Ostenda, Giorgio Costa, dal nome 
di mia madre, Giorgina Costa : ho detto che 
mi trattenevo una settimana. G lutti sono fred¬ 
damente gentili con me c il domestico mi serve 
con tacita premura e io non chiedo di più. 
Quanto son temerario, non è vero, non è vero, 
Diana ? Nè voi, Anima cara, nè sir Randolpli 
Montagli, venite, verrete, dovete venire, da queste 
parti : Sherborne esiste, ma non vi riguarda : 
voi non conoscete, non conoscerete nè le vie 
di questo paese, uè la Rosa di York , nè lo 
strano c mulo viaggiatore italiano che vi è 
giunto, ieri sera, clic parla le sue poche, po¬ 
chissime parole inglesi con un accento esotico 
e preferisce tacere, che non è nè un mercatan¬ 
te, nè un farmer, nè un commesso viaggiatore, 
clic non esce dall'albergo, che passa la sua 



- 202 — 

giornata nella sua stanza.... Dal veroncello 
suo si scorge un piccolo lago bigio chiaro ili 
Montagli Castlc, fra gli alberi ilei suo parco.... 
Temerario, temerario, poiché oggi, domani, il 
Caso. l’Occasione, possono rovesciare e distrug¬ 
gere l’edificio mio leggero.... poiché oggi, do¬ 
mani, qualcuno mi vedrà, io lo sento, in fon¬ 
do al mio spirito, ma sono qui, alla mia ve¬ 
detta, guardando le muraglie del vostro ca¬ 
stello, le vostre grandi finestre e vivo di (ulto 
questo e senza tutto questo, morrei.... 


«Paolo Rullo ». 



- 203 — 


• Sherborne (Suttex), quattro novembre.... 

«fi sabato sera, Diana. Tutte le finestre 
di Montagli Gasile sono illuminate : io ne sco¬ 
vro quattro al secondo piano, due al primo. 
Sir Randolph Montagli ò, certamente, giunto 
da Londra, qualche ora fa, per il suo iticele end 
in famiglia. Avrà portato seco degli amici, 
come fa, quasi sempre. Vi è gran pranzo, dun¬ 
que, da voi : c, dopo, mentre gli uomini ma¬ 
turi fumano e bevono, Voi e Vivina farete 
musica, o canterete, per i giovani, credo.... o 
Diana, mi struggo di amore, di tristezza, di 
desiderio e di gelosia, qui, solo, solo, in una 
stanzetta di alberguccio, in un paesetto d’In¬ 
ghilterra, fissando freneticamente le vostre fi¬ 
nestre splendenti col mio occhialino e gli occhi 
mi si abbagliano. Mi struggo di amore c di 
gelosia, Diana.... 


« Paoi.o'» . 






— 204 — 


« Shcrbornc (Sussex), cinque novembre.... 

«Stamane, domenica, la niaid dell’albergo, 
prima di portare via il vassoio del mio caffè 
e latte, mi ha domandato discretamente se io, 
essendo italiano, ero cattolico. Ilo risposto di 
sì, un po’sorpreso: ed ella, sempre con pa¬ 
role discrete e semplici, ha subito soggiunto 
che vi era, nelle vicinanze, una chiesetta cat¬ 
tolica, s’io volevo recarmi alle funzioni dome¬ 
nicali. Il boi) dell’albergo era pronto ad accom- 
pagnarmici. Ilo ringraziato: ho detto che mi 
sarei deciso, più tardi. E una sorda agitazione 
mi ha tormentato, da quell’istante. Una cap¬ 
pella cattolica, poco lontana, una cappella della 
mia , della nostra religione, Diana ! Una cap¬ 
pella cattolica c voi siete restala tale, Diana ! 
E voi, forse, stamane andrete a messa, colà, 
qua, nelle vicinanze, con Vivina, andrete, forse, 
Vivina è cattolica come voi, con lei, andrete 
c senza sir Montagli clic è protestante ? An¬ 
drete.... andrete? Che pensare, che credere, 
che decidere ? Potrei vedervi, sola, senza lui , 
in chiesa ? Potrei incontrarvi sulla porta della 
chiesa e darvi l’acqua benedetta? E Vivina, 



- m - 


\ Svina, clic direbbe ? Polirei ■nascondermi, forse, 
dietro una siepe, fra gli alberi e vedervi pas¬ 
sare, al ritorno ? Ma vi andrete ? E non vi ac¬ 
compagneranno altri? Non so, non so.... non 
so niente.... non posso saper niente.... non 
posso far niente— debbo torturarmi, qui, in¬ 
nanzi a questa carta, clic vi giungerà solo 
domani e il tempo fogge e fogge l’occasione 
bella.... 


«Paolo a. 




« Sii erborile, cinque novembre ... 


«Diana, è sera. Ritorno dalla cappella del 
Redentore, dove sono andato nel pomeriggio 
condottovi da un ragazzo dell’albergo, Joe, un 
boy simpatico c svelto. Un’ora di strada, a 
piedi, da Sherborne, dalla Rosa di York: fra 
grandi boschetti di faggi c larghe praterie su 
cui ondeggiava in quest’ora crepuscolare una 
nebbia sottile, fredda c penetrante. La cap¬ 
pella era aperta, per i vespri domenicali : è 
alle porte di Barnes, come sapete, e a Barnes, 
vi sono, per un caso strano, delle famiglie cat¬ 
toliche. Si pregava, in chiesa. Delle vecchie 
donne, delle ragazze, dei bimbi, rispondevano 
alle preghiere del prede, sull’altare : ]>oi, hanno 
detto il rosario. Voi non vi eravate, Diana. 
Ma vi eravate stala , stamane; lo so, l’ho sa¬ 
puto. E mi consumo talmente dal desiderio di 
vedervi, che non ho potuto resistere c sono 
andato, alla cappella del Redentore, dove voi 
avete inteso la messa e pregato, stamane, quasi 
per riconoscere la vostra presenza, quasi por 
ritrovare la vostra traccia, quasi per sentire, 
nell’aria, per vedere, nell’aria, qualche poco 
del vostro fluido, Diana.... Vi sono andato, a 


- 207 - 


piedi, e vi sono rimasto mezz’ora : ho preso 
l’acqua benedetta, dove forse la vostre dita si 
sono immerse : mi sono inginocchiato innanzi 
al banco signorile, che porta lo stemma della 
città di Barnes, chi sa, forse, colà, vi siete in¬ 
ginocchiata anche voi : ho cercato di racco¬ 
gliermi, celando il viso nelle mie mani, ho cer¬ 
cato di pregare, ma è la vostra figura che mi 
è apparsa, con tutte le sue grazie, è il vostro 
volto che mi è apparso, con tutte le sue se¬ 
duzioni, sono stati i vostri oscuri occhi così 
tristi e cosi fieri, che mi han guardato, con 
soavità, a Londra, è stata la vostra florida 
bocca su cui ho visto alitare un sorriso, a Lon¬ 
dra.... oh io vorrei morire, di gioia, di ebbrez¬ 
za, per un bacio di quella Locca.... A testa 
bassa, nell’ombra, nel freddo, sono tornato a 
Sherborne, col boy che correva allegramente 
innanzi a pie, ma io vedevo quegli occhi, nella 
nebbia della sera, io vedevo quella bocca, in¬ 
nanzi a Ine.... Oli Diana, morire per un ba¬ 
cio ! Splende di lumi Montagli Castle : e io de¬ 
liro, qui, verso un vostro bacio, mia donna, 
mia donna che siete di altri : deliro c non so 
che sarà di me e di voi, forse, di voi, in que¬ 
sto mio delirio.... 


< Paoi.o ». 





— 208 — 


« Sherborne, vette novembre.... 

«È notte. Io rientro nella mia stanza del¬ 
l’albergo, tenuemente illuminata da una lam¬ 
pada velala, resa tiepida dal buon fuoco di 
legno, che arde sotto la cenere del mio cami¬ 
netto. Io tremo di freddo e di stanchezza.... Io 
bo passata tutta la sera, nell’oscurità, solilo 
gli alberi di Montagli Gasile, aggirandomi nel 
vostro parco, venendo quasi, temerario, pazzo 
che sono, a sfiorare le mura del vostro castello, 
quasi a farmi divorare dai vostri grossi cani 
di guardia che, per fortuna, eran legati nelle 
loro cucce di legno c ringhiavano. È martedì, 
sir Randolph è a Londra ; lo so, lo sapevo, 
stamane, e ila due giorni premeditavo di ve¬ 
nire, costà, di penetrare, costà, di giungere 
sino alla vostra dimora, di toccarne la soglia 
e di varcarla, sì, di varcarla, forse, chi sa.... 
Lo premeditavo così profondamente, che nul- 
l’altro pensiero ho avuto, per due giorni, che 
varcare la distanza lunga clic divide Sherborne 
da Montagli, scendendo nella valle e risalen¬ 
dola, verso il castello, che introdurmi nel vo¬ 
stro parco, il quale non è cintato, il (piale coni 


l'ina con la campagna aperta, con i suoi filari 
di alberi e Ir sur siepi facili a scavalcare...., 
Sono parlilo alle cinque di sera, dicendo che 
andavo a Barnes celie sarei tornalo tardi, nella 
sera : è mezzanotte e io ho camminalo quasi 
sempre, per queste selle ore, appressandomi 
a voi, aggirandomi intorno a voi, sempre più 
avvicinandomi a voi, per queste grandi vie di 
campagna, ma deserte e gelide, nella nolle, 
per i larghi sentieri del vostro vasto parco, 
|)ieno di ombre nei posti più lontani, qua e là 
illuminato, presso il castello. Sette ore. Diana, 
ho camminalo, sono stato in piedi, non sen¬ 
tendo il freddo della notte, respirando la neb¬ 
bia, trovando la mia strada miracolosamente, 
giungendo fin quasi alla vostra porta.... Non 
avele udito i vostri cani? Qualcuno deve averli 
uditi abbaiare fortemente, per poco: poi, rin¬ 
ghiare a lungo, lo mi sono allontanato, cau¬ 
tamente, come ero giunto: ma non sono par¬ 
tito, sono rimasto sino a lardi, andando di qua 
e di là, non salendo allontanarmi.... Ad uno 
ad uno si sono spenti tutti i lumi nel castello 
ed esso è diventato un’ombra nell’ombra : io 
sono partito, lentamente, voltandomi ancora, 
nella notte, a guardare quelle mura di pietra, 


Skkao. Ella non rispose. 


14 



'.'IO 


ove voi siete chiusa.... Ilo camminalo, ho cam¬ 
minalo tallio, per tornare, qui ; ho perduto due 
volte la mia via, nella oscurità, e sono giunto, 
stanco, stanco morto, in questa mia camera, 
così confortevole, con la sua luce tenue, col 
suo tepore: ma ho un freddo clic mi fa bat¬ 
tere i denti, malgrado il grande ceppo clic ho 
messo nel caminetto e che arde, arde : ma ho 
una tale stanchezza che non posso levarmi 
da questo seggiolone, per mettermi a letto. 
Sette ore, Diana, sette ore, nella notte, nella 
campagna, nel parco, sotto il castello dei Mon¬ 
tagli, come un pezzente, come un ladro.... oh 
che gelo, nelle mjie ossa e nel mio cuore, 
Diana !... 


« Paolo ». 


Sherborne, olio novembre. 


<: Quello che io temevo, con presago cuore, 
è accaduto. Stamane, alle undici, in Shcrbome, 
mentre io eseiva, dall’ ufficio postale ove era 
andato a impostare, per voi, l’ultima mia in¬ 
tera, ho incontrala donna Vivimi Sforza, vostra 
sorella. Kssa era in un huggg e guidava lei 
un vispo cavallino, avendo accanto un groom: 
io l'ho vista giungere ili lontano!, dall’altro 
capo della via c mi soli fermato, incapace di 
fare un passo, più, per rientrare nell’ ufficio 
postale, per nascondermi : ho speralo che pro¬ 
cedesse innanzi, col suo carrozzino, al passo 
rapido del cavallino. Ma ella, invece, si è fer¬ 
mala davanti al magazzino di merletti inglesi, 
che è accanto alla Posta, ha gittato le redini 
al groom ed è discesa prestamente. Allora, mi 
ha visto. Oh Diana, i suoi occhi si sono spa¬ 
lancati per una sorpresa grandissima: e il suo 
volto si è trascolorato. Perplesso, smarrito, io 
non ho fatto che salutarla : olla mi ha reso il 
saluto, con uno smarrimento forse maggiore 
del mio.... Diana, perchè vostra sorella impal¬ 
lidisce o arrossisce, vedendomi? Perchè non 
le sono indilTerente ? Su chi sono? Sa chi sono ? 





Lo sa ? Lo sa V Vostra sorella'/ Clielo avete, 
detto? Ha trovalo, ha visto qualche mia let¬ 
tera? Ha indovinalo qualche cosa? Perchè mi 
guarda così stranamente? Perchè mula di co¬ 
lore ? Mi odia, forse, perchè io insidio la vostra 
pace? È una egoista. Vivimi? K una perfida? 
È una stupida? Perdonatemi,perdonatemi,ma 
l’incontro di stamane mi ha sconvolto, perchè 
io non conosco Vivimi, inoli so il suo animo, 
non posso apprezzare il suo carattere c i suoi 
sentimenti. Clic avrà pensato, vedendomi a 
Londra, ove non aspettava d’incontrarmi ? L, 
qui, a Sherborne, a Shcrborne, in un piccolo 
paese d’Inghilterra, dove non vi è nessuno scu¬ 
sa, perchè io vi sia e non vi è che una sola 
ragione, l’amore? Che avrà pensato? Si è do¬ 
minata, poi, stamane ed è entrata nel magaz¬ 
zino dei merletti inglesi, ove è restata un po’ : 
nel suo huggy mi ha raggiunto, mi ha sor¬ 
passalo verso la fine della grande via : andava 
più lentamente: si è voltata a guardarmi, 
con un’occhiata lunga, scrutatrice, mi ha sa¬ 
lutato con un cenno vago, della testu. Che fa- 
rà, che dirà, Vivimi, di me, a Sherborne? È 
capace di denunziarmi, di denunziarvi, Vivi- 
uà, a vostro marito? K una traditrice, Vivimi? 

«Paolo». 





— 213 — 


« Sherborne, ime novembre.... 

«Diana, Diana, perche non vi vedo, mai, 
mai, da una settimana clic sono qui c voi lo 
sapete? Perchè restate chiusa nel vostro ca¬ 
stello e nel vostro parco, ove io ho osalo pe¬ 
netrare solo una notte e non oserei, mai, «li 
giorno ? Perchè non uscite, non passeggiale, 
non circolate, in vettura, in automobile, in Iro¬ 
no ? Da due giorni, senza freno, io vi cerco su 
tulle le vie che circondano Montagli Gasile, 
avvicinandomi per quanto io più possa, io vi 
cerco a Sherborne c a Barnes, chi sa, chi sa, 
come Vivimi, vi foste, io vi cerco nelle due 
stazioni di Kctlering e Hi (inumile per cui 
si parte, per Londra, io son tornato alla cap¬ 
pella del Redentore, presso Barnes, ma era 
chiusa, poiché essa si apre solo la domenica. 
Dove siete? Che fate? Vivete? Vivete? Io 
non so più se siale una creatura vivente, io 
dubito di me, dei miei occhi, «Iella mia ra¬ 
gione, della mia anima, in alcuni momenti, 
non so se siate mai esistita, poiché non vi 
vedo più ! Diana, da sette mesi vi amo, vi 
scrivo, vi seguo : da sette mesi non ho più ne 


- 314 - 


patria, nè casa, nè famiglia, per voi : da set¬ 
te mesi sono un pellegrino d’amore, un vaga¬ 
bondo d’amore, un mendico di amore : e so¬ 
no in fondo a un paese ignoto, obhliato, fra 
gente di un’altra razza, di un’altra lingua, di 
un’altra fede.... c voi, voi, non mi avete mai 
corrisposto, non avete mai risposto alle mie 
lettere, le più ardenti e le più umili, voi ora, 
in questa mia lappa fra le più bizzarre e le 
più dolenti, vi serrale nel vostro silenzio e nel 
vostro orgoglio, più che mai, vi celale nella 
vostra dimora patrizia, vi nascondete in con¬ 
suetudini clic io ignoro, mi sfuggile, mi sfug¬ 
gile, come non mai, perchè, perchè Diana, 
non vi vedo, non vi posso vedere, anche da 
lontano, anche in un’apparizione fugacissima ? 
Oh Diana, Diana, che orgoglio, che indiffe¬ 
renza, che gelo, nella vostr’anima ! 


<’■ Paolo . 




— 215 — 


i Shcrbome, dieci novembre.... 

«Dall’alba, piove dirottamente.Un velo fitto 
ili pioggia chiude questa piccola casa^ della 
Uosa (li York e la divide dalle altre di Slier- 
liornc, auch’esse scomparse dietro la pioggia, 
dentro la pioggia. l ; a freddo ; fa umido ; il cielo 
è basso, con le sue nuvole grosse, pesanti c 
oscure, da cui la pioggia cade, rapida, lolla, 
battente, con scroscio forte ed eguale, da quat- 
tr’ore. lo sono qui, nella mia Stanzetta ove arde, 
sempre, il mio buon fuoco di legna secche e 
fragranti, unico conforto delle mie vene gelate, 
del mio cuore gelido: (piando respiro, il fiato 
che esce dalla mia bocca diventa una nuvo¬ 
letta lieve di vapore. Qui dentro, sono prigio¬ 
niero della pioggia : poiché invano, da stamane, 
io lento di scorgere, dai cristalli del mio bal¬ 
concino circondalo di verdura, le linee, almeno 
le linee di Montagli (‘-astio. Neppure le lince, 
Diana, io ne posso vedere, a malinconico c 
slerilc conforto della mia desolazione, in questa 
giornata di prigionìa. Montagli (.astio è sparilo 
dal Sussex, dall'Inghilterra, dal mondo: Mon¬ 
tagli Castle non esiste. Che farò, io, con la mia 


povera anima solitaria, con il mio povero cuore 
(Icscrlo, ove il mio amore è un lago nero, 
senza onde c senza riflessi, che farò io, carce- 
rato, oggi, con la mia anima dolente, col mio 
cuoio dolente, con il mio amore senza speranza 
e senza più forza di nulla desiderare ? Che sarà 
«li me, in questa giornata tetra, cupa, Predila, 
in questa stanza in cui 1 aria si aggrava e in 
cui son solo, lontano dal mio paese, dalla mia 
famiglia, da Lisa mia? L voi. Diana, che fate 
voi, a Montagli Gasile, il castello fantasma, su 
cui più greve si abbassa il ciclo pesante di nu¬ 
vole, a cui la pioggia, intorno, inette un cerchio 
fatato, fatale clic lo chiude? Come vivete voi 
questa giornata orrenda, voi clic siete, come 
me, del paese ove un sole di oro scintilla in 
un cielo azzurro ? Avete acceso un immenso 
fuoco nei vasti caminetti di pietra? Si fa tiepi- 
<la ma quasi irrespirabile, l’aria, intorno r, 
\oi , 1'. che tale? Clic fate per voi, per chi 
è con \oi, per lar trascorrere I orribile gior¬ 
nata ? Pensate, leggete, fate musica, cantate ? 
Cantale, forse? Ab «incita voce, quella voce 
sonora, grave, toccante, perchè ho dovuto udir¬ 
la, io Roma, la voce clic chiamava Euridice, 
il suo bene perduto, quella voce penetrante di 





- 217 — 


ardore, di passione, perchè ho dovuto udirla, 

quando diceva clic Ninetta dormiva_ che 

Ninetta era morta...? Ah non avessi mai udito 
voi cantare, Diana, che mi avete fatto bere un 
filtro possente, nella vostra voce.... Diana, 
che siete Isotta.... e almeno Tristano fu ama¬ 
lo, fu. amato.... 

« Paolo ». 


« Shcrbnrne, ilieci novembri!.... 

« La campagna e i paesi e i borghi, stamane, 
si sono risvegliati in un immenso flutto di 
nebbia. Non piove più, da ieri sera : ma le nu¬ 
vole si sono trasformate in un mare di nebbia, 
dentro il quale salgono, a renderlo più denso, 
i fumi e i vapori della lerra bagnata. L’aria è 
bigia : la luce è bigia. Non si ode un rumore. 
Non si ode un passo, non .si vede un’ombra. 
Ieri, prigioniero della pioggia : oggi, prigioniero 
della nebbia. K questa, mi si è dello, può du¬ 
rare settimane e mesi. Diana, sono stanco, tri¬ 
ste, inalalo: una pungente nostalgia mi trafig¬ 
ge, della mia patria, di coloro che mi amano, 
laggiù, da cui io sono lontano, ed essi non 
sanno la mia ventura. E ogni mia stanchez- 


— 218 — 


za, ogni mio male, ogni mia nostalgia, sareb¬ 
bero guariti dal balsamo sublime dcll’amor 
vostro, o Donna : e ogni mio morbo dell’anima 
e ilei corpo si sanerebbe, solo clic la vostra 
divina presenza mi fosse concessa. Ma voi non 
mi amale, non mi volete amare, non mi po¬ 
tete amare : ma, voi, da che io sono qui, in 
un paesello inglese, struggendomi di vano de¬ 
siderio, struggendomi d'inutile ansietà e ora, 
consumandomi in un languore mortale, non 
avete più voluto apparirmi e io ne ignoro la 
causa e tulio è mistero.... Oli clic nostalgia di 
amore è quella di cui io sottro, Diana, c non 
posso più reggere senza l’amor vostro e non 
so più vivere senza il vostro viso e sono stanco 
di una invincibile stanchezza, sono triste di 
una tristezza infinita c malato, infine, malato 
di solitudine, di miseria morale, di disdegno 
vostro, di abbandono vostro.... 


« Paolo 



— :?l!i — 


« Sherborne, undici novembre.... 

« Mando questo biglietto a mano, a Montagu 
Gasile, per lo svelto boy dcll’alberghetto. La- 
scerà il biglietto per voi, senza dire donde 
proviene. Non posso attendere che la posta 
ve lo porli, domattina. Non posso ! Voglio pre¬ 
garvi oggi, in ginocchio, perchè veniate domat¬ 
tina alla messa, alla cappella del Redentore, 
presso Barnes. Ve. ne scongiuro, per lutti i 
vostri morti, Diana: per tutti quelli che ama¬ 
le, sulla terra, Diana : per la nostra patria 
lontana: per lo stesso nostro paese: j>er lutto 
quello che ci unisce, di razza, di sangue, di 
sentimenti, di costumanze ; Diana, venite, do¬ 
mattina, alla chiesa. Non posso più continuare 
a vivere, senza vedervi : non posso ! Mi nascon¬ 
derò dietro il boschetto di olmi, sul limitare 
della via che va a Barnes : nessuno mi scor¬ 
gerà. lo vi vedrò passare : non altro, Diana, 
perchè io viva ! Fatemi vivere, Diana ! A do¬ 
mattina, Diana, per carità di imi uomo che vi 
ama e che non può seguitare a vivere, cosi, 
senza il sorso d’acqua della vostra presenza, 
un istante, un istante solo.... 


Paolo ». 


— :. J 20 — 


« Slia borne, dodici novembre.... 

«Non siete venuta alla messa. Vivina è ve¬ 
nuta. E quando, da dietro agli alberi folti ove 
io mi ero celato, ho veduto giungere il buggy 
che ella guida ed ella discendere sola, lascian¬ 
do le redini al suo groom, c penetrare, sola, 
nella chiesa, non Ilo avuto più nessun rilegno 
e sono entralo io stesso, in chiesa, liberamcnle, 
come un uomo che non ha nulla da temere. 
Vivina era mollo avanti, nella cappella, pres¬ 
so l’aitar maggiore, inginocchiata innanzi a 
quel banco signorile, di legno, col capo curvo 
sul suo libro di preghiere. Io era molto in¬ 
dietro, in piedi, appoggiato a uno dei pilastri 
che sostengono la loggelta dell’organo, hi non 
mi sono raccollo nella preghiera o nella me¬ 
ditazione: non ho udita una sola parola del 
sacerdote: e i suoi gesti mi sono parsi lenti e 
fastidiosi. Fremevo, dentro, di dolore, di col¬ 
lera, sì, anche di collera, perchè voi non siete 
venuta, in chiesa : e fremevo d'impazienza, an¬ 
che, perchè finita la messa, io potessi avvici¬ 
narmi a Vivina Sforza e parlarle e interro¬ 
garla, non sapendo più resistere a tanto mi¬ 
stero, a tanto silenzio, a tanto abbandono. El- 



la non ini ha visto, prima : e ha pregato, 
intensamente, mi è parso, con quella vera 
pietà religiosa che è nelle anime giovani. Si 
è creduta sola, fra inglesi della sua religione, 
ma non della sua razza e si è data alla pre¬ 
ghiera, tutto il tempo della messa e anche un 
poco dopo. Ila fatto un largo segno di croce, 
salutando l’altare c si è avviata alla porla. 
Sulla soglia, di fianco, io raspollava, lilla era 
in penombra : non ho potuto scorgere il suo 
viso : ma mi è parso che ella facesse un moto, 
indietro, vedendomi. Forse, per la sorpresa. 
Io l’ho salutala, le ho steso la mano : un 
istante, ella ha lasciata la sua, nella mia, 
molle e, mji è parsa, un po’ tremante. Ma essa 
sorrideva, con un caro sorriso di bontà e di 
lietezza: e restava, in piedi, presso me, sor¬ 
ridendomi. 

«—Tempo inglese, donna Vivimi! — ho 
detto io, facendo un gran sforzo, per sorri¬ 
dere, per parlare. 

«—Brullo, brutto! — lia esclamato Vivi¬ 
mi, con una smorfia. — E pensare clic du¬ 
rerà mollo.... chi sa quanto.... 

— Lei rimane, ancora, a Montagli Castle '? 
— ho domandato, io, con una cortesia fredda. 


«_ Sì, ancora tre sctlimanc — ella ha ri¬ 
sposto, guardandomi un poco. — Dopo, parlo 
per l’Italia: ho la sorellina Anna, «ola e i 
fratelli.... 

c _ A Roma, non è vero, donna Vivimi '? 

«— Oh non a Roma! — ella ha esclamalo, 
malinconicamente. — A Perugia, ove è casa 
nostra.... non a Roma.... purtroppo.... 

«_ Perugia è assai bella.... — ho soggiunto 
io, vagamente. 

«—Conosce? Conosce Perugia? — m’ha 
chiesto, con ansietà gentile. 

«— Un poco.... 

« — Vi ritornerebbe ? Vi ritornerà ? — ni’ ha 
chiesto, precipitosamente. Poi se ne è poli¬ 
tila : ha arrossito : ha chinato gli occhi. 

« — Vi ritornerò, certo.... più tardi — ho 

detto io, sempre freddo. 

«— Resta in Inghilterra? - ella ha chiesto, 

timidamente. 

« — No : parlo — ho soggiunto senz’altro. 

„_ Ah! — ha esclamalo lei, a bassa voce, 

come se non osasse chiedere alito. 

«E, vedendo clic il colloquio cadeva, non ho 

saputo contenermi. 

«— Lady Montagli sla bene? 



— SKKl - 

Dice di star beile mia sorella : ma a me, 
non pare.... — ha mormoralo la fanciulla, co¬ 
me se parlasse a se stessa. — Non vuol con¬ 
fessarlo : ma il clima le fa male. 

«— Perchè non vuol confessarlo? — ho in - 
sislilo io. 

<;—Per non dispiacere a suo marilo, sii* 
Randolph, clic è inglesissimo e adora natural¬ 
mente il suo paese. 

«— Lady Montagli ama molto suo marito? 
— ho osalo chiedere io, senza pentirmi del¬ 
l’audace inchiesta. 

«Un po’ pensosa, ma semplicemente, Vivina 
Sforza mi ha risposto : 

< — È una donna di grande virtù, mia so¬ 
rella. Sono certa clic essa rispetta profonda¬ 
mente sir Montagli. 

Kgli lo merita ho detto io. a denti 

stretti. 

Sì. Stamane, ella non è venula a mes¬ 
sa, per non dargli noia. Kgli la lascia libera, 

mollo, nella sua religione_ Ma (pii, Diana, 

per delicatezza.... si astiene un poco.... com¬ 
prende, Rullo? In Italia, è altra cosa.... 

K quando verrà, in Italia, lady Monta¬ 
gli ? — ho chiesto io, insistendo. 


«—Chi sa.... chi sa.... - ha mormoralo 

Vivimi, sempre più pensosa. 

«Tutti si erano allontanali dalla chiesetta, 
per diverse vie : lo spiazzale erboso era de¬ 
serto. Restavamo soli, Vivimi od io, col groom 
che teneva pel morso il cavallino ilei hngou, 
quale scalpitava. K, a un trailo, \ ivina mi ha 
detto, come se non potesse più frenarsi : 

«—Avrei tanto voluto presentarla, Ruffo, 
a mia sorella.... far fare loro una buona co¬ 
noscenza.... non ho pollilo.... che peccalo ! 

< Ed Ila taciuto, subito dopo, guardandomi 
coi suoi begli occhi dolci e lieti. 

« — Sarà per un’altra volta.... — ho mor¬ 
morato io, a bassa voce. 

— Speriamo_ in Italia— ci rivedremo, 

non è vero, in Italia, nel paese nostro? 
ella mi ha chiesto, con una sincera ansietà, 
stringendomi la mano, accingendosi ad andar¬ 
sene. 

«— In Italia: certamente le ho risposto, 
con accento più fermo. 

«Ella è salita in buggg più vivamente. Pri¬ 
ma di partire, sorridendomi deliziosamente, mi 
ha gittato un bocciuolo di rosa clic aveva al¬ 
l’occhiello della giacchetta e ha detto, fru- 


.... ricordo 


_ 225 _ 

stando il cavallino, partendo : — 
di una italiana ! 


«Diana, donna di grande virtù; Diana, che 
non avete voluto conoscermi ; Diana, che non 
avete avuto pietà di me ; Diana, che rispet¬ 
tate profondamente sir Montagli e, quindi, di¬ 
sdegnate l’amor mio, io penso di partire. Non 
andrò via, domattina, per non incontrarmi col 
vostro sposo, che rientra a Londra. Partirò 
domani sera. Mi sento assai debole nelle forze 
fisiche, perchè, forse, a me, come a voi, questo 
clima fa male : ma la mia volontà è forte e 
ferma. Vado via. Sarò a Londra, a mezzanotte, 
domani sera. Dopo, non so. Forse avrò biso¬ 
gno di riposo, perché questi giorni pesanti, 
odiosi, del Sussex mi hanno estenuato. A vol¬ 
te, ho qualche vertigine. Ilo vissuto male, no¬ 
ve giorni. Sovra tutto, non vi ho vista. Sovra 
tutto, voi non mi amate. Sovra tutto, non mi 
amerete mai. La vostra virtù è così alta, che 
rinnega l’amore e rinnega la vita. Oh nobile 
donna, io parlo domani sera ! Addio. 

«Paolo Ruffo». 


Serao. Ella non rispose 


15 





— 220 — 


« Londra, Piecadilly Hotel, quindici novembre.... 

Diana, sono qui, disperato di esser partito, 
disperalo di essermi allontanato da voi. Vi 


« Londra, Piccatili!/ Hotel, sedivi novembre.... 

«....sono malato.... credo di essere molto 
maialo, Diana. Non mi reggo in piedi.... la 
mia mano appena sostiene la penna. Doman¬ 
do a Dio la forza di poter discendere, nella 
via.... per impostare questa lettera.... l’ulti ma, 
forse.... con le mie mani. Dopo, risalirò in 
rasa.... c mi coricherò nel mio letto.... poiché 
sono così malato ... addio. Diana.... 


« Paolo ». 



Parte Terza. 


foglia di 












« Nizza, venti febbraio.... 


«Il mazzolino di violette di Parma ha de¬ 
scritto una dolce curva ed è venuto a cadere 
sul mio petto, verso il cuore. L’ho raccolto, 
fresco, umido, odorosissimo come era e vi ho 
immerso il viso, un istante : questo è bastato 
perchè la carrozza da cui ini era stato lanciato, 
la carrozza guarnita di viole cupe, di viole 
chiare, e di grandi lilium bianchi, eretti sul 
loro stelo, si allontanasse, nel continuo moto 
degli equipaggi : questo è bastato perchè io 
avessi scorto solamente una mano femminile, 
guantata di bianco, uscente da un lieve e bian¬ 
co mantello, lanciarmi il mazzolino delle vio¬ 
lette chiarissime e fragranti, e solamente un 
fuggevol issi ino sguardo di due occhi oscuri 
coinè le viole del pensiero, di due occhi fieri 
e tristi, incontrarsi, unirsi, in un baleno, col 
mio.... La carrozza era lontana ; un’altra, ador¬ 
na di ricchi garofani rosei passava, carica di 




fanciulle ridenti, che mi hanno buttato delle 
rose, le rose son cadute ai miei piedi e io non 
le ho raccolte. Avrei dovuto muovermi, cam¬ 
minare, correre lungo il marciapiede della Pro¬ 
menade des Anglais, su cui si affollavano, fra 
le sedie sparse, fra le piccole tribune, altre 
donne lancianti fiori, per raggiungere la vet¬ 
tura adorna tutta di viole, più oscure e più 
chiare e di cui, lontano lontano, vedevo an¬ 
cora ondeggiare gli alti lilium candidi : invece 
sono rimasto confitto dove ero, da un’ora, pres¬ 
so il cancello del giardinetto di palme, innanzi 
al mio hótel West End, dove, da un’ora im¬ 
mobile, godevo l’aria tiepida e il sole d’oro 
di questo divino paese, dove da un’ora m’i- 
nebbriavo dei profumi dei fiori lanciati, fra le 
vetture e i viandanti, fra le tribune e i palchi, 
di quel corso dei fiori. Ero solo, senz’amici, 
senza comitiva, senza fiori, innanzi all’albergo 
mio : solo c semplice spettatore di quella soave 
e lieta guerra di fiori, godendone parcamente, 
in silenzio, la beltà e la gaiezza. Dei fiori era¬ 
no caduti ai miei piedi, sulle mie mani, così, 
gittati da graziose donne trascorrenti nelle 
vetture tutte coverte di fiori, trascorrenti a 
piedi, e, talvolta, anche io avevo corrisposto, 



rinviando qualche fiore a qualche ignota che 
si allontanava, clic fuggiva, via. Ma il mazzo¬ 
lino di violette di Parma mi era stato lanciato 
pensatamente, misurando il tempo e lo spazio, 
da colei che, nelle sue vesti bianche, nel suo 
mantello bianco, mi doveva avere visto molto 
prima, chi sa quando, prima : cd esso era 
giunto a me come un messaggio e così, subito, 
io lo aveva raccolto e il mio viso ne aiveva 
aspirato la fragranza c la freschezza. La vet¬ 
tura di violette era sparita in un attimo, con 
la donna veslita di bianco : i fiori suoi, acco¬ 
stati al mio viso, ne temperavano il subitaneo 
ardore, e balenava, ancora, in me, uno sguardo 
noto, amato, adorato, che avrei riconosciuto 
fra mille.... 

<_Un ricordo doloroso e strano, una biz¬ 

zarra e misteriosa coincidenza m’immobilizza- 
va, nella mia solitudine, fra la smagliante folla 
del corso dei fiori. Nelle ore di torpore mor¬ 
tale da me trascorse, in quella casa di salute, 
in Bcdford Street, a Londra, ove ero stalo circa 
due mesi, e un mese Ira la vita e la molte, 
in quel torpore pesante e pieno di un lungo 
sogno che, forse, non era clic un lungo de¬ 
lirio, io ho visto, sì, ho visto una donna ve- 



slita di bianco, due o tre volle, flulluarc, come 
un fantasma, presso il mio letto, nella mia ni¬ 
tida, candida cameretta. Quella donna non era 
Nancy, la mia silente c zelante nurse, tutta 
vestita sempre di bianco, che mi ha assistito 
così amorevolmente, che, si può dire, mi ha 
strappato alla morte : non era la mia povera 
e cara Lisa che ha saputo la mia malattia, il' 
paese dove mi trovavo c il mio indirizzo, solo 
dopo un mese, quando io era già fuor di pe¬ 
ricolo, ed è accorsa, ed è stata con me, sem¬ 
pre, sino a clic io non abbia lasciato il letto, 
la casa di salute di Betìford Street e l’Inghil- 
terra, con lei, per l’Italia.... Non Nancy e non 
Lisa, la donna vestita di bianco.... Un’ombra, 
forse : una creazione del mio delirio.... Ho chie¬ 
sto, in qualche istante di lucidezza, alla nurse, 
se qualcuna fosse entrata, in camera mia : ma 
Nancy ha scosso il capo, negando, senza par¬ 
lare. Anche Lisa ha dello no, con un gesto, 
quando, più tardi, più tardi, le ho chiesto se 
qualcuna era venula a vedermi. E, allora, per¬ 
chè ho io trovato, due volte, in un vasello di 
cristallo, sul tavolino presso il mio letto, un 
fascio di violette di Parma ? La prima volta, 
forse nel bruciore della febbre, io vaneggiava 




- 233 - 


e mi è parso, proprio, in un’allucinazione, di 
vedere le tenere viole di un lilla così delicato, 
(piasi bianco c di aspirarne l’odor fresco.... 
ma la seconda volta ? Io le ho viste, coi miei 
occhi mortali, senza febbre, senza sogni, la 
seconda volta, queste viole.... Nancy, Lisa, 
non mi hanno risposto. Violette di Parma : le 
medesime di oggi.... 

«....dopo tre giorni di febbre alta, al Pic¬ 
ene////// Hotel , il padrone dell'albergo temendo 
clic io morissi, colà, è corso al Consolato ita¬ 
liano, per fare una dichiarazione c una prote¬ 
sta. Giacomo Spinola, il vice-console, ha in¬ 
tuito qualche cosa di singolare c, probabil¬ 
mente, ha compreso che il nome di Giorgio 
Costa non doveva essere il vero. Si è dato la 
pena di venire al Piccadilltj Hotel, mi ha rico¬ 
nosciuto, sul mio letto di dolore, ove io era 
prostralo, soffocando sotto una polmonite dop¬ 
pia : c ha provveduto immediatamente per tut¬ 
to quello che era necessario, medici, infermie¬ 
ri, assistendomi egli stesso, fraternamente. Chi 
ricorda nulla ? Io ho delirato trenta o quaranta 
giorni. Appena si è potuto, per le proteste 
continue del padrone dell’ albergo, Giacomo 
Spinola mi ha fatto trasportare nella casa di 




salute, a Bedford Street : ma, anche lì, fra la 
polmonite c la pleurite, io sono stato sin quasi 
a Natale, fra la vita c la morte. È aSherbornc 
che ho preso questa malattia : in una noltc di 
nebbia, di freddo, di umido clic ho passalo 
nel parco di Montagli Castlc.... Lisa non ù 
giunta clic dopo un mese ; non sapeva, Gia¬ 
como Spinola, che famiglia io avessi, c ha do¬ 
vuto scrivere, due volte, in Italia, c han cer¬ 
cato di Lisa, ovunque c infine 1 hanno «coverta, 
a Rieti, presso nostra zia, ove viveva di se¬ 
greti palpiti c di segrete angustie. £ accorsa: 
mi ha curato teneramente: con Nancy, mi ha 
salvato. Non mi ha chiesto nulla: non le ho 
detto nulla. Malinconica ma pur serena, mi ha 
condotto, via, in Italia, verso la metà di gen¬ 
naio : io, fiacco, smorto, debolissimo, nella mia 
convalescenza. La mia buona nurse era tutta 
candida, nelle mussole clic covrivano il suo ve¬ 
stito di lana grigia : la mia sorella era vestita 
di bianco, attorno al mio letto, h 1 altra, la 
terza, quella che mi è parsa di scorgere, due 
volte? L’altra era un sogno, forse, della mia 
febbre c del mio povero amore? Non so. Le 
violette di Parma, la seconda volta, io le ho 
viste, le ho toccate, le ho respirate.... Usa e 



— 235 — 


a Roma, ora, ove mi aspetta, quando avrò 
passalo, qui, due mesi, forse, per rimettermi 
completamente. Respiro meglio, ora: il mio 
sangue circola meglio, nelle mie fredde vene : 
e ho più voglia di vivere che quindici giorni 
fa, quando sono giunto, qui, ancora sfinito, 
ancora estenuato. Quando tramonta il sole so¬ 
no colto, ancora, da un grande brivido di 
freddo : ma non è la febbre. Tutti hanno fred¬ 
do, a Nizza, quando cade il sole : esso è tanto 
caldo, quando scintilla sul mare, sul Golfo de¬ 
gli Angeli.... 

«....La carrozza guarnita di violette mam¬ 
mole c di violette chiare non ò più riapparsa : 
la donna non è più riapparsa. Stringo sul pet¬ 
to i suoi fiori, ora, che ò sera, che sono 
nella mia camera ben chiusa, e riscaldata da 
un buon fuoco di legna.... Queste violette esi¬ 
stono c una donna me le ha lanciate, espres¬ 
samente.... e, quegli occhi, quegli occhi.... 


« Paolo ». 


- r?36 - 


« Nizza, ventidue febbraio.... 

«Rientro dalla redolite bianche et manne. È 
il grande veglione di Nizza, il famoso veglione 
di questo fialioso carnevale di Nizza : ogni an¬ 
no, ne muta il colore, di questa redolite e ogni 
uomo, ogni donna che vi vuol andare, deve ve¬ 
stirsi, travestirsi di quei colori c mascherarsi, 
l'olla immensa, tumultuosa in una gaiezza va¬ 
sta c, talvolta, forzata : ma come quadro, im¬ 
pressionante nelle due sempre uguali tinte, il 
bianco e il lilla, il lilla e il bianco, acconciati e 
disposti e uniti in mille fogge, le più curiose 
e, spesso, le più graziose. Folla immensa : fra¬ 
casso : tumulto. Io non voleva andarvi. Io com¬ 
pleto, qui, la mia convalescenza: e già tutta 
la mia vita rifiorisce c sento germogliare in 
me la salute e, anche, una seconda giovinezza. 
Non volevo andare : debbo finir di guarire c 
mi era stato proibito, mi è ancora proibito di 
vegliar tardi, alla sera, di viver negli ambienti 
troppo carichi di fiati umani, di profumi, negli 
ambienti artificiosamente caldi. Ma per quin¬ 
dici giorni mi ero saggiamente coricato, ogni 
sera, alle dieci, nella stanzetta del mio albergo 
West End, resistendo ai miei amici di Nizza, 


alle signore di mia conoscenza, che mi voleva¬ 
no, assolutamente, con loro, ogni sera, a Mon¬ 
tecarlo, a Beaulieu, alle feste, ai teatri. Quin¬ 
dici giorni di vita quasi monastica, dopo due 
mesi e mezzo di malattia.... c, poi, ieri l’altro, 
il mazzolino di violette di Parma, simile a 
quello di Londra, il mazzolino di cui, da due 
giorni, cerco in tolta Nizza la mano muliebre 
che lo ha lanciato, senza trovarla, senza ri¬ 
trovarla.... Sono andato alla redolile bianche 
et mauve.... 

«....centinaia di donne mascherate, nei do¬ 
mino, nei mantelli, nelle vesti bizzarre bianche 
e lilla, centinaia di donne piccole, grandi, for¬ 
mose, snelle, alcune sontuosissime, altre ap¬ 
pena decenti, molte goffamente acconciate : e, 
alcune, fra esse, così squisite nel loro lusso e 
nella loro eleganza, costantemente seguite da 
un corteo di venti, di trenta uomini ; c, alcune, 
così sapientemente svestite nel domino bianco, 
da parer seminude, col viso mascherato, cir¬ 
condate, strette da uomini arsi dal desiderio, 
procaci, quasi brutali ; qualche figura casta, 
anche, nel suo gran mantello bianco senza 
linee : una, castissima. Era in un palchetto di 
prima fila, sola : poi, due altri domino la 


— 238 — 


raggiunsero, restarono un po’ con lei e se ne 
andarono : rimase sola, di nuovo : si levò, guar¬ 
dando la sala, alleatamente, a traverso la sua 
mascherina di un lilla chiarissimo, quasi un 
grigio perla. Attorno alla sua persona flut¬ 
tuava un ricco domino mauve, dalle ampie 
maniche chiuse ai polsi, dal gran cappuccio 
alzato sulla testa e lutto merletti, lutto blon¬ 
de: e sul petto ella aveva un grosso mazzo di 
violette di Parma, fresche, fermate da un lun¬ 
go cappio di raso bianco : non si vedeva di 
che colore fosse la veste, le mani erano guan¬ 
tate e scmiuascoste ; i merletti del cappuccio 
nascondevano la fronte e il collo. Quella fi¬ 
gura era così casta e così sola ! Traversai, a 
stento, tutta la soffocante folla che si agitava, 
nella immensa sala, mi accostai al palchetto 
che era mollo basso, fissai la sconosciuta e 
le dissi, in tono scherzoso : 

«— buona sera, violetta di Parma.... 

«Mi parve clic ella si scolesse, si ritraesse, 
un istante: mi parve, non ne soli certo. Al¬ 
lora, volgendo le spalle alla sala, mi tolsi la 
maschera di raso bianco e guardandola, le 
dissi, tremando, sì tremando 
«—Sei quella di ieri l’altro ? Sei quella? 




— 230 


Davanti al IVcsf End.... il tuo mazzetto ha 
vissuto con me, due giorni.... 

«Non mi rispose una sola parola: ma vidi, 
ne son certo, che si era volta a me, clic mi| 
ascollava, col capo un po’ inclinato.... E un 
flutto di sangue caldo pulsò al mio cuore, alle 
mie tempie : 

«—Sei quella di Londra?... quando ero 
malato.... quando ero morente.... sci quella ? 

«Un impeto d’amore, una furia di amore 
mi travolsero. Mi levai in punta di piedi, 
osai toccare c stringere la mano guantata che 
era appoggiala lungo l’orlo del palco, osai 
pronunciare il nome fatale, la parola fatale : 

«— Diana.... Diana.... ti amo.... ti amo sem¬ 
pre.... 

«Ella non rispose. Ma, per un momento, la 
sua mano restò nella mia : poi, la ritrasse len¬ 
tamente : lentamente si levò, guardandomi a 
traverso la sua mascherina, con un lungo 
sguardo : si ritirò, in fondo al palco, donde 
non potevo scorgerla più. Come un pazzo, in 
mezzo a mille intoppi, a mille urti, a mille 
sgarbi, attraversai la sala zeppa, il vestibolo 
zeppo, corsi verso il corridoio di prima fila, 
cercando il palco della mia violetta di Parma. 


— 240 — 


La sconosciuta era sulla porta, insieme ad 
altre quattro maschere, molto eleganti, due 
uomini, due donne. Impossibile avvicinarla. 
Tre o quattro volle, andai avanti e indietro, 
in quel corridoio : quel gruppo non si mosse. 
Discorrevano, fra loro, ridevano, anzi, ma mo¬ 
deratamente. Tesi l’orecchio. Parlavano in in¬ 
glese. Dopo pochi minuti, si mossero, rapida¬ 
mente, si mescolarono alla folla del corridoio, 
del vestibolo : li perdetti di vista, mi sfuggi¬ 
rono. Mi aggirai follemente, nel teatro, fuori, 
nei dintorni, senza maschera : rientrai tre o 
quattro volte. E, infine, m’incontrai con Da¬ 
rio Morea, con Francesco Farnese e due don¬ 
nine, che eran con loro, fra cui Chérie, la 
Grande Chérie, la pensosa Chérie, la languen¬ 
te Chérie, la cortigiana malinconica. Mi vo¬ 
levano, con loro, a cena ; rifiutai, confuso, 
smarrito. E Chérie soggiunse, allora, con la 
sua voce velata e suggestiva : 

«—Amate Dilette Fleury, voi, Ruffo? 

« — Io ? Dilette ? Che dite mai ? 

«— Poco fa.... parlavate con lei.... le avete 
preso una mano.... 

«— Era Lilcltc ? Come lo sapete? Chi ve lo 
ha detto, Chérie ? 


«— ....era il suo palco, quello.... e ho vi¬ 
sto, oggi, il suo domino lilla, da lei.... — sog¬ 
giunse, vagamente, Cliérie. 


« Non posso dormire, non posso riposare. 
Brucia tutto il mio sangue, brucia d’amore.... 

«Paolo Ruffo ». 




Skrag. Ella non rispose. 



— 242 — 


« Nizza, ventitré febbraio .... 

«Siete qui, siete qui, Diana, io lo sapeva, 
io l’avevo sentito, io so sempre dove voi siete, 
Dio mi conduce verso voi, voi siete la mia 
donna, voi mi eravate destinata, voi mi siete 
destinata. Diana, vi ho riveduta, qui, sul mio 
cammino, Diana che dovete amarmi, Diana, 
Diana mia ! Con tutte le violette di Parma che 
v’invio, con due mie ledere, insieme a questa, 
Diana, ecco il mio cuore, ecco la mia anima, 
ecco la mia persona, ai vostri piedi, desiosa 
dcll’amor vostro, di tutto l’amor vostro, Dia¬ 
na mia ! 

«Paolo Ruii-o». 



« Nizza, ventitré febbraio.... 


« F. notte: debbo scrivervi che ardo di amo¬ 
re, per voi, Diana bella, Diana mia ! Ardo, 
come prima : ardo, più di prima : ardo, come 
se avessi venti anni e ho venti anni, infatti, 
poiché la mia terribile malattia ha rinnovato 
tutta la mia vita, poiché la mia convalescenza 
e la mia guarigione sono una risurrezione 
delle mie forze, della mia prima giovinezza, 
di quanto è più nuovo c più ardente, in un 
uomo, in un giovane.... Quanto eravate bella, 
ieri mattina, quando vi ho incontrata sulla 
porla dcìYIIótcl lìulif, fra un gruppo di ami¬ 
che e di amici, e come un sobbalzo mi ha 
spinto verso voi, quasi per prendervi, quasi 
per rapirvi e voi lo avete inteso e vi siete ar¬ 
retrata di un passo, impallidendo, arrossendo, 
sfuggendo, infine, al mio sguardo che troppo 
vi amava, pubblicamente.... Ardo di passione 
per voi, Diana, che non vedo da tre mesi, 
che ho sempre amata, anche nel mio delirio, 
anche nella mia agonia, ardo c voi dovete 
bruciare della mia fiamma, perchè siete la 
mia donna, perchè il ciclo vi ha mandata, a 



- 244 — 


me, e non vi è potere terreno, non vi è lega¬ 
me terreno, che mi vi possa togliere.... Diana, 
eravate voi, non è vero, voi che mi avete 
lanciato sul petto, sul cuore, il mazzolino di 
violette di Parma, il giorno del corso dei fio¬ 
ri ? Diana, eravate voi, l’altra sera, alla re- 
doule, voi, in quel palco, nel grande domino 
lilla, col bouquet de Parmes sul seno, voi, 
a cui ho parlato, e mi avete ascoltato, mula 
ma benignamente, eravate voi, di cui ho preso 
la inaila, e me l’avete lasciata, un istante, voi, 
voi e non Lilette Fleury, non è vero, voi, voi, 
che mi dovete amare, voi, Diana adorata ? 


<: Paolo ». 



- 245 - 


« Nizza, ventiquattro febbraio.... 

e Sir Randolph Montagli è con voi, a Niz¬ 
za ; lady Roselyne Melville è a Montecarlo, 
perchè ama molto il giuoco, alla sua età e, 
ieri, è venuta da Montecarlo, a passar la gior¬ 
nata con voi : e avete, con voi, una piccola 
comitiva di amiche e di amici, inglesi, francesi, 
italiani : siete una bande, pare, come ve ne 
sono, qui, tante, a Nizza, a Montecarlo, a Can¬ 
nes, una joyeuse bande , che è sempre insie¬ 
me, nelle gite, nelle escursioni, nei pranzi, 
nelle feste : e siete circondata e presa, da tutti 
costoro, come dietro un baluardo.... e che 
m’importa, che m’importa di tutti costoro ? 
Niente m’importa di sir Randolph Montagli, 
che mi ha preso la mia donna, ma che deve 
restituirmela e io debbo riaverla e la riavrò : 
niente di lady Melville che vi ha maritata 
a uno straniero, a un vecchio, togliendovi ru¬ 
nico grande bene che abbia la vita, che è 
l’amore : niente, niente di tutti costoro, che vi 
sono estranei, che mi sono estranei.... e quel 
russo, è vero, vi fa la corte, e quell’italiano,, 
che io non conosco, ma di cui so il nome, 


Guido Motta Visconti, il bel Guido Molta, è 
vero, vi fa la corte, essi vi sono sempre ac¬ 
canto, uno a diritta, uno a sinistra, è vero? 
Ma a me non importa niente, non deve im¬ 
portare niente, perchè voi siete la mia Diana, 
mia, esclusivamente mia, unicamente mia ed 
è il mio amore che deve prendervi tutta, o 
darvi a me, Diana, che solo vi merito, io solo. 
Diana, io solo, perchè vi ho amata unicamen¬ 
te, sovra ogni altra cosa, sovra ogni altra per¬ 
sona, che vi amo unicamente, che sono, per 
voi, l’amore intenso, profondo, che olire la vita 
e che la vuole dall’altro, che consuma ma 
che esalta, e costoro, marito, madrina, ami¬ 
che, corteggiatori, non sono nulla di nulla, io 
mi rido di loro, io sono pronto ad affrontarli, 
tutti, perchè sono l’Amore che tutto abbatte 
e tutto conquista ! 


«Paolo Ruffo . 







t Nizza, venticinque febbraio.... 

«Il Fazzoletto di batista e di merletto che 
avete perduto, un’ora fa, al grande ballo del 
Cerale de lei Mediterranée, è qui, nella mia 
mano sinistra, presso il mio volto, presso le 
mie labbra, ha il vostro profumo, è qualche 
cosa di voi e io respiro su questo fazzoletto, 
io bacio questo fazzoletto, mentre vi scrivo, 
con mano tremante, con animo tremante, dopo 
clic vi ho seguita, dappresso, dappresso, per 
una notte intiera, ovunque avete messo il vo¬ 
stro piede, come la vostra ombra, sfidando 
tutto, sfidando tutti.... Dio, Dio, quanto era 
magnifica, questa notte, la vostra beltà, in 
quella veste morbida di chiaro velluto azzur¬ 
rino, ricamato a fili di argento, con quei lievi 
veli azzurri sul seno c la vostra singoiar col¬ 
lana di pallide turchesi e di brillanti, al collo, 
e il diadema di brillanti, sulla vostra lesta di 
regina, Dio mio, che sovrana di ogni beltà, di 
ogni grazia, di ogni più suggestiva espressione 
reminile, eravate, questa notte, Diana, Diana, 
donna mia ! Nolte singolare, notte singolaris¬ 
sima, in cui il mio animo è [lassalo pei tutte 
le impressioni più dolorose e più inebbrianti, 
cd inebbrianti anche quelle del dolore, e an- 


- 248 — 


cora io palpito e fremo, qui, su queste fredde 
parole, su questa fredda carta, che non può 
dirvi quanto vi ho amato, questa notte, quanto 
ho gioito, per la vostra divina presenza, per 
la vostra divina bellezza ; quanto ho sofferto, 
per lutto quello clic è accaduto.... Ah Diana, 
Diana, con quanta cura assidua voi avete co¬ 
stantemente distolto gli occhi da me, ogni volta 
che io ho cercato il vostro sguardo, ogni volta, 
cento volte, mille volte, come gli occhi vostri 
erano altrove, sempre, pensosi, distratti, lontani, 
ma ■espressamente, Diana, espressamente, per 
non corrispondere al mio sguardo ! Giammai 
avete tanto sfuggito questo incontro di sguardi, 
che è, dal giorno che vi ho amato, il solo se¬ 
gno che voi mi conosciate, che voi sappiate 
della mia dedizione e della mia pena mortale : 
giammai siete stata così distante da me, Dia¬ 
na, Diana, come questa notte, pensatamente, 
decisamente, guardando sempre da un’ altra 
parte tenendo chini gli occhi, in segno di fie¬ 
rezza, di tristezza, di noia. Invano io mi sono 
costantemente messo sul vostro passaggio: in¬ 
vano io vi sono venuto incontro, quando cam¬ 
minavate : invano, io mi sono seduto dirim¬ 
petto a voi, quando si è ballato il cotillon. 




- 240 - 


Voi non avete voluto vedermi : voi non avete- 
voluto guardarmi. Altiera, freddissima, col vi¬ 
so chiuso, talvolta quasi marmoreo, voi bal¬ 
lavate nobilmente : e passando presso me, nei 
lunghi giri, sempre il volto vostro, austero,, 
con un moto naturale, si volgeva ove io non 
era. Io ho sofferto mille morti, Diana. Ma, a 
un cerio punto, col vostro cavaliere, con qucl- 
l’odioso Guido Motta Visconti, voi vi siete al¬ 
lontanata, in un angolo del salone : c un grup¬ 
po di palme vi nascondeva, o voi credevate 
che vi nascondesse ai miei occhi.... Guido 
Motta Visconti vi parlava, piano : ma voi non 
lo ascoltavate.... Io vi ho vista bene: suppo¬ 
nendovi bene nascosta, voi vi siete rivolta, 
dalla mia parte, voi mi avete guardato, a lun¬ 
go, quando credevate, quando eravate certa 
che io non potessi scorgervi.... Diana, Diana, 
clic sono le mille morti che ho sofferte, in¬ 
nanzi a quel minuto di estasi ? Segretamente 
voi mi avete ricercato, mi avete guardato, a 
lungo, a lungo, un minuto, un secolo, per 
me.... Dopo, subito dopo, quando io amma¬ 
liato, inebbriato, vi ho raggiunto, io ho ri¬ 
ti-ovato il vostro viso ili statua e la vostra 
bocca serrata, senza sorrisi.... , 


«....Diana, Diana, tutta la notte io ho er¬ 
rato intorno a voi, come la vostr’ombra : ma 
non mi sono mai potuto accostare a voi, tan¬ 
to eravate guardata c circondata. Sir Montagli 
ha giuocato tutta la notte, lontano da voi, non¬ 
curante, gelido : tutta la notte la vostra bande 
vi ha circondato, e Molta Visconti e de Hors 
e WolkoiT, i tre die più si accaniscono, at¬ 
torno a voi, non vi tran mai lasciata, mentre 
la principessa Tchenichelt c la contessa de 
Rougc c donna Camilla Rolgheri, ogni tanto, 
ritornavano a far corteo, con voi c i loro ca¬ 
valieri. Io era l’anima in pena, attorno a voi, 
ma più del dolore, ardeva in me la gelosia, 
la fiera gelosia, la tetra gelosia di questi uo¬ 
mini clic vi tenevano, che vi sequestravano, 
che impedivano a chiunque di accostarsi : e 
questo Motta Visconti ha compreso bene c 
due volle mi ha guardato, con cipiglio, questo 
bellàtre, c Wolkolf ha riso di me, io l’ho visto 
e per poco non mi sono precipitato su lui, 
per schiaffeggiarlo, in piena festa, Diana — 
Oh che rabbia ferina, Diana, in alcuni mo¬ 
menti, quando passavate, innanzi a me, cinta 
dal braccio di uno di costoro, ballando, quando 
mi sfioravate, quasi, col piccolo strascico az- 




— 251 — 


zurrino della vostra veste, c vi allontanavate, 
subito, nelle braccia di uno di costoro, bella 
come non foste mai così bella, ed io roden-> 
domi di amore c di gelosia c d’ira e di un’ira 
folle, Diana.... Allora, il vostro fazzoletto, lie¬ 
ve, è sfuggito dalla vostra mano schiusa, quan¬ 
do siete passata innanzi a me : allora, voi lo 
avete lasciato a terra, senza raccoglierlo, sen¬ 
za farvelo raccogliere, come distratta, come 
lontana, mentre io mi chinavo, a prenderlo,, 
cautamente, come un ladro, come un amante e 
lo celavo, subito, nel mio ffilet, sul mio cuo¬ 
re.... Il vostro fazzoletto è stato come quello 
della pietosa Veronica, asciugante il viso ba¬ 
gnato di sudore e di sangue di Cristo : esso 
ha placato il mio furore, ha fatto tacere la 
mia gelosia e sul mio viso, sulle mie labbra 
ha portato la freschezza, la serenità, la spe¬ 
ranza.... Quale speranza, quale speranza? Dia¬ 
na, voi non mi avete voluto vedere, guardare* 
stasera : Diana, avete parlato, ballato con alivi 
uomini, stanotte, continuamente.... e il fazzo¬ 
letto, il fazzoletto, vi è caduto, espressamente., 
o lo avete perduto ? O Diana, io soffro c go¬ 
do e tremo di dubbio e di passione, in que¬ 
st’alba, scrivendovi.... 


Paolo Ruffo 


« Nizza, ventaci febbraio.... 


- Con profonda emozione ho riveduta, sta¬ 
mane, la mia donna di altri tempi ^ ho rive¬ 
duta la mia Euridice, quando, evocata c at¬ 
tratta dal fluido dcU’amor mio, voi siete ap¬ 
parsa, sola, sulla porta dcU7/d/e/ Rulli, voi 
sola, voi solissima ! Con passi lenti ma lievi, 
voi non vi siete diretta verso il troppo mon¬ 
dano marciapiede della Pro menade des An- 
glais, ma fuori, oltre la via, oltre il sentiero 
di alberctti, sulla spiaggia, sulla sabbia fine, 
morbida, vellutata, ove passeggiali lentamente 
o stanno fermi al sole, non dei frivoli monda¬ 
ni. ma dei vecchi taciturni, dei gracili conva¬ 
lescenti, delle fanciulle smorte, dei bimbi dor¬ 
mienti nelle loro carrozzelle, sotto un velo 
celeste, sospinti dalle loro govcrncss. Non un 
filo, nelle vostre vesti c nel vostro cappello 
che non fosse bianco : persino i piccoli piedi 
eran calzali di pelle bianca, con fibbie di ma¬ 
drcperla : soltanto l’ombrellino vostro era ros¬ 
so, di un rosso vermiglio, come una rosa ver¬ 
miglia. Quando avete voltato, sotto gli alberctti, 
per raggiungere la spiaggia, mi avete scorto. 


poco lontano, fermo presso il chiosco dei gior¬ 
nali : voi avete chinato il capo, un poco, ave¬ 
te schiuso il vostro ombrellino, clic ha gittato 
un’ombra rosea sul vostro viso cosi bianco. 
Ah Diana, voi eravate come un tempo, sta¬ 
mane : solinga, piena di un orgoglio tacilo, 
pensosa, distante da tutti : c il volto vostro era 
candido, come allora, a Roma, quando eravate 
Diana Sforza, col vostro semplice vestito di 
fanciulla nobile, fiera e povera, e i vostri oc¬ 
chi eran di un violetto scurissimo, come un 
tempo, e un profondo segreto era in voi, che 
niuno conoscerà mai, il segreto di un tempo, 
ma più misterioso e più allo, Diana ! Con pas¬ 
so un poco stanco, voi avete passeggiato in 
riva al mare e, quasi quasi, le onde chete giun¬ 
gevano a lambire le vostre scarpette bianche : 
siete andata, sempre avanti, lontana : e ce¬ 
lato fra le due file degli alberctti, lungo la 
Promenade , vi ha accompagnato Colui che è 
vostro. Chiuso il vostro ombrellino, avete la¬ 
sciato che il sole vi riscaldasse il viso e la 
persona, come se aveste freddo.... io credo clic 
voi abbiate sempre freddo, che voi sentiate 
ancora, come me, nelle ossa c nei nervi, il 
freddo e l’umido d’Inghilterra, come me, che, 


— 254 - 


ogni tanto, qui, in tanto fulgore di sole, in 
tanto tepore di aria, ne tremo ancora, ne tre¬ 
mo lutto, e ne dovevo morire, allora, ora, amor 
mio.... Socchiudevate gli occhi, camminando, 
nel sole, come se un sopore dolce vi avvol¬ 
gesse, lungo la spiaggia degli Angeli, che si 
tacca sempre più deserta, come se sognaste 
un bene squisito c io, come l’ombra vostra, 
ero penetrato di dolcezza, per voi, io mi strug¬ 
gevo di dolcezza, per voi, per la mia Euridi¬ 
ce, per la donna che ha cantato cosi passional¬ 
mente, solo per me, solo per me, nella gran 
notte romana.... Siete sparita, come dileguata: 
ma io muoio di dolcezza, per voi.... 


Paolo ». 






ii Nizza, venti nei febbraio.,.. 


«Ma perché avete fatto questa cosa orrenda, 
stasera, o lady Montagli, perchè siete andata, 
con la vostra blinde, in quel tcatraccio, pieno 
di una folla equivoca internazionale, pieno di 
cortigiane, a vedere e a udire uno spettacolo 
indecente, nelle persone, nelle parole c negli 
atti, e vi siete rimasta, con tutti i vostri, sir 
Montagli, Guido Molta Visconti e De Piers e 
Wolkoff, con questi degenerati, anche vostro 
marito degenerato, sovra tutto vostro marito 
che vi ha condotta, colà, anche Motta, l’italia¬ 
no, e con quella degenerata della principessa 
Tchcnicheir, con quella pazza della contessa 
de Rougé, mentre, donna Camilla Bolgheri, ha 
inventato di vestirsi quasi da uomo, degene¬ 
rate, degenerale ! Pi voi, in mezzo a loro, voi, 
torre di avorio, voi, rosa mistica, voi, bianca 
nel viso e nell’anima come il giglio delle con¬ 
valli, voi vcslila di giaietti neri scintillanti, a 
riflessi lunari, col seno appena velalo di veli 
neri, con una grossa rosa rossa sul petto, voi 
sotto una tocca scintillante, dall’alta aiyrelte 
bianca, voi eravate in queirorribile teatro, in 


quel palco di mala gente, con gli uomini che 
si stringevano accanto a voi, dietro a voi, men¬ 
tre, alla ribalta, gli attori c le attrici, cantando, 
recitando, danzando, davano spettacolo di tur¬ 
pitudine.... E voi non avevate ribrezzo, voi non 
vi levavate per fuggire, nauseala, voi non sen¬ 
tivate l’offesa al vostro pudore, alla vostra deli¬ 
catezza, alla vostra castità di sposa edi donna : 
voi restavate lì, come allucinata, guardando, 
udendo, sorridendo, sì, sorridendo, purtroppo, 
come non vi ho mai vista sorridere, mai, sor¬ 
ridendo allo spettacolo, sorridendo a coloro 
che si piegavano sulle vostre spalle nude, per 
parlarvi, troppo, troppo, troppo da vicino.... 
Che cosa tremenda e come io soffocava d indi¬ 
gnazione, come io mi sentivo scoppiare dall ita 
repressa, contro tutto, contro lutti, in quel 
luogo di corruzione, in quel luogo d’infamia, 
ove ero entralo, così, a caso, cercandovi in 
tutti i ritrovi di Nizza e non avendovi trovato, 
mai pensando che voi aveste esposto il vostro 
decoro e la vostra beltà, fra quella società di 
corrotti, di viziosi, di pazzi.... voi, la creatura, 
purissima, voi clic stamane eravate ricinla di 
orgoglio e di silenzio, vivente in un mondo 
distante e superiore, voi, che eravate Diana 


— 257 — 

Sforza, il mio sogno di virili, e clic ora siete 
lady Montagli, per disonorarvi in quella com¬ 
pagnia, in quel teatro, svestila come le altre e 
sorridente come le altre.... Ah che io odio, 
mortalmente, queste paese, questo ambiente, 
questa gente fra cui vivete, come io odio il 
vostro gelido marito che è, forse, il più ci¬ 
nico fra i cinici, come io odio mortalmente, 
voi, sì, voi, lady Montagli, clic avete tradito, 
questa sera, il mio sogno e il mio amore 1 . 

-i Paolo Ruffo ■>. 


.Hbhao. Ella non rispose. 


7 


■;>:> s 


« Nizza, ventisette febbraio.... 

«• Non comprendete voi, lady Montagli, che il 
mio cuore e la mia gelosia sono giunti alla 
esasperazione, non vedete, non sentite, che io 
non posso frenarmi più e clic, da un istante 
all’altro, un orribile scandalo può scoppiare ? 
Se ancora io vi vegga come ieri sera, in quel- 
l’ambiente che,mi fa ribrezzo, in familiare con¬ 
tatto con gente che io disprezzo, se ancora, 
come oggi, un’ora fa, io vi vegga salire, in 
breack , con tutta la vostra bande , e sedervi ac¬ 
canto a Molta Visconti, che guidava i quattro 
cavalli e con voi non era vostro marito, e voi 
indossare un vistoso mantello violetto con gal¬ 
loni di argento, ed essere tutta intenta al vo¬ 
stro flirt, con quel miserabile Motta Visconti, 
e non accorgervi neppure, o non volervi ac¬ 
corgere che io era, lì, nella via, come un men¬ 
dico, come un ebete, a guardar partire il brcack 
per Cannes, se ciò accada, ancora, o altra con¬ 
simile cosa, Diana, Diana, io non rispondo 
di me ! 


« Paolo ». 





“ < 'ap Marlin, primo marzo.... 


'■ Son venuto a chiedere, da due giorni, a 
questo gran bosco oscuro e fragrante che s’in¬ 
clina, che discende sino al mare e quasi quasi 
mette le sue radici fra gli scogli battuti dallo 
acque, freschezza al mio sangue rinnovellato 
e bollente, silenzio c solitudine ai miei nervi 
esasperali di collera, ombra e pace al mio 
cuore sussultante, sotto l’impulso di una pas¬ 
sione giunta al suo culmine ; c di già m’han 
parlato gli alberi annosi e le onde tranquille, 
coronate finemente di bianco, e tutto m’ha 
parlato, l’aria, l’ombra, il silenzio, la solitu¬ 
dine.... Se ancora poche ore io fossi restato 
in Nizza, mia signora, io avrei commesso un 
atto micidiale e macchiato di sangue l’amor 
mio. Sono fuggito, per non uccider qualcuno, 
non so chi, qualcuno : e, ora, io credo, io spe¬ 
ro, la follia rossa è passala, è trascorsa, via, 
dai miei istinti e dai miei desiderii. Mia si¬ 
gnora, gli alberi della bruna foresta e i loro 
aromi forti e le loro ombre silenti, e la luce 
tenue ed eguale, m’han dato torto: le piccole 
onde, quaggiù, sugli scogli, di mattina, di se- 


ra, in lor linguaggio espressivo, mi han dato 
torto ; e i garruli uccellini, trillanti vivamente 
o fiocamente, fra i larici maestosi e gli arbu¬ 
sti fioriti, c i mille insetti ronzanti, tutti quanti 
mi han dato torto. Mia signora, con animo 
leale, con cuore contrito, riconosco, innanzi a 
voi, di aver avuto torto, ora, in Nizza, col 
mio amore inacerbito perchè mai soddisfatto, 
con la mia gelosia rude venuta dai sensi ri¬ 
svegliati e sospinti, con la mia ira brutale di 
innamorato non corrisposto, d’innamorato vi¬ 
lipeso, d’innamorato schernito, con la ira folle 
di un folle sognatore, che vede distrutto il suo 
sogno. Mia signora, ho avuto torto di offen¬ 
dermi per quel che voi mi siete apparsa, in 
questi giorni, per quel che voi avete fatto, per 
il modo in cui vi siete vestita, per le per¬ 
sone a cui avete accordato la vostra preziosa 
familiarità : e ho avuto torlo di offendervi, per 
tutto questo, di vituperarvi, persino di minac¬ 
ciarvi. Io non sono nulla per voi : e non es¬ 
sendo nulla, ho preteso di entrar nella vostra 
vita, di dirigerla, di dominarla, di farne qual¬ 
che cosa di mio, di solo mio, da lontano, col 
futile pretesto elei mio amore. Io non sono 
nulla : e nulla di voi mi appartiene, non un 



fremito delle vostre fibre, non un alito del vo¬ 
stro respiro, non un battito del vostro cuore, 
non un pensiero della vostra mente : e tutto 
voi potete fare e dire, abbassarvi o esaltarvi, 
salvarvi o perdervi, senza che io possa inter¬ 
venire, mai, mai, col troppo meschino, troppo 
misero pretesto del mio amore. Mia signora, 
quanto ho torto ! Perchè intervengo, costante¬ 
mente, nella vostra vita, perchè m’intrometto 
nella vostra esistenza, perchè la invado, perchè 
voglio imporvi la mia volontà ? Clic diritto ho 
io, mai, su voi ? Che sono, io, per voi ? E voi 
perchè dovreste tanto permettere, tanto sop¬ 
portare, perchè dovreste voi consentire, anche 
di lontano, anche misteriosamente, a questo 
mio dominio sentimentale, voi clic non ini 
amate, voi che non avete mai corrisposto al 
mio amore, voi che non mi avete mai risposto, 
e i segni che la mia fantasia, forse, ha sola¬ 
mente visti e interpretati, e i pochi, i fuggenti, 
i fallaci segni che il mio cuore ha voluto rac¬ 
cogliere, sono nulla, ahimè, nulla di nulla 9 
Come ho torto, mia signora ! Qua gli alberi c 
le onde e gli uccellini e gli inselli me lo di¬ 
cono in tutti i toni, da due giorni : mi ripe¬ 
tono, essi, fuori di me, quello che, in me, di- 


cevH la mia coscienza, a Nizza, c io la .soll'o- 
cavo, sotto l’origliere, come la voce ili Dcsdc- 
mona. Mia signora, 1’uomo clic vi scrive, ha 
avuto un solo, immenso, innumerevole torto: 
quello di amarvi di un amore unico, assoluto, 
supremo e di credere clic un amor simile po¬ 
tesse compire tutte le gesta più eroiche c più 
mirabili, vincendo ramina vostra, vincendo il 
cuor vostro, vincendo il vostro destino.... Fru¬ 
scia un venticello lene fra gli altieri e le fo¬ 
glie si agitano, come a commiscrare atlettuo- 
samente I illusione di quest’uomo : anche le. 
onde parlano e dicono : perché Imi In creduto 
questo '> Anche I umore è uno coso utina.... 


Paolo Rum o . 









« Sizza, tre marzo..., 

«Son tornato, qui, Diana, ma sono chiuso 
nella mia stanza d’albergo, al IVcsf End, e fra 
i veli bianchi delle tende discioltc del mio bal¬ 
cone, azzurreggia il golfo divino.... Sono qui, 
ma non esco di casa, perchè non voglio incoi)- 
Irarvi, con la vostra jot/euse bande, in questi 
due ultimi giorni di carnevale, in cui tutti im¬ 
pazzano, qui. 11 mio furore è caduto: e, ai vo¬ 
si ri piedi, ho confessato il mio torto. Ma un’an¬ 
goscia profonda, indefinita, mi tiene : qualche 
cosa che mi stringe l’anima ; e io non arrivo 
a disserrarne il nodo. Avete visto la mia cieca 
collera, in quella sera tremenda, in cui il vo¬ 
stro riso destò in me l’ira omicida : non dovete 
vedere la mia disperazione. Forse voi siete in 
maschera, con la Tchenichelf, con la Rougc, 
con le altre : forse voi ridete, ridete ancora, 
con Molla Visconti, con Wolkoff.... non voglio 
veder questo riso procace, o voi che eravate 
la Grande Taciturna, il Vaso ili Elezione, la 
Coppa di Tristezza.... non voglio che mi ve¬ 
diate. disperato. Mi nascondo. Sono qui, dove 
voi siete, perchè non posso vivere altrove : so- 


no qui, disperato. È giorno di confettis , oggi. 
Con chi ridete, voi, mai ? Io non posso neppure 
piangere, per disciogliere la mia ambascia. Ma 
che è, dunque, mai, questa mia disperazione ? 
Io non lio mai patito tanto, per voi ; mai. Vi 
è qualche cosa d’ignoto, di sconosciuto, nel mio 
dolore ; io ne ho sgomento. Che vi è, in fondo 
alla mia anima, che io non so, che vi è, che 
mi si prepara, che mi deve accadere, di fa¬ 
tale, d’ineluttabile? Diana, ho paura del mio 
dolore. Voi ridete, voi.... 


« Paolo ». 





« Aizza, cinque mano.... 


«O notte di tenerezza, notte di gaudio, notte 
di pianto ! L’alba è vicina e, sempre, la mia 
anima convulsa dall’ebbrezza della gioia, dal- 
l’ebbrezza del dolore, manda ai miei occhi 
stanchi un velo di lacrime.... Diapa, o mia 
Alta Tristezza, come dirvi quello che io ho 
sentito, quello che io sento, in questa notte 
che è la più struggente della mia vita mor¬ 
tale ? Come dire quello che vi è di limpido 
come gioia e quello che vi è di oscuro come 
sofferenza, come descrivervi tutto quello che 
io penso e sento in questa notte che finisce, 
in questa notte che svanisce, quando io stesso 
non so nò discernere nè misurare, in me, la 
radice e la potenza del mio fremito ? Diana, 
Diana, la vostra voce, per la tèrza volta, c 
giunta sino a me, son poche ore, la voce d’in¬ 
cantesimo che io ho amato e adorato per la 
prima vostra virtù di fascino, in voi, la voce 
che, due volte, ha cantato, per me, con le ar¬ 
monie più appassionate, che la terza volta 
ha espresso, per me, quanto ò in fondo alla 
più nobile e alla più pura anima muliebre ! 


— 2<36 — 


Ali Diana, Creatura purissima, quello elio io 
pensavo e immaginavo e temevo, tulio è sva¬ 
nito, poiché la vostra voce piena di una emo¬ 
zione schietta e profonda 6 giunta sino a me, 
sino a tutto il mio essere, impregnato di feli¬ 
cità e di spasimo, e di nuovo ai piedi vostri, 
Purissima, Purissima ! Giacché io, icr sera, 
dopo due giorni di sconsolala clausura, idi scon¬ 
solata solitudine, in cui avevo lasciato clic i 
veli grigi scendessero su me c mi nascondes¬ 
sero ogni beltà delle cose, in cui avevo ma¬ 
sticato tutta la cenere della vita e ne avevo 
bevuto tutto l’assenzio e una immensa nausea 
mi sconvolgeva, la mia anima ha dato in un 
grande grido di desiderio, verso voi, e sono 
escito di furia c precipitosamente vi sono an¬ 
data cercando, ovunque, dapertutlo, in questa 
città di lusso e di piaceri, che, in questi gior¬ 
ni raggiunge il massimo della sua febbre di 
festa.... Un altro gran veglione, l’ultimo, riu¬ 
niva, ieri sera, quella smagliante, bizzarra e 
anelante folla cosmopolita, nel teatro e nei 
saloni del Casino : colà, entrandovi, un alito di 
fuoco, un alilo di profumi, mi ha, quasi, 
fatto fuggire : una follia faceva tumultuare 
in risa, in grida, in clamori, quella folla di 



donne, tli uomini, in maschera e senza ma¬ 
schera, uomini e donne, travolti da una verti¬ 
gine invincibile. Tremavo tanto, nel desiderio 
di ritrovarvi e nell’orrore di rivedervi, in quel¬ 
la fornace.... La vostra joi/cuse bande vi era, 
tutta, dame e gentiluomini, in un palchetto : 
e facevan, tutti, un chiasso indiavolato, ^ma¬ 
scherati, come erano, e si spenzolavano dal 
palchetto, apostrofando la folla della sala, la 
Rougé, specialmente, scollacciata come una 
cortigiana c la Rolgheri, in frale , da uomo e, 
fra loro, che schifo. Mirile Fleury, che ave- 
van fallo salire, nel loro palco, Lilette, una di 
quelle.... orribile a dirsi.... Ma voi non vi era¬ 
vate, non vi eravaie, non vi eravate e come, 
un ruggito di gioia ha sollevato il mio petto, 
mentre fuggivo, via, da quella bolgia.... 

«....sopra le vie. deserte di Nizza, il cielo era 
così profondo ma così scintillante di stelle, 
come non lo avevo mai visto, in questa mia 
dimora, prima solinga e tranquilla e adesso, 
agitata e convulsa. Tante volte i miei occhi, 
in queste notti trascorse, si eran levali al fir¬ 
mamento, con quel moto istintivo dell’anima 
umana che chiede soccorso, consiglio, pace, 
lussò, lassù : in tremolìo così vivo e così lu- 




— ‘?68 — 


minoso di astri lontani, mai aveva diletlalo e 
preso i miei occhi mortali, come ieri sera, ncl- 
l’immensa esaltazione del mio amore, voi, che 
non eravate con gli altri, al veglione, voi, mia 
Bellezza, voi, mia Castità, voi, mia Purezza.... 
Rientravo lentamente e nel silenzio c nella so¬ 
litudine delle vie, udivo solo il mio passo : esso 
si è rallentato, innanzi al vostro albergo Rulli 
di cui molti veroni, molti balconi eran illu¬ 
minati e risplendenti le vetrate dei saloni ter¬ 
reni che si aprono, sul breve giardinetto dalle 
aiuole fiorite, dai palmizi che son innanzi a 
ogni albergo, sulla Promenade des Angtais. Co¬ 
me dapertutto ove voi siate, o mia Euridice, 
o donna del mio sogno, come a Roma, come 
a Ostenda, come in Inghilterra, ovunque io vi 
abbia seguita, in questo mio pellegrinaggio di 
amore, ovunque io vi abbia incontrata, o Don¬ 
na del mio destino, io mi sono fermato innanzi 
alla casa felice che ospita la vostra persona, 
così, come il pellegrino si arresta, innanzi a 
ogni santuario, sino a che egli arrivi ove lo 
spinge il suo cuore fremente e ove debba pie¬ 
gare le ginocchia e battere la fronte a terra.... 
Allora, nell’intatto silenzio notturno, sotto il 
lume tenero delle stelle palpitanti, il pellegrino 






— 2«9 — 


d’amore che, tante volte, ha supplicato, ha 
singhiozzato, ha pianto, chiedendo la Grazia e 
tante volte, ahimè, troppe volte, è stato de¬ 
luso, costui, infine, il povero, il felice, il feli¬ 
cissimo pellegrino ha udito, per la terza volta, 
elevarsi la voce che ha cangiato tutta la sua 
vita, ha udito quel canto mirabile di Diana 
Sforza, in cui tutta la sua anima parla, dice, 
narra, esprime, piange, nelle musiche che pili 
son fatte per esalare l’immenso patimento in¬ 
teriore.... Attaccato al cancello del giardino, 
innanzi al Rulli — o villa Star , in Roma, così 
ardente nella memoria ! — conquiso da una 
forza misteriosa, la voce vostra, o Diana, io 
ho udito prima vagamente le note musicali 
in cui tanto gravemente si effondeva il suono 
indescrivibile, poi, meglio, meglio, escire da 
un balcone del primo piano, di cui eran soc¬ 
chiusi i cristalli e abbassate le grandi tende di 
merletto: precisamente, a un tratto, ai miei 
sensi, acuiti, esaltati dal desiderio, son giunte 
le onde avvolgenti e inebbrianti, in cui voi 
esprimevate il mistero dolente di Antonio Cal- 
dara, nella sua aria antica che niun cuore 
sensibile può udire, senza sussultare, senz’af- 
fliggersi, senza piangere Come raggio di sol.... 


Diana ! Parla quella musica antica singolar¬ 
mente e nobilmente patetica, molto più, mollo 
più nella sua espressione sentimentale che nel¬ 
le sue parole arcaiche, un poco puerili, ma 
belle, anche, ma dolorose : parla del raggio 
di sole che scherza placidamente sulle chete 
acque del mare e, a un tratto, dice, con una 
intensità toccante di contrasto, dice che del 
mare, nel profondo seno sta la tempesta asco¬ 
sa.... Diana, Diana, tutto me stesso ha udito 
sgorgare, tutta voi stessa, in quelle note rive¬ 
latrici di una pepa innumerevole che nessuno 
conosce, che voi confidavate al silenzio, alla 
solitudine della notte, in quella stanza, dove, 
certo, eravate sola, lo so ! 0 Coppa di Tristez¬ 
za, io ho udito cantare, da voi, le parole clic 
svelano, che gridano, che mormorano, finendo, 
quasi, nel pianto— mentre nel suo segreto il 
cuor piagato, s'angoscia e si martora.... Oh 
che è stata, d indicibile, la voce vostra, che 
singulto, che lamento, che gemito inconsola¬ 
bile.... si angoscia e si martora.... Come non 
sono morto, in una ebbrezza di gioia e di do¬ 
lore, nella via, come son vivo ancora, dopo 
aver tanto compreso, dopo aver tutto coni- 








— 271 


«Diana, Lullo è svanito dal vostro novissimo 
aspetto, e il sorriso compiacente e le vesti 
procaci e la mala compagnia e il riso cinico, 
Diana, voi che, alle stelle lontane del cielo, 
avete detto che cosa soffrisse il cuor vostro, 
nella sua angoscia oscura, trafitto da una frec¬ 
cia mortale.... Tutto è lontano, obbliato, Dianaj 
poiché voi siete sempre quella , la donna che 
io ho amata, la donna che io adoro, come il 
primo giorno che ho conosciuto la sua esistenza 
e il suo fascino, nelle colende di maggio, in 
Roma.... Voi soffrite, Diana, e io tremo di com¬ 
mozione, per la vostra pena, nascosta pudica¬ 
mente nel più sacro recesso del vostro animo 
e che avete esalata nel canto, per la terza 
volta, Diana, parlandomi, parlandomi, lo so, 
ne son certo, ne voglio esser certo, perchè voi 
sapevate, che io vi ascoltava, la terza volta, 
Diana, perchè voi avete cantato per me, come 
avete pianto, per me, solo per me, nel dì 
delle vostre nozze.... Voi soffrite, Diana, e io 
vi adoro, io soffro con voi, per voi, più di 
voi, ma vi adoro, vi adoro ! 


«Paolo Ruffo». 



- 272 - 


« Nizza, sette marzo.... 

«Partita, partita, improvvisamente, dove di¬ 
retta, con chi, per sempre partita da Nizza, 
per ritornarvi, quando, subito, o mai, Diana ? 
Non posso informarmi, non posso domandare, 
tanti mi conoscono, qui, tutti vi conoscono, 
ho timore di chiedere, non so a chi chiedere ! 
Vi ho cercala, oggi, a Montecarlo, a Beaulieu, 
non vi ho trovata in nessun posto, e da chi 
saperlo, da chi saperlo, mio Dio ? Debbo aspet¬ 
tarvi, debbo partire, delibo seguirvi, ma dove 
siete andata e la mia lettera, la mia ultima 
lettera, vi è giunta, prima che partiste? Arri¬ 
schio questo disperalo biglietto e, forse, al vo¬ 
stro albergo, ve lo farati capitare, dove siete, 
giacché io non oso entrare al Rulli e. doman¬ 
dar di voi.... e se vi giunge, non so dove, Dia¬ 
na, vi porli un mio saluto disperato, iioichè, ili 
nuovo, io son precipitato da un firmamento di 
stelle, ove palpita la vostra gran voce, in una 
ombra senza suono, ove sono solo e ove mi 
pare io debba restare eternamente solo. 


«Paoi.o Rimo 






— 273 - 


« Tìo>»a,\marzo.... 

« O la mia grande, la mia bella, la mia cara 
Roma, che io non vedevo, da dieci mesi, er¬ 
rante, errante, alla ricerca di un’Ombra.... 
Quando sono tornato, qui, è una settimana, 
mi è sembrato che la Città, misteriosamente, 
misticamente, mi cingesse con braccia materne 
e io riposassi sul suo petto possente e tenero, 
la mia persona stanca e il mio cuore esausto.... 


« ....che cosa è, dunque, mia sorella Lisa, 
di cui la presenza mette tanta (sicurezza e 
tanta soavità, nella persona che soffre, accan¬ 
to a lei ? È una donna semplice e dolce. E 
tutto. Ed ella non mi vuole più lasciare ; e 
io sento che non posso lasciarla, io che sof¬ 
fro, io che sono suo fratello, dello stesso suo 
sangue.... 


« Io non so più dove sia, da tre settimane,, 
la mia Cara Ombra. Come paLiva, in Nizza, la 
mia Cara Ombra, in quella sera già fuggita, 


Serio. VAI a non rispose. 


18 






— 274 - 


in. cui lio udito il pianto del suo cuore tra¬ 
fitto, del suo cuore angosciato, del suo cuore 
martoriato.... ed è subito sparila, l’Ombra do¬ 
lente ; chi sa, chi sa, dove ella porta la sua 
pena segreta— lo non ho chiesto più nulla, a 
nessuno, in Nizza, nei pochi altri giorni in cui 
vi son restato.... Nulla ho chiesto, qui, a nes¬ 
suno. La mia Lisa tace ; il suo silenzio è una 
forma della sua consolazione. E dopo le la¬ 
crime da me sparse, le lacrime lunghe, clic la 
mia gioia e il mio dolore evocavano, dal fon¬ 
do dell’anima mia, in quella notte profumata 
di Nizza, il mio cuore è arido come una 
pietra.... 


‘ In un allo di gentilezza che, ogni tanto, 
non spesso, sempre più raramente, io ripelo, 
sono andato a far visita a Beatrice Herz, colei 
che, un tempo, fu l’amica del mio cuore e dei 
miei sensi e parve a noi due che il nostro 
amore fosse forte e durevole ed era, intanto, 
breve e caduco, come sempre. Beatrice Ilerz 
mi accoglie sempre con un sorriso tenue, pal¬ 
lidamente affettuoso, e io son, con lei, mile- 
menle affettuoso ; senza mai nulla fare o dire 





clic ricordi il nostro passato. Io credo che 
ella sappia qualche cosa della mia folle pas¬ 
sione, per la mia lunga assenza, per la mia 
malattia ; ma non ne conosce la persona. Bea¬ 
trice era un poco triste ; anche io, assai più 
di lei. Ella non ha tentato di consolarmi : io 
non ho chiesto conforto. Ero immensamente 
triste, andandomene. Così, dunque, si può non 
amar più una donna che si è tanto amata, 
come ho amato io Beatrice ? Può una crea¬ 
tura umana diventar tanto indifferente ? 


« Diana Sforza è a Londra, insieme a suo 
marito, sir Montagli. Vi si è recata dirottai 
niente da Nizza, allora. Attende, suo marito, 
una grande destinazione diplomatica, dopo 
aver lavorato tre o quattro mesi al Foreign 
Office. Diana Sforza, spera, con tutte le sue 
forze, che questa destinazione sia Roma ; ma 
questa speranza sarà certamente delusa. Tulio 
questo lo ha detto Pia Sergianni a mia so¬ 
rella Lisa, che ella ha incontrata in una con¬ 
ferenza religiosa. Quando la mia Lisa è rien¬ 
trala, io ho compreso che volea dirmi qual¬ 
che cosa di Colei che tiene Camma mia : i 




— 276 - 


suoi teneri ocelli quasi m’interrogavano, per 
chiedermi di parlare. E i miei l’hanno inter¬ 
rogata, malinconicamente. Ella mi ha detto 
lutto, piano. Io ho ascoltalo, muto, a occhi 
bassi, sentendo affluire tutto il mio sangue 
al cuore. E, finendo, un po’ tristemente, Lisa 
ha detto : 

*— .... la speranza di Diana Sforza, per Ro¬ 
ma, sarà delusa.... 

«....delusa.... — è stata l’eco della mia 
sorda voce che ha ripetuto la scoraggiante 
parola. 


« .Vi"/ - Kandolph Montagli è stalo nominato 
primo consigliere dell’ ambasciata inglese, a 
Pietroburgo. Pare che, politicamente, sia un 
posto di alta importanza. E, d’altronde, lord 
Carnarvon, l’ambasciatore inglese in Russia, 
è scapolo ; e, allora, l’ambasciatrice vera sarà 
la moglie del primo consigliere, lady Mon¬ 
tagli.... A Pietroburgo ; in una terra tanto 
lontana: in una terra gelida: in una terra 
di esilio, o Cara ombra dolente!» 






— 277 — 


» Roma, quindici aprile.... 

«È la mia voce che ha balbettato, eccola, ri¬ 
vedendovi, ieri, o Diletta, o infinitamente Di¬ 
letta : ma il mio cuore vi aspettava, in una 
presenza arcana ! Non potevate voi, no, partire 
per la fredda e tetra terra di esilio, ove vi ha 
spinta l’aspro e magnifico vostro destino, senza 
che veniste, prima qui, a salutare la patria 
vostra, tutta chiara sotto il più azzurro dei 
cieli, tutta giovane e antica e pur ridente sottjo 
il suo sole di oro, tutta odorosa di piante, di 
fiori, di erbe, nei suoi campi, nei suoi giar¬ 
dini, nei suoi orti, l’Italia, l’Umbria, Roma, 
la patria dell’anima vostra, Diana Sforza, la 
patria della vostra beltà e del vostro orgo¬ 
glio ! Oh come io lo sapeva, che voi dovevate 
venire, qui, mentre nessuno me lo aveva det¬ 
to, mentre nessuno vi attendeva, più, mentre 
lutti vi credevano già in Russia, cosi lontana, 
troppo, troppo lontana, fra le nevi accecanti 
di biancore, nel vasto paese slavo, alla corte 
dei possenti czars: io solo, io solo ho ferma¬ 
mente creduto che non ci avreste lasciati, o 
Diana, senza venire a darci un saluto, prima 
di abbandonarci per una cosi lunga assenza 


- 37R - 


c in mi così estremo paese: io so,lo.... Oh 
Diana, amor mio unico, e ci lascerele, è ve¬ 
ro, mi lascerete, e io non potrò venire con voi, 
non potrò seguirvi, nel vostro sontuoso c tri¬ 
ste esilio? E non dovrò vedervi che, forse, 
dii sa, ogni tanto, ogni paio di anni, per 
caso, per un incontro fortuito e forse mai 
più v’incontrerò, in nessun paese ? Diana, Dia¬ 
na, è mai possibile che questa separazione 
debba accadere , fatalmente, c che io debba 
perdervi, che io vi perda, Diana, che eravate 
la mia donna c vi hanno rapila, a me ? Vi 
debbo perdere ? Veramente ? Non vi vedrò 
più mai, forse ? I vostri occhi eran così ca¬ 
richi di una magica tristezza, guardandomi, 
ieri, quando vi ho incontrata, sotto gli alberi 
di via Veneto ed eravamo soli, voi ed io, e 
mai mi avete tanto guardato, mai con tanta 
infinita tristezza, la tristezza della vostra voce 
quando essa canta, la tristezza delle vostre 
lacrime, quando esse scorrono, tutta nel vo¬ 
stro sguardo ! Delibo perdervi ? Non vi vedrò 
più mai ? () che parole di morte sono que¬ 
ste, mai, Euridice mia, mia Amala, unicamente 
amata ! 


» Paolo », 





- 270 — 


« Roma, sedici aprile.... 

« Diana, quanto tempo restate, qui, fra noi, 
presso a me, con me, in Roma, in Roma no¬ 
stra, prima di partire per Pietroburgo, sei set¬ 
timane, è vero, due mesi,, è vero ? È vero che, 
sir Randolph Montagli vi lascia, qui, intenden¬ 
do e compatendo la vostra intima, profonda 
pena ? Siete sola, lo so : venite da Perugia, Io 
so: andate quasi ogni giorno da lady Mel¬ 
ville, a villa Star , lo so : girate, per le vie, 
penetrate nelle chiese, nelle ville, nei musei, 
quasi a riempirvi gli occhi e la memoria e 
l’anima di queste grandi cose, belle e intense 
per lor vita spirituale c sentimentale.... R 
ovunque andiate, Diana, io non posso che 
seguirvi, passo passo, fedelmente, come la vo- 
slr’ombra, per bearmi del vostro viso, della 
vostra persona, per riempire, io, i miei occhi 
e il mio cuore di Voi, di Voi, che ve ne an¬ 
drete.... Oh Diana, restate quanto più a lun¬ 
go potete, in Roma nostra, restate, fra noi,, 
con noi, per me, con me, prolungate, Diana, 
questa dimora, poiché io debbo perdervi, poi¬ 
ché io non dovrò vedervi, forse, mai più, per¬ 
chè io penso, io sento che non vi vedrò più. 
Restate, amor mio unico ! 


«PAor.oa. 


— 280 - 


« Romn, diciassette aprile.... 

« Questi fiori che vi mando, all’ Excelsior, 
sono fiori nostri, fiori italiani, Diana, violette 
brune come i vostri occhi, rose bianche come 
la vostra candida fronte, mughetti bianchi co¬ 
me le vostre candide mani : c in quel profumo 
che esaleranno, per voi, sentite tutto ciò che 
esala dal cuor mio, così traboccante di una 
ebbrezza dolorosa, per voi. Diana, quando vi 
vedrò — io vi vedo sempre ! io so sempre 
dove voi siete ! — per la mia lunga devo¬ 
zione di amore, per ogni mio umile e ardente 
sacrificio, per la mia vita istessa che tante 
volte ho offerto, per voi, in questo anno di 
amore unico, Diana, mettete un mazzolino di 
violette alla vostra cintura, Diana, o un ra¬ 
moscello di mughetti alla vostra giacchetta. 
Diana, o un bocciuolo di rosa nella vostra 
mano. Diana, i giorni passano, la vita fugge 
e dal mio terribile autunno in Inghilterra, il 
nodo che stringe la mia anima non si disserra, 
sempre più mi soffoca, singolarmente, men¬ 
tre vi vedo, vi ho qui, in Roma, sola, all’estre- 







- 281 — 


mo di ogni mio desiderio. Perchè soffoco di 
dolore, mentre voi siete qui? perchè, perchè? 
Diana, un fiore, un fiore a chi soffre di una 
pena incomparabile, e di cui egli stesso non 
comprende l’essenza ignota ! 

«Paolo». 


— 282 — 


« Roma, lìiciotto aprile.... 

« Benedetta, Benedetta fra tutte le donne, 
Diana ! Voi portavate, ieri sera, poche ore fa, 
un gruppo di violette oscure, sulla vostra ve¬ 
ste bianca intessuta di fili di argento, al teatro 
Costatisi, ove eravate con Pia Sergianni. Tutta 
la sera, ho guardato voi e le violette clic orati 
tuie e posavano sul vostro petto.... Vi ho at¬ 
tesa nell’atrio : ini siete passata tanto vicino, 
da sfiorarmi, quasi : ma il vostro volto guar¬ 
dava altrove, ma le vostre violette cadevano 
appassite.... Oh quale immensa felicità è in 
me e quanto io soffro, come non ho mai sof¬ 
ferto ! 


Paolo -. 






— 283 - 


« Roma, diciannove aprile.... 

« Diana, voglio parlarvi, prima che partiate 
per la Russia.... Diana, debbo parlarvi, prima 
che ve ne andiate in esilio.... Diana, voglio 
parlarvi, prima di perdervi.... Diana, parlar¬ 
vi, parlarvi, parlarvi ! 

«Paolo». 


« Roma, diciannove aprile, sera.... 

«Diana, quasi compie ranno, in cui vi ho 
udita cantare c vi ho amata.... Diana, è un 
anno di amore non corrisposto.... Diana, c un 
anno, in cui quest’uomo è prostrato innanzi a 
voi e voi non lo vedete e lo lasciate a terra.... 
Diana, io merito clic vi accorgiate di me, per 
una sola volta, per l’ultima volta, io merito 
che voi mi lasciate avvicinare alla vostra per¬ 
sona, che mi lasciate salutarvi, dirigervi la pa¬ 
rola, dirvi, dirvi, quello che sempre vi ho 
scritto.... per una sola volta.... per l’ultima 
volta.... Sono in un’ansia amorosa tremenda, 
non reggo più a tanto affanno.... Diana, io 
debbo parlarvi.... 


i Paolo ». 


- 984 - 


« Roma, venti aprile,... 

«Perchè non dovete voi farmi questa ele¬ 
mosina, Diana ? Ciò che al più insignificante 
uomo è permesso, perchè non deve esser per¬ 
messo a me? Chiunque sia un gentiluomo, 
chiunque abbia conoscenza con uno dei vostri 
conoscenti, ognuno può farsi presentare a voi, 
banalmente, stupidamente e io, no, io, no ? E 
se neanche debba esser io presentato, Diana, 
non posso io accostarmi a voi semplicemente, 
in una via, ili una villa, in un salone, in un 
hall d’albergo e salutarvi e parlarvi, con sem¬ 
plicità ? Diana, che debbo io pensare del vostro 
cuore se, dopo un anno di passione mia, esso 
mi ricusa questo breve, fugace conforto ? Che 
debbo io pensare della vostr’anima, se nega un 
segreto soccorso morale alla mia, clic tanto 
patisce, assai assai più di prima, come se fosse 
giunta al culmine del suo dolore ? Ma siete voi, 
dunque, insensibile ? Avete un cuore freddo, 
un’anima arida ? Siete insensibile ? Gelida, in¬ 
differente, siete ? Possibile ? Possibile ? Mi sa¬ 
rei ingannalo su tutte le prove di bontà, che 





— 285 - 


mi avete date? Mi sono ingannato, ingannato 
profondamente, Diana? Sono io indifferente 
a Colei che non mi ha mai risposto'? Possi¬ 
bile ? Possibile ? 

«Paolo Ruffo». 


lloma, ventitré aprile.... 


« Diana, io v’ incontro ancora, da tre gior¬ 
ni, poiché voi non potete sfuggire alla mia 
ansietà d’amore c alla mia tenacia : vi ho vi¬ 
sto, in tre giorni, cinque volte, da lontano e 
da vicino, ovunque voi siate stata, uscendo 
dall’ Excelsior.... ma costantemente, voi avete 
voluto evitare che i vostri occhi s’incontras¬ 
sero coi miei, mai più, in questi tre giorni, in 
cui sempre mi avete scorto, anche se io fossi 
lontano : con una pacata ostinazione, il vostro 
viso è stato sempre rivolto al punto opposto 
ove io mi trovavo e se, come stamane, un’ora 
fa, io ho potuto sfidare la vostra volontà di non 
guardarmi, girandovi due volte intorno, nel 
vestibolo del vostro albergo, ove eravate con 
due signore straniere, male me ne è incorso. 
1 miei occhi ardenti si sono incontrati col vo¬ 
stro sguardo, così freddo, così estraneo, così 
distante, clic il mio cuore si ò stretto come 
se finisse di battere.... 

« ....e voi siete sola, intanto, qui, Diami 
Sforza, voi siete sola, Indi/ Montagli : nè vostro 




— 287 - 


marito, nè vostra sorella vi accompagnano, vi 
sorvegliano : le amiche che vedete, qui, non 
restano con voi che un’ora: lady Melville, la 
vostra madrina, se è con voi, spesso, se voi 
andate, spesso, da lei, non vi sorveglia : voi 
siete sola, sola, in Roma : voi siete libera, 
lady Montagli. E voi siete venuta, qui, in 
Roma e io ho potuto credere, con la umil¬ 
tà della mia devozione, che fra le care cose 
e le care persone che voi voleste salutare, 
prima di andarvene tanto lontana, in paese 
c fra gente tanto diversa da noi, ho creduto 
che voi voleste rivedere Colui che per un anno 
vi ha amata, Colui che per un anno vi ha 
seguila, Colui che per un anno vi ha scritto, 
Paolo Rullo.... Così ho creduto e dovevo cre¬ 
derlo, quando, rivedendovi, qui, dopo la notte 
di Nizza, i vostri occhi pensosi, tristi e altieri, 
si sono uniti ai miei, in quello sguardo che fa 
inebbriare i miei sensi, come un bacio.... Così 
ho creduto, quando voi avete portato, sulla 
vostra veste tessuta di argento, un mio maz¬ 
zolino di violette, che languiva sul vostro se¬ 
no.... Lv, ora non credo più, non spero più, 
non so più nulla, giacché voi che siete sola 
e libera, qui, ora che mi vedete, mi mostrate 


- 288 - 


un viso di pietra e i vostri occhi sfuggono 
sempre i miei e nulla è più desolante che la 
marmorea indifferenza di questo volto e il 
volger altrove di quegli occhi.... Siete sola, 
Diana : di chi temete, voi, dunque ? Siete li¬ 
bera : chi può obbligarvi, anche senza dir- 
velOj a mostrarmi, con ostentazione, la vo¬ 
stra glaciale indifferenza ? Siete sola : di che 
avete mai paura ? Di me, forse, poveretto, 
che ho saputo adorarvi senza nessun con¬ 
traccambio da un anno e che chieggo di par¬ 
larvi, una sola volta, prima della vostra gran¬ 
de partenza? Di che avete paura, Diana? F, 
avete mai avuto paura di qualche cosa, di 
qualche persona, per voi, per me; ? La paura 
è anche un’agitazione dei nervi e dello spirito 
e voi siete immota: la paura è anche un 
sentimento e voi siete!, ahimè, insensibile...,» 
Voi, forse, non avete mai temuto nessuno, mai 
temuto nulla, neppur me, sovra tulio me, c 
io sono, per voi, un audace la cui audacia 
è vana, un temerario inane, un personaggio 
più noioso che bizzarro.... fi così? È così? lo 
sono, per voi, non è vero, lo studentello, lo 
scolaretto, che ha preso una cotta violenta e 
puerile e golla, per una creatura tanto di lui 




più alta, per una creatura inaccessibile.... oh 
Diana, questo, questo, a un uomo che ha tren- 
taquattro anni, che ha vissuto, clic ha ama¬ 
to, clic ha una coscienza, una dignità.... Dia¬ 
na, è troppo, è troppo.... 

«Paolo Ruffo*. 


SfSKAO. l'Un non risposo. 19 



Roma, venticinque aprile.... 


Siate buona, ve ne prego in ginocchio, 
Diana, in nome dell’amor mio: i giorni fug- 
gono, il tempo fogge.... Venite, oggi, a Villa 
Medici, ove io vi aspetterò dalle tre alle cin¬ 
que. fi aperta al pubblico, oggi, Villa Medici, 
ma nessuno lo sa o nessuno ci va, perchè è 
troppo solinga, le sue ombre sono troppo folte 
e vi regna una malinconia immensa. Venite, 
anche se io non debba accostarmi a voi ; ve¬ 
nite, anche se io debba solo incontrarvi, in 
un viale carico di una penombra triste : ve¬ 
nite, anche se io debba solo intravvedervi, 
di lontano, sotto i vecchi alberi che s’incur¬ 
vano e hanno unito i loro rami antichi e no¬ 
dosi : venite, solo perchè io non creda che 
voi siate la più insensibile e la più dura ani¬ 
ma di dònna che vi sia nel moiukx e clic es¬ 
sa sia stala inutilmente amala da un cuor 
tenero come il mio.... 


Paolo Ruffo». 



<\Roma.^venticiru/ue aprile, sera.... 

Tre mortali ore vi ho atteso. Diana, fra i 
viali che si oscuravano ili Villa Medici, fra gli 
alberi così vecchi e così pesanti, sovra un ban¬ 
co di marmo annerito dagli anni, da cui si 
scorgeva il grande viale di entrata ; tre mor¬ 
tali ore, in quella villa così maestosa e così 
solitaria, ove io era andato alle due, donde 
io non son disceso che alle cinque passate: 
tre mortali ore in cui l’incertezza, la vibrante 
impazienza, la sorda ambascia e sempre, sem¬ 
pre, una vana speranza mi han combattuto.... 
Non un’anima nella nobile villa che Mazzarino 
clonò alla Francia e all’arte francese, non un 
passeggiatore, non un visitatore, io solo, in¬ 
fine, con la mia delusione.... 

«....verso le sei, vi ho vista, in piazza di 
Spagna, ferma innanzi a una vetrina di perle 
romane. Mi avete visto, è vero, alle vostre 
spalle, riflesso nel cristallo dirimpetto? Avete 
curvato il capo, un poco.... Piazza di Spa¬ 
gna è la via per la Trinità dei Monti, per 
Villa Medici.... ma è anche una via per tante 
altre direzioni.... Volevate venire? Non siete 
venuta? Perchè? O m’illudo? Sì, m’illudo, 
m’illudo, m’illudo ! 


«Paolo». 


_ gpo _ 


« Roma, ventisette aprile.... 

«Diana, oggi, mia sorella Lisa vi ha incon¬ 
trata da Pia Sergianni, dove ella era andata per 
alcune sue discrete opere di religione c di ca¬ 
rità, in cui la marchesa Sergianni la seconda 
affettuosamente. La mia soave sorella è rien¬ 
trata poco tempo fa e una espressione di 
smarrimento era sul suo viso così amoroso e 
i suoi occhi, ogni tanto, si velavano di lacri¬ 
me. Si è seduta accanto a me, ohe la guar¬ 
davo, tutto tremante, vinto da una emozione 
grande : mi ha preso le mani, ha appoggiata 
la sua lieve testa sulla mia spalla. E, così, 
molto sottovoce, con un sodio di voce, mi ha 
narrato di avervi vista, da Pia Sergianni, in 
tutta la vostra bellezza purissima, ma in tut¬ 
ta la vostra altissima tristezza. Non avete 
scambiato che •poche e lente c dolci parole, 
non profonde, [non suggestive, con mia so¬ 
rella Lisa : parole gravi di dolce cortesia, non 
altro, senza un’allusione, senza un sottinteso, 
nulla, nulla ; ed è piuttosto stato espressivo 
il silenzio, fra voi e Lisa. Mi ha detto che le 
avete sorriso, tutte le volle che vi siete guar¬ 
date, nel non lungo incontro, in casa Sergian¬ 
ni : e che nulla le è parso più penetrante e 



— 293 — 


più toccante che il vostro sorriso, a mia so¬ 
rella Lisa. A un certo momento, si ò parlato 
della vostra partenza per la Russia, il quindici 
giugno — ancora sei settimane, qui ! c la 
marchesa Sergianni, che è molto mondana c 
molto snob, si è congratulata del gran posto, 
che voi andrete a occupare, voi che siele già 
quasi un’ambasciatrice.... Noi avete abbassalo 
gli occhi sul pallore del vostro volto e avete 
detto, solo, mormorando, la parola : grazie. 
K nulla ha più sconvolto l’animo sensibile, 
l’animo amoroso di mia sorella, che il vostro 
pallore, clic la vostra voce velata, che l’unica 
parola di ringraziamento. N i siete levala e 
dopo un cortese c dolce saluto, siete partila. 
Non altro. Lisa non ha rnlilo, da voi, nè una 
protesta, nè un lamento, nè un sospiro: nulla. 
Ma essa vi ha compatito, così, con la compas¬ 
sione spontanea e discreta clic hanno le ani¬ 
me belle verso ogni dolore segreto, che no¬ 
bilmente si celi nei suoi veli di pudore. Lia¬ 
na, voi soffri tu e Lisa lo ha compreso, lo sa 
e il vostro sorriso le fa struggere l'anima di 
pietà por la vostra misteriosa sollorenza...» 
mmlre nel suo segreto il cuor piagato.... s'an¬ 
goscio e. si martora.... come a Nizza.... 

c Paolo », 




— 294 — 


« Roma, vcntotto aprile.... 

«Stamane, vi ho seguita di nascosto, da lon¬ 
tano : voi non mi avete scorto, uscendo dal¬ 
l’albergo, malgrado che abbiate scrutalo, due 
o tre volte, le vie larghe, intorno : e vi siete 
avviata lentamente verso giù, avete traversato 
la piazza Barberini, siete risalita e avete finito 
per entrare nella chiesa di San Bernardo alle 
Terme. Era quasi mezzogiorno e un’ultima 
messa cominciava all’altar maggiore: la chiesa 
era quasi piena : siete penetrata molto avanti e 
siete restata a lungo inginocchiata, a pregare. 
Io, dalla navata destra, mi sono avvicinato a 
voi, per quanto più ho potuto, pur tenendomi 
sempre in penombra, perchè non mi vedeste. 
Seduta, leggevate in un vostro libro di ora¬ 
zioni, legato all’antica, un vecchio libro, io ho 
pensalo ; e pendeva, dal vostro polso, la conni - 
cina del rosario, con le sue medagliette sacre. 
Vi credevate perfettamente ignola e sola, in 
quella chiesa : e vi ho vista pregare, leggendo 
nel libro o ripetendo mentalmente le vostre 
orazioni, con un fervore continuo, spesso cur¬ 
vando la testa fra le mani, in un raccogli- 







— 295 - 

inculo semplice e schietto. Quando la messa 
è finita e la chiesa si e andata vuotando, 
voi siete restata ancora in ginocchio, assorta 
nelle vostre preci. Vi siete levata e, poi, pian 
piano, vi siete diretta verso la porta della 
chiesa : non restavano che, qua e là, poche 
persone. Allora io non ho più resistito al mio 
desiderio sentimentale e vi ho raggiunta verso 
la porla, mentre tendevate la mano fine e nu¬ 
da del guanto, verso la pila dell’acqua santa : 
vi ho offerto l’acqua benedetta, guardandovi 

lisa. \vetc arrossito, come non vi ho mai 

visto arrossire, sino alla radice dei capelli 
di collera, è vero, di collera contro l’auda¬ 
ce? _e senza guardarmi, fingendo di non 
veder la mia mano tesa, dalle dila bagnate, 
che laccano il gesto cristiano, non avete toc¬ 
cato le mie dita, non avete più l'atto il segno 
della croce e con un passo più rapido, siete 
sparila. O crudele, crudele, crudele ! 


« Paoi.o 


— 206 — 


« Roma, trenta aprile.... 

«Come nella chiesa di San Bernardo alle 
Tenne, in cui mi son celato a voi, fino airi- 
stante tragico in cui vi ho umilmente offerto 
l’acqua benedetta c voi crudelmente l'avete 
rifiutata, così, ieri sera, da Giovannclla Far¬ 
nese, voi non mi avete scoverto che quando io, 
non più dominante la mia volontà, mi son la¬ 
sciato vedere.... c. così, ambedue le volte, fossi 
rimasto nascosto, non visto, che il duplice 
largo sorso di amarezza mi sarebbe stato ri¬ 
sparmialo ! Per oltre un’ora, voi siete stala in 
questo ultimo ballo della grande stagione ro¬ 
mana, senza sentire, attorno a voi, la mia pre¬ 
senza : eppure da quando siete apparsa nel 
vestibolo deH’£xee/sior. sotto il vostro gran 
mantello di velluto bianco, dal colletlo largo 
di ermellino, io vi ho sempre seguita, a di¬ 
stanza, discretamente e son penetralo nel pa¬ 
lazzo farnesiaco di via Capranica, pochi istanti 
dopo di voi, salendo per l’ampio scalone fio¬ 
rilo dietro la vostra traccia, penetrando nelia 
vasta anticamera, quando voi già eravate nel 
maestoso appartamento e, infine obliquando, 
per un’ora, intorno a voi. senza farmi mai 



- 297 


scorgere.... I vostri occhi sono, sempre, così 
vaganti, così distratti.... 

«....La vostra veste di un tulle color coral¬ 
lo, in una tinta viva e vistosa, faceva risaltare 
vieppiù il candore del vostro volto c metteva, 
intorno a voi, come una fiamma dolce che vi 
circondasse, scnz’accendcrvi : il vostro collo e 
il voslro petto eran adorni di una singoiar col¬ 
lana di brillanti, a fili lunghi e fini, scintil¬ 
lanti, come rivoletti di acqua corrente, a! sole : 
c sui capelli ondanti dalle tempie alla nuca, 
tre grandi stelle di brillanti, tremolatili sul 
loro stelo invisibile, scintillavano, come in un 
firmamento.... Vi ho visto, ier sera, in una 
bellezza nova, strana, ardente e pure marmo¬ 
rea, vestita di fiamma, e pure casta c frigida 
sotto l’acqua lucente delle gemme, sul voslro 
seno, sotto il luccichio tenue delle stelle, sul 
vostro capo : ancora una volta, il mio stanco 
cuore, il mio esausto cuore ha avuto un sob¬ 
balzo e si è esaltato in un sentimento di eb¬ 
brezza, ove eran, insieme, gioia e dolore. Era¬ 
vate assai circondala, Indi/ Montagli, in quel¬ 
l’ora. ieri sera: avete avuto sempre un piiccolo 
circolo, intorno, sovra tutto di vecchi diplo¬ 
matici. come vostro marito, imi. anche, di 


giovani gentiluomini : avete ballalo, due volle, 
la prima con voli Rapp, l’addetto militare au¬ 
striaco, ballerino perfetto, nei giri del hvo 
step: e un lnnciers con Guido Motta Visconti — 
l’uomo di Nizza, colui clic, per miracolo, non 
mi ha fatto commettere un delitto, è qui, in 
Roma, e ancora, ancora, gira a voi intorno, 
tentando, cercando tentare, lo sfrontato, il cor¬ 
rotto, una nuova avventura : ma Veronica Ot¬ 
toboni, sempre tradita, sempre furente, sempre 
disperata, lo sorveglia, lo perseguila, minaccia 
degli scandali, ella che ha (piasi einquanl’anni, 
ella clic sa esser quello il suo ultimo aman¬ 
te.... Ma voi non amate, non amerete mai nò 
Motta Visconti, nè nessuno, voi così gelida, 
nella vostra veste di fiamma.... Siete restata 
sola, pochi istanti.... io ho veduto, a poco a 
poco, il vostro volto perdere quel brio fitti- 
zio mondano e farsi più pallido e più chiuso 
e chinarsi al suolo i grandi occhi oscuri.... !■: 
in (pici momento che, come nella chiesa di 
San Rei-nardo, in cui cravain soli, innanzi al 
nostro Dio, in (pici ballo in cui eravamo fra 
gli uomini, io non ho potuto più frenare l’ini- 
pelo del mio cuore. (ìiovannclla l'arnese che 
è un poco mia cugina, che mi vuol bene fra- 


— 299 — 


ternamente, passava, nelle sue vesti azzur¬ 
rine, tutta rosea sotto i suoi precoci capelli 
bianchi : 

c — .... Giovannella, vorrei esser presentalo 
a lady Montagli.... 

« — Non la conosci ? — ha esclamalo, sor¬ 
ridendo. — È Diana Sforza.... ricordati.... 
vieni, vieni qui.... 

«Voi ci avete visti giungere, insieme: avete 
compreso che accadeva, in quell’istante, l’ine¬ 
vitabile. Non vi siete mossa, sulla vostra pol¬ 
troncina: le vostre palpebre non hanno avuto 
un battito : la vostra bocca non ha avuto un 
fremito : 

«— Diana cara, ecco il mio bel cugino, Pao¬ 
lo Ruffo, che ha chiesto di esserti presen¬ 
tato.... 

« Con un sorriso, Giovannella si ò subilo 
allontanata. Io mi sono inchinato profonda¬ 
mente, innanzi a voi, come avanti a un altare: 
voi avete chinato il capo, con un breve c cor¬ 
retto saluto. Non mi avete steso la mano: non 
mi avete diretto la parola : e io son restalo 
immoto e silenzioso. Con un gesto naturale, 
avete girato il vostro sguardo, intorno a voi, 
sullo spettacolo della lesta : inai più i vostri 


- 300 - 


occhi son tornati a me. Ritto, tacito, accanto 
a voi, ma non troppo dappresso, io avevo l'a¬ 
ria di non esservi stato presentato, di non co¬ 
noscervi, di essere un estraneo qualsiasi, uno 
spettatore ignoto della festa : voi, avevate l'a¬ 
spetto di una dama clic non conosce il suo 
vicino, che non l’ha mai conosciuto. Quanti 
minuti sono trascorsi, così? Eterni minuti, 
eterni minuti ! Li sentivo cadere sul mio cuore 
come gocce di piombo rovente : e non sapevo 
come rompere l’atroce tortura, lasciandovi, 
partendo, voi, che io non ho mai conosciuta, 
voi che non mi conoscete.... ma Franco Mon- 
taldo è venuto a ricordarvi l’impegno vostro, 
per un hallo: vi siete levata, subito, senza vol¬ 
gervi, senza salutarmi.... 

«....mai, mai più ci conosceremo, ci salu¬ 
teremo, ci parleremo. Vi amo da un anno di 
un inutile amore : dicci anni, venti anni, po¬ 
trebbero passare e questo ainore sarebbe sem¬ 
pre inutile, sempre inutile.... Cosi voi volete 
clic esso sia: inutile. E ninna durezza, ora¬ 
mai, niuna crudeltà vi è ignota, per rendere 
vano e inutile Iunior mio. 


I’aui.o Ri i i o . 




- 301 - 


« Roma, due maggio.... 

«O Euridice, Euridice;, domani sono le ca- 
lende di maggio, domani è l’anniversario, in 
cui l’anima mia fu presa e vinta dalla voce 
vostra.... E T n anno, un anno di amore, o Eu¬ 
ridice.... che non amami Orfeo! 


Paoi.o ». 


« Roma due maggio, notte.... 

«Stasera — o ricordi, frementi nell’anima 
anelante ! — i balconi e le finestre di villa Star 
erano illuminati e il gran verone centrale ave¬ 
va anche i cristalli socchiusi.... come un an¬ 
no fa.... come un anno fa! Voi eravate colà, 
Euridice.... ella volse Un lesta , verso l'Ade e vi 
restò.... Un silenzio alto era nella villa.... Eu¬ 
ridice restò nell'Ade ... forse volle restarvi.... 

« Paolo s . 




- 302 - 


« Roma, tre maggio, mattino.... 

«Udrò io, questa sera, in compenso del mio 
devoto amore, del mio fedele servaggio, in 
ultimo compenso, in estremo compenso. la vo¬ 
ce die ho adorata, quasi essa fosse divina? 
Fra pochi giorni, Colei che così profondamente 
mi ha commosso e travolto, col suo canto, ma 
Colei che mai rispose alla mia emozione e al 
mio delirio, sarà immensamente lontana ; e chi 
sa se le mie fiacche forze mi permetteranno, 
mai più, di seguirla, chi sa se ella, duramente^ 
crudelmente non mi rigetterebbe, come l’al¬ 
trieri, come ieri ! Udrò, per conforto, la voce 
amata ? Io veglierò, tutta la sera, lutila la 
notte, in questo anniversario.... 


- Paolo . 


« Roma, quattro maggio.... 

Inutile veglia, inutile ansia, inutile amore! 


Paolo -. 



Noma, dodici maggio.... 


( Addio, dunque, lady Montagli. Le vostre 
purissime mani ricevono, con questa, l’ultima 
lettera di colui che vi lia così teneramente, 
così passionalmente amata : e che solo in que¬ 
ste inani c inerti parole, vergate sovra una 
carta bianca, ha potuto esprimervi la sua 
fiamma d’amore. Io non muoio, lady Monta¬ 
gli, io che sono un uomo e un cristiano : io 
non muoio, io non mi uccido : io finisco di 
scrivervi perché finisco di amarvi : io ho fi¬ 
nito di amarvi. Qualche cosa grande, ili me 
più grande, è morta, in me : è l’amor mio. 
Persiste la mia spoglia mortale a vivere, pur 
fatta deserta da questo amore, che ne ali¬ 
mentava le energie e le esaltava : persiste la 
mia anima immortale a non lasciare questa 
terra, ove non troverà più ne gioia, nè do¬ 
lore, nè speranza. Non posso morire ; non 
debbo morire ; non voglio morire. È morto 
l’amor mio che era alto, che era forte, che 
era bello : e voi che solo ne sapeste qualcosa, 
dalle mie parole impossenti a descriverlo, voi 
che non poteste, mai, nò misurarlo, nè ap- 


prezzarlo, voi clic quando io. fremente, ane¬ 
lanti'. ho voluto, quasi, imporvi di udir dalla 
mia voce il suo clamore, lo avete duramente, 
crudelmente respinto, voi che avete creato que¬ 
sto amore, fuor di voi. fuor della vostra vo¬ 
lontà, voi, die, a un certo punto, lo avete 
distrutto, con la vostra volontà, non piange¬ 
rete la sua morte.... io piangeva da tempo 
su questo amore, clic declinava, clic languiva, 
clic si esauriva, in me : io ho versalo sovra 
esso le più amare lacrime e credevo, credevo 
di versarle per Voi, purissima signora, cre¬ 
devo di dolorare per la vostr’altissima virtù, e 
non mi accorgevo di piangere perchè finiva, 
in me. una larga ragione di essere, perchè 
moriva, in me, quello clic era stata una vita 
mille volte più forte ili mille altre vite, pre¬ 
se insieme.... Quanto ho pianto, nella mia 
cameretta della Rosa di York, a Shcrborne, 
dopo aver errato, una notte, come un fantasma 
dolente nel parco di Montagli Castle c mi pa¬ 
reva di soffrire per Voi, mentre era la mia 
immensa delusione che aveva trafitto, con una 
ferita mortale, l’amor mio.... e ho pianto, a 
Londra, nel delirio della mia malattia, nella 
casa di salute di Bedford Street, e io slip- 



poneva clic la debolezza del mio orribile male 
facesse scorrere le mie lacrime, e mia so¬ 
rella credeva che io piangessi pel dolor fi¬ 
sico del mio morbo.... Quanto ho pianto, di 
collera, di furore, a Nizza, al <!ap Martin,, 
credendo che fossero i folli singhiozzi della 
gelosia clic mi rompessero il petto ed erano, 
invece, i profondi sussulti di una creatura che 
sente, morire, in sé, quel che formava il no¬ 
do della sua esistenza.... Ah quel nodo di 
angoscia che dall’I tigli illcrra mi stringeva, quel 
nodo clic serrava la mia anima convulsa e 
le mie fibre convulse, quel nodo che io, istin¬ 
tivamente, oscuramente, volevo sciogliere, vo¬ 
levo rompere, era questo, era l’amor mio, 
Iddy Montagli, che mi opprimeva, che mi sof¬ 
focava, prima di rallentare il suo estremo ab¬ 
braccio, prima di morire.... Avete mai attra¬ 
versato un profondo bosco di querce, lady 
Montagu, a mezzo autunno? Tutte le foglie si 
colorano di un rosso vivissimo, come se un 
flutto impetuoso di sangue si precipitasse nelle 
lor vene vegetali : fiammeggia la foresta e vi 
pare che debba, a un tratto, incendersi, sotto 
il sole di ottobre. Ma se, a metà novembre, i 
vostri lenti passi, di ritorno, vi conducono nel 


skrao. Ella non rispose. 


20 



— 30(i _ 


bosco dello querce, (ulte quelle foglie sono 
del color dell’oro e vi parrà un miracolo di 
natura la smagliante trasformazione.... Ma, in 
verità, la fiamma di ottobre è la estrema vi¬ 
talità. delle foglie ; e l’oro di novembre è la 
loro superba agonia. Quando è tutta di oro, 
la foglia, essa è già moria ; il velilo di dicem¬ 
bre la staccherà in una rischiatile folata, c la 
porterà, via. Come una foglia rossa di un san¬ 
gue ardente, ma ultimo, come una foglia di 
oro fulgido, ma morente, il mio amore, dopo 
un estremo impelo di vita, si è staccalo, mor¬ 
to, dal mio cuore. 

< Lddij Montagli, colui che vi ha incompa¬ 
rabilmente amata è, adesso, una misera cosa, 
una creatura vuota e arida : e per tanta sua 
miseria, sopportate che egli vi dica una pa¬ 
rola semplice, una parola di verità.... Lodi/ 
Montagli, io ho finito di amarvi, perchè voi 
non mi avete amalo, perchè voi non mi ame¬ 
rete giammai. Con fede, con devozione, con 
intatta costanza, il mio cuore sarebbe sialo 
vostro, unicamente vostro, se ancora io avessi 
potuto credere d’esser da voi corrisposto, an¬ 
che. in un giorno molto lontano, anche di una 
sola simpatia umana, anche di una mite tene- 




- 307 - 


rezza. O signora, si può vivere senza felicità* 
non si può vivere senza speranza. F'. voi ave¬ 
te ucciso, in me, la speranza, tacitamente e 
implacabilmente. Io ho compreso, da ogni vo¬ 
stro aspetto, da ogni vostro gesto, sovra lutto 
da quanto non avete fatto, che, nè per il 
giro degli anni, nò per il mutarsi degli eventi, 
nè per il cangiar di cielo, la vostr’anima ca¬ 
sta e gelida avrebbe potuto inai fondersi con 
la mia, in compenso di una così lunga mia 
servitù di amore. Dal «lì che io giunsi a 
Sherborne, in fondo all’Inghilterra, in una 
mattina di autunno, voi amando, voi seguendo, 
voi cercando, voi, lady Montagli, mi avete osti¬ 
natamente fuggito : e ogni mia mala ventura, 
più tardi e ogni mio patimento d’amore, più 
tardi, non ha trovato, in voi, neppure la este¬ 
riore pietà per un ignoto che soffre. Dio solo 
ci vedeva, dieci giorni fa, nella chiesa di San 
Bernardo, ove io feci, verso voi, il gesto della 
fratellanza cristiana, l’atto della mano che of¬ 
fre l’acqua benedetta : voi non avete voluto 
toccar la mia mano, in quell’umile alto. Nin¬ 
no ci guardava, ninno osservava, niuno sa¬ 
peva di noi, in quella festa di casa Farnese, 
son nove giorni : e voi non avete voluto che io 


vi parlassi, e avvio Iacinto: o mi avole disde¬ 
gnato, pubblicamente. Per un anno, lady Mon¬ 
tagli, io era stato vostro servo, vostro schiavo ; 
io aveva affrontato tutti i pericoli : la morte 
aveva stretto i suoi giri, più volle, intorno a 
me.... Ma un amore ha bisogno «li esser ali¬ 
mentato, da qualche cosa che sia luor dal- 
l’amor nostro ; ma un amore ha bisogno di 
acqua per germogliare come un fiore vivace, 
come un frutto saporoso : ina un amore non 
può vivere solo di se : se nulla lo alimenta, 
se nulla lo disseta, se nulla lo aiuta a vivere, 
questo amore s’inaridisce, si dissecca, languisce 
c muore. Io non sono un pazzo : io non sono 
un fanciullo. Io sono un uomo, coi suoi de¬ 
sideri! e con le sue speranze : e se mai il più. 
tenue desiderio non possa esser appagato, se 
mai speranze non possano diventare una real¬ 
tà, a che amare, più ? Ah che infinita miseria 
è quella in cui mi avete gittalo, Iddy Monta¬ 
gli, ora clic il mio vano amore si è spento ! 

«Pure, io vi chieggo perdono, lady Monta¬ 
gli, s’io tanto mi sono profondamente illuso 
sui segni , che il mio ansioso cuore e la mia 
balzante fantasia hanno interpretato, come un 
vostro consenso segreto, non alPamor mio. ma 





alla mia immensa speranza. In questa mia 
settimana di passione e di morte, come quella 
di Nostro Signore, io ho tanto vegliato, tallito 
pensato, tanto rammentato, in una lucidità 
perfetta, sulla mia dolente istoria d’amore e ho 
compreso di quale folle illusione io fossi stato 
vittima.... illusione da me, solo da me creata, 
illusione sublime e fatale, di cui voi non avete 
colpa nessuna, illusione seduttrice e perfida, 
di cui voi siete innocente. Nessun segno ; 
nessun segno ! Voi avete cantato, tre volte, per 
voi, per voi sola, e mai, mai per me, avete 
cantato perchè la vostra voce rivelasse, nel 
suo canto passionato e grave e triste, rive¬ 
lasse a voi stessa, alla notte, al silenzio, mai 
a me, mai a me, quanto era celato nel fondo 
del vostro animo. Illusione: falsità: menzo¬ 
gna 1 Voi mi siete apparsa, in momenti strani, 
in istanti terribili, come se il mio grido inte¬ 
riore vi evocasse, ma solo il Caso, solo il Caso, 
vi ha fallo comparire: voi mi avete scorto e 
distinto, Ira la folla, mi avete guardato, come 
se mi ritrovaste, come se mi salutaste, col vo¬ 
stro sguardo che si univa al mio e tutto ci(ò 
era un inganno mio sentimentale, era un mio 
inganno ottico.... Niente segni, niente, poca 



- 310 


cosa, piccola cosa, cosa vanente, svanente, tulli 
gli altri segni, tutto quello che mi era parso 
una grande cosa, sol perchè vi amavo e spe¬ 
ravo d’ossei* amato, un giorno....niente, nulla! 
La cintura nera sulla vostra veste bianca, le 
lacrime del vostro giorno di nozze, il saluto 
notturno di Ostenda, i fiori del Picautilhj hotel, 
e i fiori di Roma, sempre il ('.aso, non altro 
che il ('.uso, inconscio frodatore del mio cuore! 
Oh ! perdono, ancora, lady Montagli, se per 
questi segni vani, per questi segni inesistenti, 
io ho credulo, fermamente creduto, che voi 
veniste a me, che lunga era la strada, ma clic, 
a passo a passo, attratta dal (mio amore, voi l’a¬ 
vreste percorsa tutta ; perdono, virtuosissima 
donna, se io ho creduto clic voi, lady Monta¬ 
gli, che eravate la purissima Diana Sforza, voi, 
moglie di un altro, aveste potuto tradirlo, rom¬ 
pere il vostro patto con lui, violare ogni vo¬ 
stro giuramento, rinnegare il voto fatto a Dio 
e la promessa fatta alla legge, uccidere il pu¬ 
dore della voslr’anima e il pudore della vo¬ 
stra persona, per amarmi, per amar me, lo 
sconosciuto, il passante, l’ospite inatteso, l’in¬ 
truso : c darvi aH’intruso, per sempre, in un 
dono supremo. Perdonatemi, lady Montagli, di 




— 311 — 


aver creduto, con la Sposa del Cantico de’ Can¬ 
tici, clic l’amore fosse più forte della morte. 
Esso è meno forte della virtù, l’amore: esso 
è nulla, innanzi alla vostra virtù, o Signora, 
lo ho amalo una donna : voi siete una santa. 
Bacio il lembo della vostra veste, o Signora.... 


«Domani, ImIij Montagli, io lascio Roma c 
l’Europa, per un viaggio lunghissimo, in paesi 
che sono al confine del mondo : e se uno di 
questi paesi misteriosi mi attirerà più degli 
altri, io mi fermerò, colà, e vi metterò dimora, 
per sempre, non ritornando mai più nella mia 
patria. Debbo esiliarmi. Debbo abbandonare 
Roma c l’Europa dove, dapcrtutto, potrei in¬ 
contrarvi ancora c ho giurato di non vedere 
mai più il vostro volto, che m’incbbriava : do¬ 
ve, dapcrtutto, troverei le tracce del mio inutile 
amore, e se pure Tarine che mi ha colpito, in 
pieno petto, non mi ha materialmente ucciso, 
se pure il tempo venga a cicatrizzare questa 
ferita ora sanguinante, a goccia a goccia, io sono 
così fiacco, così triste, così attossicalo, ancoia, 
così traboccante ili amarezza, ancora, che lc- 
silio, l’esilio mi è necessario. Soffro di aver 
amato: solTro di non amar più. Mia sorella 




- 312 - 


Lisa viene meco, in esilio : è un pellegrinaggio 
di pietà fraterna, che ella compie, silenziosa¬ 
mente. Lascia la sua casa, Lisa, la sua terra, 
la sua patria, il cimitero dove sono isuoi morti, 
per seguirmi, per accompagnarmi nel mio ma¬ 
linconico esilio : ne ha una pena profonda, 
ma non la dice: ma più grande sarebbe,questa 
pena, se io partissi solo. In questi giorni ab¬ 
biamo realizzalo abbastanza denaro, per andar 
lontano, per mezzo del nostro notaio: man 
mano, egli ci manderà, laggiù, le nostre mo¬ 
deste rendite : viaggeremo senza lusso, vivre¬ 
mo senza lusso, come due quieti stranieri, 
Lisa mia ed io. Nessuno conosce il segreto 
del nostro viaggio, salvo l’uomo di legge, che 
è vincolalo dal suo segreto professionale : nes¬ 
suno ne saprà, mai, nulla. Spariremo, così, 
Lisa ed io. Si parlerà un giorno, di noi, fra 
quelli che ci amavano o credevano di amarci: 
poi, non più. Lisa mia a nulla c a nessuno 
tiene : io, dato a voi, donna di preclara virtù, 
gelida c pura come l’acqua montana, il saluto, 
non tengo più a nulla e a nessuno. Partiremo, 
scompariremo, così, domani, prima che questa 
lettera vi giunga: domani, partiremo, soffren¬ 
do, insieme, di questo estremo distacco dalla 



- 313 - 


casa nostra, da Roma nostra, dall’Italia no¬ 
stra, ma tacendo insieme, sul nostro patimen¬ 
to e, forse, consolandocene, laggiù, col tem'po, 
o non consolandocene, mai, mai, pur vivendo 
insieme, in malinconica c fedele compagnia. 
Lisa si è a me votata, in devozione fraterna : 
io mi lego a lei, in tenerezza anche più sal¬ 
da, per tanto suo sacrifizio, li nulla potrà 
pol larci di nuovo, l’avvenire, nelle nostre ani¬ 
me e nei nostri casi, se non un seguilo di gior¬ 
ni eguali e monotoni, senza più nulla clic una 
rassegnata tristezza, un rassegnalo rammarico. 
Nel paese ignoto, ove vivremo, ignoti a tutti, 
noi aspetteremo, senza desiderio, ma senza 
limore, l’ora della grande dipartita.... 


<) voi che foste la mia Euridice, o Crea¬ 
tura del mio sogno, o Creatura della mia illu¬ 
sione, o Diana, Diana, o amor mio unico, o 
amor mio ultimo, o voi che io non vedrò più 
mai, eoi miei ocelli mortali, addio, addio ! 


«I’aoi.o Riji'i o . 




les autres jours ne viendront pas. 

Mr. Maktbi:linok. Chansotìs. 


Ivi-;! il c|tuirlo inverno, ormai, in cui lady 
Diana Montagli giungeva a Bordigliera, ai pri¬ 
mi ili dicembre per restarvi sino alla metà ili 
aprile : e 17 lòlel Antfsl le conservava, ogni an¬ 
no, il suo consueto appartamento, in pieno 
sole, a un angolo del primo piano, un po’ na¬ 
scosto da un folto gruppo di palmizi del giar¬ 
dino. Nel primo inverno lady Diana Mon¬ 
tagli non era venuta sola : suo murilo, sir 
Randolph Montagli, l’aveva accompagnala, 
rimanendo una settimana a Bordighera, ma 
andando, ogni giorno, a Sanremo, ove orali 
moltissimi inglesi e si giuncava forte, o a Mon¬ 
tecarlo : poi. dopo otto giorni, era parlilo. Su¬ 
bito dopo, era arrivata donna Vivine Sforza, 
la giovine sorella di lady Diana e si era trai- 


tenuta circa tre mesi, a Bordighcra. In quella 
stagione, malgrado elle avesse sempre l’aria 
stanca, Imiti Montagli era cscita ogni giorno, 
a piedi, in automobile, in barca : ma rientra¬ 
va, spesso, stanchissima, con un bisogno ili 
riposo e di silenzio. In quella stessa stagione, 
le due sorelle ricevevano molte visite di ami¬ 
che, di amici, che venivano da Nizza, da 
Montecarlo, ila Sanremo, ridenti, rumorosi, in¬ 
vadenti il tranquillo albergo Anffst: ma, spes¬ 
so, lady Montagli lasciava clic la sua lieta e 
spensierata sorella si occupasse degli ospiti, 
mentre ella si ritirava nella sua stanza : spesso, 
donna Vivimi Sforza si assentava, andando a 
passare due o tre giorni con amiche, con amici, 
a Sanremo, a Cap Martin, a Nizza, tutta vi¬ 
brante di fresca giovinezza. Quando, alla fine 
della stagione, lady Montagli partì, con suo 
marito che era venuto a prenderla, per Pie¬ 
troburgo, non pareva che l’aria balsamica e la 
quiete di Bordighcra avessero rianimato le sue 
forze un po’ disperse c ricolorilo il suo bian¬ 
chissimo volto. Nel secondo inverno, lady 
Montagli giunse accompagnala da una vecchia 
zitella inglese, miss Annic Ford, lina simpa¬ 
tica donna che aveva vissuto molto in Ita- 


— 316 — 


lia e che parlava benino l’italiano, un singo¬ 
lare miscuglio di amica povera, di dama di 
compagnia e d’infermiera. La grande bella di 
Icrdij Montagli era velata da una lassezza che, 
talvolta, ella giungeva a dominare; (piando era 
in pubblico, con persone: ma clic la soprav¬ 
vinceva. quando restava sola, con miss Lord. 
In quell’anno, ella era escila meno: preferiva 
qualche breve passeggiala a piedi, sulla spiag¬ 
gia o sulla collina, nei boschetti odorosi elle 
sovrastano Ilordighera : preferiva qualche pas¬ 
seggiata in vettura : non andava più in auto¬ 
mobile : non andava più in barca. Spesso, scen¬ 
deva in giardino, sotto i palmizi, restandovi 
ore intere, leggendo, talvolta; ma, «piasi sem¬ 
pre, tenendo fra le mani troppo bianche, fra 
le dita un po’ scarne, un ricamo d’arte, in cui 
dava dei punti, distrattamente ; talvolta era 
Annie Ford che le leggeva, sottovoce, presso 
la sua poltrona, un libro inglese, un libro frani 
ecse. Miss Annie Foni era di umor sempre, 
sereno, attenta a <»gni gesto di lady Montagli, 
rapida, apparendo e sparendo, sempre per ap¬ 
pagare un piccolo desiderio, un piccolo ordine 
della bella Diana. Costei, talvolta, di sera, nel 
suo salotto del primo piano, suonava il piano- 





fori;', ina in sorilina, con un tocco molle e 
lieve: qualche volta, anche, accennava di can¬ 
tare, ma sempre sottovoce, non avendo altri 
ascoltatori che miss Ford. A metà stagione, 
era venuto sir Itandolph Montagli a far visita 
a sua moglie, ila Pietroburgo: ma non era re¬ 
stalo che tre giorni, scnz’ullonlanarsi mai : era 
ripartito, più taciturno e più glaciale nella sua 
rigida fisonomia britannica. In fine, lady Mon¬ 
tagli era andata via, con miss Ford. Si doman¬ 
dava, dai curiosi, al maggior medico di Bor¬ 
digliela, un inglese clic vivea colà da venti an¬ 
ni, mr. F'vans, se lady Montagli fosse tisica.... 

Tisica? Alai ! Non era neanche ammalata, la 
bella italiana : non era che molto debole, una 
debolezza che potea perfettamente curarsi...... 

In lutto strettissimo, chiusa nei grandi veli 
neri del cordoglio, il terzo inverno aveva ri¬ 
condotto a Bordighera lady Diana Montagli : e 
sotto il crespo nero opaco del suo capitilo, 
l’orlo riccio di tulle bianco, posante sui bei 
capelli ondati, diceva che ella era vedova. Quel¬ 
l’anno, in estate, sir Randolph Montagli aveva 
voluto aggiungere l’alpinismo, a tutti gli altri 
sporfs che egli praticava, con muto ardore : e, 
insieme a due amici, era rimasto vittima di una 






_ ma - 


tormenta di neve, -sul Móndi, uno del monti 
die si staccano dalla .lungh-au. Dopo «licci 
giorni solo dal tragico accidente, i Ire cada¬ 
veri erano stali rinvenuti, in uno «li quei cor¬ 
ridoio dei grandi ghiacciai sinistri ; e riportati 
a Interiniceli, perfettamente riconoscibili. Sir 
Randolpli Montagli, con un testamento cht 
portava la data precisa, quella «lei giorno dopo 
delle sue nozze, aveva lasciata crede univer¬ 
sale di sua fortuna Diana Sforza, diventata lady 
Montagli. Era giunta ai primissimi di dicem¬ 
bre, più presto del consueto, lady 'Montagli, 
accompagnata «la miss l ord, anche essa por¬ 
tante un lutto discreto, come la sua signora e 
amica. Nei rigorosi vestiti neri, senz’alcun or¬ 
namento, la persona alta c snella della gio¬ 
vane vedova di sir Montagli sembrava più ma¬ 
gra, come (serrata in una guaina austera di cre¬ 
spi neri : e il volto, quando ella sollevava il 
suo lungo velo e lo rigettava indietro, sugli 
altri veli, appariva di una bianchezza esangue, 
e ceree le lunghe mani sottili uscenti dall’or - 
lino bianco dei polsini, senza una gemma sul¬ 
le dita fini, salvo la fascia d’oro dell’ anello 
coniugale. Esangue il volto che era stato così fi¬ 
nemente roseo di Diana Sterza : c bianca, opaca, 






- aio - 


comi* un’ostia, la pura fronte ; e pallidissime 
le labbra ove, un tempo, non mollo tempo 
prima, affluiva il vivido sangue della gioven¬ 
tù : c tulio uno sfiorimcnto c tutto un decadi¬ 
mento di quel viso ove la bellezza, non molto 
tempo prima, aveva avuto la sua espressione 
più nobile. Attorno a lei, in Bordighera, ove 
tulli, ora. la conoscevano e nell7/òfef Anrjsf, 
vi era come un senso di riguardoso rammarico, 
per il suo grande, lutto clic ella teneva rigo¬ 
rosamente, per questo suo sfiorimcnto che, 
nelle vesti nere, era più impressionante. An¬ 
che le sue forze fisiche ermi molto declinate : 
il colpo improvviso della tragica morte di suo 
marito, 'quella solitudine e quel cordoglio che, 
a un tratto, fasciavano la sua vita, dovevano 
aver avuto, in lei, lina ripercussione [iròfon¬ 
da. Ora, non esciva che alla domenica, per 
andare alla (messa delle nove, nella chiesa 
dcU’Assunzionc, che sta un po’ fuori di Bor¬ 
dighera, sulla via di Ospedaletti : e quel cam¬ 
mino non lungo le pesava, certo, giacche ella 
lo compiva con lentezza, quasi mancandole il 
fiato per continuare : accanto a lei, miss Ford 
le portava un altro mantello c un plaid che 
le collocava sulle ginocchia, quando la vedova 


— ìfc*0 

làdij Montagli s’era scdula, in chiesa, come 
disfalla, e aveva piegato il volto fittamente ve¬ 
lalo di crespo, sulle mani. Cosi restava, Indi/ 
Montagli, tulio il tempo della messa, senza 
mai inginocchiarsi, forse perchè non ne aveva 
la forza: ma il suo capo, talvolta, si abbat¬ 
teva sulle sue. mani c non si rialzava clic alla 
fine : con un grande segno di croce, ella si le¬ 
vava, si allontanava, chiusa nella sua nera pel¬ 
liccia, coverta dai suoi veli vedovili, chinando 
la lesta appena, nella via, ai saluti rispettosi 
che riceveva, non fermandosi con nessuno, non 
parlando con nessuno, giungendo affaticatis¬ 
sima al suo albergo, con un respiro anelante 
e, infine, penetrando nel suo salotto, ove ar¬ 
devano i ceppi nel caminetto, mettendosi in¬ 
nanzi al fuoco, curvandovi il suo volto can¬ 
dido come l’ostia c freddo, accostandovi le 
sue mani diaccie, senza giungere a riscaldarsi. 
Il suo salotto era pieno di sole, di liete vampe 
del caminetto,di fiori fragranti: ella si sdraia¬ 
va sui cuscini molli della chaise longuc c ri¬ 
maneva immobile, con le palpebre abbassate, 
le tenui palpebre che avevano una sottile li¬ 
nea di viola_ Ronzava, intorno, miss I'ord, 

occupata a mille piccole cure, ronzava, senza 


— 321 


far più rumore di una mosca, fermandosi, 
ogni 'tanto, a guardare il viso smorto dalie 
labbra 'smorte, e le palpebre socchiuse, un po’ 
violette di lady Montagli, e la candida mano 
troppi scarna sul cui anulare si abbatteva 
il cerchietto d’oro, fatto troppo largo. Non 
soffriva, non piangeva, non si lamentava, di 
nessun male, Diana Montagli : ma il suo ab¬ 
bandono, il suo distacco, la sua indifferenza 
stringevano il cuore di chi la vedeva, in quelle 
lunghe ore. Non la vedevano, così, clic miss 
Ford e Celestina, la cameriera dell’albergo : 
una o due volle per settimana, veniva mr. 
Kvans, a fare una visita, lady Montagli si 
sforzava a riceverlo come un visitatore, non 
come un medico, si alzava, conversava con 
lui, lo ascoltava pazientemente, in quello clic 
le consigliava, accettando ogni sua prescrizio¬ 
ne, gli offriva il llw e, dopo, (pianilo egli era 
escilo, ricadeva in quel suo torpore, da cui solo 
miss Ford, ogni tanto, giungeva a strapparla 
con una dolce violenza. Diceva meno, ormai, 
in pubblico, il dottor Evans, che la bella ita¬ 
liana non era malata. Diceva, borbottando: 

....potrebbe guarire, se volesse.... potrebbe 
guarire. c non soggiungeva altro. 


Skuào. Ella non riujiose. 


21 



- 322 — 


Con mezzi ingegnosi, con tenera violenza, 
miss Annic Ford tentava di scuotere il mortale 
languore da cui lady Montagli si lasciava vin¬ 
cere. Cercava di parlarle dell’Italia, di Roma, 
di donna Vivimi Sforza, le. cui nozze con San¬ 
dro Falconi, «li un’antica famiglia perugina, 
erano imminenti ; ina dopo pochi istanti, Dia¬ 
na non rispondeva clic con un cenno della te¬ 
sta, il suo viso si contraeva, come per un 
fastidio «Iella voce di Annic Ford. L’altra ta¬ 
ceva. Ma se la vedeva riaversi, le portava 
dei libri, perchè ne scegliesse qualcuno, clic 
ella le avrebbe letto: le rimetteva sotto le 
fredde dita inerti qualche ricamo, per tentare 
di farla lavorare: le portava dei fiori freschi, 
glieli scioglieva in grembo, si inginocchiava 
innanzi a lei, coi vaselli in mano, perche Dia¬ 
na ve li componesse, senza fatica : schiudeva 
un po' le tende ilei veroni, quando i cantatori 
ambulanti si fermavano, in giardino, a can¬ 
tare Oi Mari e ’O sole mio.... Sì, allora si ri¬ 
destava, Diana Monlagu, tendendo l’orecchio, 
ascoltando, con attenzione, con un’ombra di 
sorriso, sulle labbra che non avevano più una 
goccia di sangue : e miss Ford, srgrelamenle, 
li faceva venire, ogni pomeriggio, quei canta- 



— 

— 323 — 

tori. Talvolta, Diana si levava, nella sua lun¬ 
ga veste nera e andava al pianoforte, toccando 
i tasti, con una inano : talvolta, ancora, con 
voce fievole ripeteva un ritornello, che Annie 
Ford non conosceva, ma sempre lo stesso, tri¬ 
ste e passionale, fievolmente. E si ridestava, 
dai suoi lunghi silenzi, dai suoi torpori Diana 
Montagli, quando arrivava la posta, tre volle 
il giorno. Era Annie Ford clic gliela portava, 
appena giunta, tanto aveva compreso la silen¬ 
ziosa ansietà di Diana : e gliela lasciava c.scom¬ 
pariva, discretamente, mentre vedeva mutarsi 
il pallidissimo viso e tremare le ceree mani, 
toccando le lettere. Quando rientrava, più lar¬ 
di, comprendeva Annie Ford, a quel viso fatto 
più chiuso, più indifferente, più distante, clic 
la lettera attesa non era giunta. 

Quanti giorni, trascorrenti, un dopo l’altro, 
questa lettera fu attesa c mai, inai, essa ven¬ 
ne, per settimane e mesi ! Sin che Diana Mon¬ 
tagli si scorò, disperò di mai più veder giun¬ 
gere il messaggio invocato : e tutte le sue de¬ 
lusioni si unirono, per abbattere la sua anima 
che era vissuta di un segreto desiderio. Fila 
non si occupò più della sua corrispondenza : 
appena se volgeva gli occhi, sempre velati di 


SisitAO. Ella non risi>os \ 


ai* 



una lassezza infinita, quando Annie Ford en¬ 
trava con lettere c giornali. Le lasciava am¬ 
mucchiare, sovra un tavolino, presso la sua 
chaisc longac : vi rimanevano, chiuse, queste 
lettere, talvolta per ore c ore, per giornale. 
Timidamente, una volta, miss Ford propose a 
iddi] Montagli di aprirle, di leggergliele: l’al¬ 
tra fece un gesto annoiato di adesione e non 
levò neppure le palpebre, durante la lettura. 
Un telegramma portò la notizia liela delle 
nozze di donna Vivine Sforza con Sandro 
Falconi, a Perugia : la vedova di sir Randolph 
Montagli non aveva potuto presenziare a tale 
festa, per il suo grave lutto c por la sua sa¬ 
lute malferma, ma essa, invece, aveva gene¬ 
rosamente costituita una dote a Vivine e le 
aveva, anche, inviato i più bei doni, da Bor- 
digliera. Nel dispaccio, Vivine e Sandro Fal¬ 
coni salutavano ed esaltavano la diletta so¬ 
rella maggiore e promettevano di venirla a 
visitare fra giorni, nel viaggio di nozze. Ven¬ 
nero. Con uno sforzo profondo «li volontà, 
Iddi} Montagli cercò di superare, per breve 
tempo, il suo misterioso ed essenziale languo¬ 
re, cercò e trovò nella sua volontà una foiza 
fittizia e fugace, si creò un aspetto meno tu- 



nebre, nelle sue vesti «li gramaglie, nel suo 
volto troppo bianco, nella sua fragile perso¬ 
na. In una gentile c gaia ebbrezza di amore 
giunsero i giovini sposi: la tenerezza «piasi li¬ 
liale di Vivimi pei' la sua grande, per la sua 
magnifica sorella, come diceva la sposina, la 
simpatia grata e affettuosa di Sandro balconi, 
parve clic riscaldassero, un poco, il deserto e 
gelido cuore di Diana. Ma la vaghezza di un 
viaggio di piacere, in bei paesi lontani, soli, 
insieme, riprese gli sposi, segretamente, li vin¬ 
se. Neppure si accorsero «pianto Diana Mon¬ 
tagli restasse solitaria, inalala, senza conforti, 
in Bordigliera, in un paese non suo, in un 
albergo, con l’unica compagnia di una fami¬ 
liare ; presi l’uiio dell’altro, presi dal loro 
■sogno, non compresero che colei clic essi la¬ 
sciavano colà, indietro, senza voltarsi, era I om¬ 
bra sparente «li Diana Sforza. Vollero partire, 
presto, presto : dissero, in India, clic sarebbero 
tornali, più tardi, o, forse, si sarebbero in¬ 
contrati, a Roma, con Diana, o in un altro 
paese, ove ella fosse: chi sa dove.... Un lincio 
frettoloso, di Vivimi, sovra una fredda guan¬ 
cia : un bacio rapido di Sandro Falconi, so¬ 
vra una fredda mano : e la smorta donna li 




- 326 — 


lasciò partire, senza nulla soggiungere, seguen¬ 
doli con un lungo sguardo, così singolare, che 
essi non potettero notare, spensierati, fuggenti, 
via, verso il loro avvenire, uno sguardo così 
espressivo, così suggestivo, che sgomentò An- 
nie Ford. La buona servente si curvò verso 
lenìu Diana, clic era ricaduta, immobile, sui 
suoi cuscini, osò chiederle : 

— Ma clic ha, Vostra Grazia? Che pensa?... 

— ....clic voi, certo, rivedrete mia sorella 
Yivina.... 

— E Vostra Grazia ? 

Ma iddi/ Diana Montagli voltò il capo dal¬ 
l’altra parte c non volle più rispondere. 


II. 

Niuno seppe in qual mallino o in quale sera 
di novembre, fosse giunta in Bordighera, per 
il quarto anno, lady Diana Montagli insieme 
a miss Annie Ford : nè se fosse giunta in 
treno o in automobile, a piccole tappe, come 
si diceva : nè, per tre settimane, la gente si 
accorse che ella era nel suo llòtcì Angst, nel 
consueto suo appartamento. Non fu vista esci- 






re, nè per la messa domenicale, nè per una 
passeggiata : non fu vista in giardino, nel pic¬ 
colo boschetto dei palmizi, ove gli altri anni 
ella aveva la sua poltrona e un tavolinetto. 
Solamente, quasi ogni giorno, miss Annie an¬ 
dava c veniva, per Bordighcra, rapida, ma 
tranquilla, col suo viso pacato c sereno, bri¬ 
tannico, ove la gioia c il dolore non trapelano, 
mai, per il grande pudore sentimentale in¬ 
glese. Qualcuno, di sua conoscenza, la ferma¬ 
va, le domandava notizie della salute di Inda 
Montagli : 

— Molto meglio : molto bene — rispondeva, 
invariabilmente, con un sorriso, Annie Ford. 

Talvolta, il viso di chi interrogava, mostra¬ 
va la sua incredulità malinconica : 

— Prego : veramente meglio : veramente be¬ 
ne — insisteva Annie Ford, allontanandosi. 

Poi, in un giorno di sole tiepido, in dicem¬ 
bre, Diana Montagli apparve, sul suo verone 
guarnito di fiammanti gerani : vi si assise in 
una grande sedia a sdraio : vi rimase, due o 
tre ore, tenendo nelle mani un ombrellino ver¬ 
de, per riparare solo la sua testa dal sole, 
l'ira vestita di bianco, tutta di bianco, essendo 
passato oltre l’anno dalla morte di sii Ran- 


dolph : aveva una pelliccia bianca che la co¬ 
priva intieramente. Sotto rombrellino si scor¬ 
geva un viso bianco diventato piccolo piccolo, 
come quello di una bimba: c la mano che 
reggeva l’ombrellino era finec scarna, con le 
sue unghie troppo bianche e troppo lucenti. 
Si disse che a tentar di curare il suo pro¬ 
fondo languore, la sua anemia mortale, le aves¬ 
sero ordinalo, ora, dei bagni di sole: e chiun¬ 
que passava, dalla mattina a mezzodì, nella 
via, oltre il giardino dell’ albergo, si voltava 
a guardare quel piccolo viso, immobile sotto 
l'ombrellino verde. A mezzodì spariva il sole, 
da quel verone : e miss Annie Ford, clic era, 
sempre, poco lontana, aiutava lady Montagli a 
levarsi, le due donne rientravano, una came¬ 
riera veniva a portar via scialli, pellicce e cu¬ 
scini, i cristalli del verone si richiudevano. 
Dentro, ardeva un fuoco vivissimo. Dopo aver 
accompagnata al suo canapè, presso il ca¬ 
minetto, lady Montagu, dopo averle raccolto, 
intorno, lutto quanto ella potesse desiderare, 
sui tavolinetti, sulle mensolette, Annie Ford 
aspettava gli ordini, se restare, se andare. 
Lady Diana li dava con un lieve segno della 
mano. Spesso, chiedeva di esser sola : ma 







- 320 - 


Anrlie Ford non si allontanava molto : dal¬ 
l’altra camera, ella tendeva l’orecchio, a un 
suono, a uno scricchiolio. Spesso, era un si¬ 
lenzio impressionante, che l’angosciava, poi¬ 
ché, quando era sola, Annie Ford, non cela¬ 
va più la sua pena intima: le sembrava,quasi, 
clic ludi/ Montagli non respirasse. Ma era così 
leggero e così corto, oramai, il suo respiro . 
Talvolta, Annie Ford udiva un rumore con¬ 
sueto : il girare di una chiave, aprente un cas¬ 
setto chiuso di una scrivania, che era accanto 
al caminetto, a portata di mano di Diana Mon¬ 
tagli : udiva il fruscio delle carte che la sua si¬ 
gnora aveva tolte dal cassetto : e sapeva, al¬ 
lora, che, per una lunga ora, Diana Montagli 
avrebbe riletto le lettere che cran conservate 
in quel cassetto e che per una lunga ora non 
l’avrebbe chiamata. Quando squillava, fioca¬ 
mente, il campanello e Annie Ford accorreva, 
il piccolo viso di Diana ora contratto in lina 
espressione tetra, talvolta disperata. Non vi 
erano tracce di lettere, attorno a lei : erano 
chiuse, nel cassetto, forse sino all indomani. 
E con voce bassa c cupa, Diana diceva ad 
Annie : 

Leggete.... leggetemi qualche cosa. 



— 330 — 


— Che cosa, che cosa, Vostra Grazia ? 

— Non so.... non so.... — mormorava, cu¬ 
pamente, la donna. 

E, infine, era un libro di meditazioni filoso¬ 
fiche, di meditazioni mistiche clic Diana indi¬ 
cava. Subito, se ne stancava c chiedeva che 
Annic le leggesse qualche passo della Imita¬ 
zione di Cristo. Preferiva i passi più amari, 
più lugubri, ove tutta la vanità, la caducità, 
la miseria delle affezioni umane è espressa 
in dure e taglienti parole. 

— Basta — ella diceva, a un tratto. 

E i suoi grandi occhi oscuri si aprivano, lar ¬ 
ghi, sul piccolo viso così scarno, dalla pelle 
lucente e pareva che ella volesse vedere più 
in profondo, vedere più oltre. Annic'Ford si 
desolava: faceva sparire i libri di mortale tri¬ 
stezza dello spirito, tentava di dire qualche 
cosa, lei, di grazioso, di gentile, per ritrarre 
Iddi/ Diana Montagli da quell’abisso di do¬ 
lore, a cui parca si affacciasse. Talvolta, vi 
riesciva. Ma in un giorno di dicembre, pres¬ 
so Natale, ella ebbe uno spavento immenso: 
poiché, dopo aver aspettato un paio di ore, 
che lady Diana la chiamasse, aveva osato 
penetrare e l’aveva trovata svenuta, sul suo 






divano, fra un fascio di lettore sparse, intorno 
a lei. Era rinvenuta a stento, da quella sin¬ 
cope : nel rinvenire, ella aveva scorto gli occhi 
della sua umile servente pieni di lacrime c 
un profluvio di lacrime aveva bagnato il pic¬ 
colo volto di Diana c, per la prima volta, lady 
Montagli aveva piegato la testa sul petto di co¬ 
lei che la serviva devotamente. Così, ij eli 
seguente, a una certa ora, lady Diana aveva 
chiamato Annie c le aveva detto, con uno 
sguardo strano, con una voce strana : 

— Volete, Annie, legger voi, per nic ? 

E le aveva porto un pacco di lettere : 

— Ad alta voce, lady ? Ad alta voce ? 

— Sì : io vi ascolto, Annie. 

Il pacco delle lettere era annodato con un 
nastro lilla : sovra la seta erano ricamate sot¬ 
tilmente, in argento, queste parole : Che farò, 
senza F.urìdice? E in (pici pomeriggio d’in¬ 
verno, Annie Ford prese la prima lettera, (Ci 
uno sconosciuto a una sconosciuta, e col suo 
accento un po’ gutturale, inglese, la lesse a 
kidy Montagli. Non dava inflessione, non dava 
espressione, la inglese alle frasi di amore : ma 
ogni parola parca che penetrasse nell’anima di 
Colei che l’ascoltava, distesa fra i suoi cuscini 



di seta e di batista, nelle vesti lilla del suo 
mezzo lutto. Udiva la lettura, lady Montagli : 
e si tramutava il suo viso, ogni tanto : e quasi 
i suoi occhi si spalancavano a guardare una 
visione lontana: c quasi le sue-labbra si schiu¬ 
devano per parlare, per cantare. .. Si arresta¬ 
va, un istante, la lettrice, turbata, commossa, 
sogguardando l’ascoltatrice : ma quella, impa¬ 
ziente, le facea cenno di continuare.... 

Ogni dì, adesso, come Tanno volgeva al suo 
termine, lady Diana chiedeva che Annie Ford 
le leggesse, dappresso, due o tre lettere, in 
ordine della loro data, più brevi, più lunghe. 
Con animo smarrito ma pieno di pietà, la don¬ 
na compiva il bizzarro ufficio, sentendo che 
non poteva negar visi e avendo, nel suo sem¬ 
plice animo, il sussulto per una rivelazione 
troppo più forte di quanto avesse udito e 
compreso, mai, nel mondo, deU’amore. Ma, 
anclie, ogni tanto, lady Diana Montagli non 
reggeva a quella lettura : il suo respiro si fa¬ 
ceva affannoso : pareva che la vita le stag¬ 
gisse, tastando, un poco, con le mani, sulle sue 
coltri di pelliccia. Si fermava, sconvolta, la 
lettrice ; lasciava cadere la lettera : cercava di 
soccorrere lady Diana in quelle crisi che, or- 




mai, si rinnovavano troppo sposso. Finché, 
un giorno, l’uKiina lettera fu Iella, a bassa vo¬ 
ce, Ioniamente, da Annic Ford, fu Iella con 
voce tremante, scnz’osar più di fermarsi, sen- 
z’osar di volgere gli occhi verso la sua povera 
signora che. era, lì, immola ma intenta, clic era 
muta e gelida, ma i cui occhi ardevano, secchi, 
senza una lacrima, nella loro disperazione.... 

Nel gennaio tempestoso, nel gennaio pio¬ 
voso, nell’umido c oscuro gennaio, in Bordi- 
ghera, lady Diana Montagli venne perdendo le 
poche sue forze. Non voleva restare nel suo 
letto, per un capriccio, per uno sgomento di 
inalata : e come se fosse una bimba, dopo aver¬ 
la vestita, di bianco, di lilla, Annic Ford, ne 
sollevava nelle sue robuste braccia il corpo 
diventato piccolo, fra le batiste e i merletti, lo 
deponeva delicatamente sulla sedia a sdraio, 
presso il fuoco, lo avvolgeva di pellicce, ili 
piumini, lasciando scovcrlo solo il breve viso, 
ove gli occhi erano diventati immensi, ove sul¬ 
le gengive esangui, le labbra esangui si sti¬ 
ravano, nel respiro penoso. Sempre veniva il 
dottor Evans c aveva l’aspetto sereno, entran¬ 
do, uscendo ; ma, ora, non ordinava più nulla, 





- 334 - 


nessuna medicina, più, solo delle lorli ali¬ 
mentazioni : e la sua inferma non voleva ci¬ 
barsi, di niente, di niente, poiché tutto la nau¬ 
seava. Crudele gennaio, senza sole, in Bordi¬ 
gli eira, come da anni non si era mai avuto, 
senza sole per tanti malati, clic cran venuti 
a cercarlo, che ne avean bisogno, per viverc 
ancora un poco, per tentar di combattere il 
proprio male, crudele gennaio, in cui i malati 
battevano i denti nelle camere riscaldale c co¬ 
loro che li assistevano cran pallidi c pensosi : 
crudele gennaio per lady Diana Montagli, sola 
nella sua stanza di albergo, lontana dal suo 
paese, lontana dalla sua famiglia, a cui, da 
tempo, non faceva scrivere che notizie \ aglio 
e brevi : crudele gennaio, per Diana Sforza, 
cui solo una familiare, di un altro paese, di 
un’altra razza, di un’altra religione, prodigava 
le cure più aircttuose, in una devozione oscura. 
E fu a costei che, in una sera di febbraio, 
Diana Sforza parlò, con un sodio di voce, len¬ 
tamente, ma esprimendosi nettamente : 

— Annie, Annie, volete voi contentarmi ? 

— Oh lady Montagli, o mia signora, si, sì 
— esclamò Annie Ford, curva sul povero pic¬ 
colo volto magro e lucido. 



— Dopo.... voi cercherete Paolo Ruffo, An- 
nie.... 

— Io lo cercherò. 

— Lo cercherete dapcrtutto, Annie : lo cer¬ 
cherete in lutto il inonklo, in capo al mondo, 
giuratemelo.... 

— Dapertutto, lo cercherò : lo giuro. 

— Quando lo avrete trovato, Annie, voi gli 
direte questo : « Diana Sforza vi ha sempre 
amalo : dal primo istante, vi ha sempre 
amato.... ». 

E la voce si levò, in queste parole, con un 
solenne ardore: c un singulto, infine, franse il 
petto di Annie Ford. 

— Oh mia signora, oh mia santa signora.... 
— proruppe, fra i singhiozzi, Annie Ford. 

— Io non ho voluto peccare, Annie.... — 
disse, semplicemente, Diana Sforza. — Io ave¬ 
vo promesso: io avevo giurato. Ilo spezzato 
il suo cuore : ma anche il mio, Annie, Annie, 
diteglielo, il mio cuore che era suo.... 

Un grave silenzio si fece nella camera. Dia¬ 
na Sforza stese la sua piccola mano, a toccare 
quella della sua devota c soggiunse con voce 
strana : 

— Paolo Rullo è forse morto, Annie.... 





— Speriamo di no, speriamo.... 

fi morto, forse, Aniiie.... l’anno scorso, 
quando ho perduto sir Randolpli.... ero li¬ 
bera.... ho fatto stampare un avviso, in tulli 
i giornali, chiamandolo.... egli solo poteva in¬ 
tenderne il senso.... 

Ebbene, ld.dy.... 

Egli non è mai venuto, Annie : egli non 
ha mai risposto.... 

Forse.... non ha letto, lady.... 

Forse è morto, Paolo Ruffo— — disse, 
tetramente. Diana Sforza. — K non saprà mai, 
mai nulla.... 

A capo chino, la servente taceva. E, a un 
tratto, come un grido lacerante, esci dal petto 
esausto ili Diana Sforza : 

Cercatelo: ovunque, cercatelo: diteglielo 
che ìlio amalo, dal primo istante: diteglielo 
clic non ho mai finito di amarlo I 

Il cuore di Diana Sforza finì ili battere, in 
un mattino tiepido e chiaro di febbraio : il 
brevissimo respiro si spense fra le sue labbra 
bianche: e dietro un sotlil velo di cui, negli 
estremi giorni suoi, ella covriva il suo viso, 
i suoi grandi occhi, oscuri e tristi occhi, si 







— JÌ37 - 


chiusero per sempre. Parve, in questi estremi 
suoi giorni, Diana Sforza, non rimpiangere 
nò la sua bellezza, nò la sua gioventù, nò lo 
lusinghe cnrezzose della primavera, del sole, 
del mare: parve distaccala già da tulli i dolci 
tranelli della terra, indifferente a ogni sogno 
e a ogni desiderio : a colei clic l’assisteva, ne¬ 
gli estremi giorni, ella non rispose, più, nep¬ 
pure co! sorriso: e uelt'uilimn giorno, neppure 
alla pressione della mano: e poiché, in Lei, 
una invincibile ragione di morte, si era so- 
slituiln a una possente ragione di vita, ella si 
spense, nulla salutando di quanto lasciava, 
sulla terra. Annic Ford, colei clic l’aveva fe¬ 
delmente servila, teneramente servila, ricon¬ 
dusse, in Perugia, la cassa dalle borchie d’ar¬ 
gento, ove, quanto restava di tanta grazia, di 
lauto fascino, tornava al sepolcro di famiglia, 
di casa Sforza. 15, dopo, con quanto la gene¬ 
rosità di Diana Sforza le aveva lascialo, An¬ 
nic Ford lenite il suo giuramento : per mesi, 
per anni, ella cercò Paolo ItulTo: lo cercò da- 
perlutto : ne chiese notizie, dapcrlutto : mai, 
mai, ella rinvenne rimino, in nessun paese: 
ninno, mai, le dette notizie ili lui : e, infine, 
ella si stancò di cercare. Così, la morta di 




— 338 — 


Bordighera fu delusa, anche nella sua ultima 
desolata volontà : giacché niuna voce umana 
pronunciò, innanzi a, Paolo Rullo, la rivela¬ 
zione dell’ amore, della virtù, del sacrificio 
mortale di Diana Sforza. 

Napoli, dicembre 1913. 


P ! N E. 






INDICE. 


Al lettore. 


Parte Prima. 

“Che farò, senza Euridice?,, . 


Parie Seconda. 


Love’s Pilgrim 


Parie Terza. 


La foglia di oro . 


. Pag. V 


1 


ili 


. 227 


.... Ics aulres jours no viondront pas. . . HI 4 







260625 




ROMANZI ITALIANI 

EDIZIONI TREVES 


I volumi segnatilcon * sono in corso di ristampa. 


Adolfo Albertazzi. 


Ora e sempre. . . . L. 1 — 
♦Novelle umoristiche . .1 — 
In faccia al destino . . 3 50 
Il zucchetto rosso. . . 3 50 
Riccardo Alt. 

0 uccidere, o morire. . 1 — 
Ciro Alvi. 

Gloria di re. . ... .1 — 
Guglielmo Anastasi. 

Eldorado. 1 _ 

La rivale.I — 

La vittoria - La sconfitta (in 
preparazione). 

Diego Angeli. 

L'orda d'oro.3 50 

t'entocelle.3 50 

Il Confessionale . . .3 — 
Il crepuscolo degli Dei (inpr.) 


Luigi Arohintl. 

Il lascito del Comunardo. 1 — 
Massimo d’Azeglio. 

♦Niccolò de’ Lapi. 2 voi. . 2 — 


♦Ettore Fieramosca. 2 voi 2 — 
A. G. Barrili. 

Capitan Dodèro. . . .1 — 
Santa Cecilia ... .1 — 
Il libro nero . . . . 2 — 

I Rossi e i Neri. 2 voi. 2 — 
Confess. di fra Gualberto. 1 — 

Val d’Olivi. 1 _ 

Semiramide. 1 _ 

Notte del commendatore. 1 — 

< 'astel Gavone. . . .1_ 

Come un sogno . . . l 
Cuor di ferro e Cuor d’oro. 

2 volumi.<j — 

Tizio Caio Sempronio . 1 — 
L’Olmo e l’Edera . . . 1 _ 
Diana degli Einbriaci . 3 — 

II merlo bianco . . , 1 — 
— Ediz. in-8 illust. . .6 — 


A. G. Barrili. 


La donna di picche . L 

1 — 

Conquista d’Alessandro 

4 — 

Il tesoro di Golconda 

1 — 

L’XI comandamento. 

1 — 

Il ritratto del diavolo 

1 — 

Il Biancospino. . 

1 — 

L’anello di Salomone 

1 — 

O tutto o nulla . . 

1 — 

Amori alla macchia . 

3 50 

Monsù Touiè . . . 

1 — 

Fior di Mughetto. . 

1 — 

Balla rupe . . . 

1 — 

Il Conte Rosso. . . 

1 — 

Lettoredella Principessa 

4 — 

— Ediz. in-8 illust. . 

5 — 

Casa Polidori . . . 

1 — 

La Montanara. 2 voi. 

2_ 

— Nuova edizione popolare 

in-8 illustrata . . . 

2 — 

Uomini e bestie . . 

1 — 

Arrigo il Savio . . . 

1 — 

La spada di fuoco. 

1 — 

Un giudizio di Dio . 

1 — 

Il Dantino. 

1 — 

La signora Àutari . . 

1 — 

La sirena. 

1 — 

Scudi e corone. . . . 

4 — 

Amori antichi . . . . 

4 — 

Rosa di Gerico. . . . 

1 — 

La bella Oraziana . . 

1 — 

— Ediz. in-8 illust.. . 

2 — 

Le due Beatrici . . 

1 — 

Terra vergine . . 

1 — 

I figli del cielo . . . 

1 — 

La castellana .... 

1 — 

Il prato maledetto . . 

1 — 

Galatea. 

1 — 

Fior d’oro .... 

1 — 

Il diamante nero . . . 

1 - 

Raggio di Dio . . 

1 — 

Il ponte del Paradiso . 

3 50 

Tra cielo e terra . . . 

3 60 • 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, 


Milano. 

















Milano — Fratelli TREVBS, Editori — Milano 


A. G. Barrili. 

Re di cuori. . . . L. 3 50 
La figlia del re . . .3 50 

I suoi tre capolavori: Capitan 

Dodèro. - Santa Cecilia. - Il 
libro nero.1 — 

Carlo Emanuele Basile. 

La Vittoria senz’ali . . 3 50 
Ambrogio BazzerO. 
Storia di un’anima . .4 — 
Giulio Bechi. 

Iraccontid’unfantaccino. 4 — 
Lo spettro rosso . . . 3 50 

II capitano Tremalaterra. 3 60 

I Seminatori . . • -4 

Caccia grossa .... 2 

Antonio Beltramelli. 
Anna Perenna. . . • 3 50 


8 60 
3 50 
3 50 
1 — 


I primogeniti 

II cantico . . 

L’alterna vicenda 
Gli nomini rossi 
Le Novelle della Guerra. 3 50 

Silvio Benco 
La fiamma fredda. 

Il castello dei desideri . 

Leo Benvenuti. 
Racconti romantici . 
Serenada, racc. sardo. 

Vittorio Beraezio 
Aristocrazia. 2 voi. . 

Povera Giovanna 1 

P. Bettoli. 

Il processo Duranti . 
Giacomo Locaiupo. . . 

♦Carmelita.. - 

La nipotedi don Gregorio. 1 — 
Alberto Boccardl 

Cecilia Ferriata . . 

Il peccato di Loreta. 
L’irredenta .... 
♦Ebbrezza mortale. . 

Camillo Boìto. 
Storielle vane . . • 

Senso . 


1 — 
1 — 

1 — 
1 — 

2 _ 

1 — 

1 — 
1 — 
1 — 


3 50 
1 — 
1 — 

1 — 

1 — 
1- 


Virgilio Brocchi. 

Le aquile.L. 3 50 

La Gironda.3 60 

L’Isola sonante. . . .3 50 

I sentieri della vita . . 3 50 

II labirinto.3 50 

E. A. Butti. 

L’Incantesimo . . . .4 — 

L’Automa.1 — 

Antonio Caoclaniga. 
Bacio della cont. Savina. 1 — 
— Ediz. in-8 illust. . . 2 — 
Villa Ortensia . . . .1 — 
Il Roccolo dì Sant’Alipio. 1 — 
Sotto i ligustri . . . 1 — 

Il Convento.1 — 

11 dolce far niente . . 1 — 

La famiglia Bonifazio . 1 — 
Brava gente ! .... 1 — 
Luigi Capranica. 
♦Donna Olimpia Pamtìli . 1 — 
Papa Sisto. 4 voi.. . .4 — 

Racconti.2 — 

Contessa di Melzo. 2 voi. 2 — 
Re Manfredi. 8 voi. . . 3 — 

Le donne di Nerone . . 3 50 
Giovanni Bande Nere 2 v. 2 — 
♦Fra Paolo Sarpi. 2 voi.. 2 — 
Maria Dolores . . . .1 — 
Maschere sante. . . . 1 — 
♦La congiura di Brescia. 2 — 
Luigi Capuana. 

Homo.1 

March, di Roccaverdina. 4 — 
Rassegnazione. . . .3 60 

Passa l'amore . . . . 3 60 

La voluttà di creare. . 3 60 
Enrico Castelnuovo. 
Nella lotta, In-8, illustr. 4 — 
Lauretta . . . . . . 3 50 

Due convinzioni . . .4 — 
P.P.C. Ultime novelle . 3 50 

I M oncal ..3 50 

L’on. Paolo Leonforte . 2 — 
Dal 1." piano alla soffitta. 2 — 
♦Alla finestra. • • s 50 

♦Filippo Bussini juniore. 1 — 
♦Sorrisi e lagrime . . . 3 50 
♦Natalia.1 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 















Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


Moisè Cecoonl. 

Il primo bacio . . . L. 1 — 
Giovanni Chigglato. 

Il figlio Vostro . . .4 — 
Primo premio al Concorso indotto 
dalla Società degli Autori di Roma. 

Domenico (Manipoli. 

Diana.4 — 

Il barone di San Giorgio. 1 — 
R. P. Civininl. 

Gente di palude . . . 3 50 
Luigia Codèmo. 

La rivoluzione in casa. 2 — 
Cordelia. 

*11 regno della donna . 2 — 
Dopo le nozze . . . .8 — 
*Prime battaglie . . .2 — 

Vita intima. 1 — 

Racconti di Natale, ili, 3 — 

Casa altrui. 1 — 

*Alla ventura . , . .4 — 

Catene.1 — 

Per la gloria . . . . 3 50 
Forza irresistibile . .3 50 
Il mio delitto . . . .1 — 
Per vendetta . . . .1 — 
Verso il mistero . . . 3 50 

L’incomprensibile . . .1 — 
Enrico Corradini. 

La patria lontana. . . 3 50 
La guerra lontana . . 3 50 
Filippo Crispolti. 

Un duello.1 — 

Carlo Dadone. 

La forbice ili legno . .1 — 
Danieli e Manfro. 

Nel dubbio.3 50 

Gabriele D’Annunzio. 


Il Piacere.5 — 

L'innocente.4 — 

Il trionfo della Morte . 5 — 

Il Fuoco. 6 — 


Le Vergini delle Rocce. 5 — 
Le novelle della Pescara. 4 — 
Forse che sì forse che no. 5 — 
Ippolito Tito D’Aste. 


Ermanzia.. 1 — 

Mercede. 1 — 


Edmondo De Amlois. 

La vita militare . . L. 4 — 

— Edizione economica. 1 — 
Alle porte d’Italia . .3 50 
Il romanzo di un maestro. 

2 volumi. 2 — 

Fra scuola e casa. . .4 — 
La carrozza di tutti. . 4 — 

Memorie.3 50 

Capo d’anno.3 50 

Nel Regno del Cervino. 3 50 
Pagine allegre. . . .4 — 
Nel Regno dell’Amore . 5 — 
Nuovi racconti e bozzetti. 4 — 
Cinematografo cerebrale. 3 50 
Gli amici. 2 voi. . . .2 — 
Ricordi infanzia e scuola. 4 — 
Pagine sparse . . . .2 — 
Ricordi del 1870-71 . . 1 — 
Novelle. Ediz. di lusso . 4 — 

— Edizione economica . I — 

Grazia Deledda. 

I giuochi della vita . . 3 50 

Sino al confine. . . .4 _ 

II nostro padrone. . .4 _ 

Cenere fnnova edizione) . 3 50 

Anime oneste . . . .3 _ 

Il vecchio della montagna 4_ 

Nel deserti. 4 _ 

Colombi e sparvieri . .4 _ 

Chiaroscuro. 4 _ 

Canne al vento. . . .4 _ 

Le colpe altrui. . . .4 _ 

Nostalgie. 3 50 

Gian Della Quercia. 

Il Risveglio. 1 _ 

Sul meriggio . . . ,4 _ 

Emilio De Marchi. 

Il cappello del prete. . 2 — 
‘Giacomo l’idealista . .3 50 
‘Storie d’ogni colore . 3 50 
Nuove storie d’ogni colore 3 — 
Arabella. 2 voi. . . .2 — 
Col fuoco non si scherza. 2 — 

Redivivo. 1 — 

Demetrio Pianelli. 2 voi. 2 — 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 



















Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


Federico De Roberto. 

L’illusione . . . . L. 1 — 

Una pagina della storia del- 

l'amore.1 — 

La sorte.1 — 

La messa di nozze . . 3 50 
L’albero della scienza . 3 — 
Le donne, i cavalier’... In-8, 
con 100 incisioni . " . 7 50 
Salvatore Di Giacomo. 
Novelle napolitane . . 3 50 
F. Di Giorgi. 

La prima donna . . .1 — 
Cesare Donati. 

Flora Marzia . . • .2 — 
Paola Drigo. 

La lorluna.4 — 

Paulo Fambri. 

Pazzi mezzi e serio fine. 2— 
Onorato Fava. 

La discesa di Annibaie. 1 — 

Per le vie.2 60 

Ugo Fiere*. 

L'anello.1 — 

Folohetto (J. Caponi). 

Novelle gaje.3 50 

Ferdinando Fontana. 

Tra gli Arabi . . . . 3 50 
T. Gallarati-Scotti. 


Storie dell’amore sacro e del¬ 
l'amore profano. . .4 — 
Piero Giacoaa. 

Specchi dell’enigma . .3 60 

Il gran cimento . . .3 — 

Anteo.3 50 

Arturo Graf. 

Il riscatto. 1 — 

0. Grandi. 

Macchiette e novelle. . 1 — 

Destino. 1 — 

Silvano.1 — 

La nube.1 — 

Per punto d’onore. . .3 — 
— Edizione economica . 1 — 
Luigi Gualdo. 

Decadenza.1 — 

Matrimonio eccentrico . 1 — 


F. D. Guerrazzi. 

♦Battaglia di Benevento. Vero¬ 
nica Cybo. 2 voi. . L, 2 — 

♦L’assedio di Firenze. 2 v. 2 — 
Amalia Guglielminetti. 

I Volti dell’Amore . .4 — 
Rosalia Gwia-Adami. 

La Vergine ardente . .4 — 

Haydée (Ida Pinzi). 
Faustina Boti, romanzo tea¬ 
trale fantastico . . . 3 50 
Jarro. 

L’assassinio nel vicolo della 
Luna ...... 1 — 

II processo Rartelloni . 1 — 

Apparenze. 2 voi.. . .2 — 

La vita capricciosa . .1 — 
La duchessa di Naia . 1 — 
La principessa. . . .1 — 
Mime e ballerine ... 1 — 

♦La figlia dell’aria. . . 1 — 
Paolo Ilio;. 

Chi dura vince . . .3 — 
Giuseppe Lipparini. 

Il filo d’Arianna . . .3 50 
Paola Lombroso. 

La vita è buona . . . 3 50 
Cesarina Lupati. 

La Leggenda della spada. 3 50 
Manetty. 

Il tradimento del Capitano. 

2 volumi. 2 — 

Giuseppe Mantica. 
Figurinaio. In- 8 , illus. . 4 — 
G. Marcotti. 

Il conte Lucio. . . .1 — 
La Giacobina. 2 volumi. 5 — 
Ferdinando Martini. 

Racconti.1 — 

Luigi Materi. 

Adolescenti.1 — 

Dora JUelegari. 
Caterina Spadaro . . . 3 60 

La piccola m.' la Cristina. 3 50 
La città del giglio . .5 — 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 



















Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


Mercedes. 

Marcello d'Agitano . L. 1 — 
Guido Milanesi. 


Thàlatta.3 50 

Nomadi.3 50 


Anthy, romanzo di Rodi. 3 50 
Luigi Motta. 

Il dominatore della Malesia. 
In-8, illustrato . . .5 — 

— Edizione economica . 3 — 
L’ondaturbinosn.In-8,ili. 4 — 

— Edizione economica . 2 — 
L'occidente d’oro. In-8, ili. 5 — 

— Edizione economica . 3 — 
La principessa delle rose. In-8, 

illustrat i . . . . . 3 50 

— Edizione economica . 2 — 
Il tunnel sottomarino. In-8, 

illustrato.ó — 

Fiamme sul Bosforo. 111. 4 — 

— Edizione economica . 2 — 
Vascello Aereo. In-8, ili. 4 — 

Neera. 

Crevalcore.4 — 

L’Indemani. In-8, illus.. 2 — 
Una passione . . . .1 — 
La vecchia casa . . . 3— 
Duello d’anime. . . .4 — 
La sottana del diavolo . 4 — 
Rogo d’Amore . . . . 3 50 
Ippolito Nievo. 

Le confessioni di un ottuage¬ 
nario. 3 voi.3 — 

Angelo di bontà ... 1 — 
A. 8. No varo. 
L’Angelo risvegliato. . 3 — 
Ugo OJettl. 

Donne,uominiebnrattini 3 50 
L’Amore e sno tìglio. . 3 50 
Mimi e la Gloria . . . 3 50 
Antonio Palmieri. 
Novelle Maremmane . . 3 60 
I racconti della Lupa . 3 50 
I misteri di Diana (inprep.). 

Enrico Panzaoohi. 

I miei racconti . . .3 — 


Alfredo Panzinl. 
Piccole storie del Mondo 

grande.L. 1 — 

La lanterna di Diogene. 3 50 
Le fiabe della virtù . . 3 50 

Santippe.3 50 

Conte G. L. Passerini. 

Il romanzo di Tristano e 

Isotta.4 — 

Emina Perodi. 

Caino e Abele . . . .1 — 
Suor Ludovica . . . .1 — 
Luigi Pirandello. 

Erma bifronte . . . . 3 50 

L’esclusa.1 — 

La vita nuda . . . . 3 50 
Il fu Mattia Pascal. 2 v. 2 — 
Terzetti.3 50 

I vecchi e i giovani. 2 v. 5 — 
La trappola fin preparazione). 

Carlo Plaooi. 

Mondo mondano . . .1 — 
In automobile . . . .1 — 
Marco Praga. 

La Biondina.1 — 

Mario Pratesi. 

Le perfidie del caso . .1 — 

Carola Prosperi. 

La Nemica dei Sogni . 4 — 
Corrado Ricci. 
♦Illustre avventuriera .3 50 
Rinàscita.1 — 

Egisto Roggero. 

Le ombre del passato . 1 — 
Komokokis. In-8, illus. . 3 — 
Gerolamo Rovetta. 
Sott'acqua.3 50 

II primo amante . . . 3 50 

♦Novelle.I — 

♦Il processo Montegù . .1 — 

Ferdinando Russo. 
Memorie di un ladro . 1 — 
Il destino del Re. . . 1 — 
Roberto Sacchetti. 
Candaule.3 — 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 















Milano — Fratblli TREVES, Editori — Milano 


Baron. di S. Viaria. (Fides). 
Vittoriosa! . . . . L. 3 50 
Vie opposte.3 60 

Sara. 

J peccati dogli avi . .1 50 
G. A. Sartorio. 

Roime Carrus Navalis . 1 — 
Augusto SchìppiBi. 

La colpa soave. . . . 4 — 
Isabella Scopoli-Biasi. 
L’erede dei Villamari . 1 — 
Matilde Serao. 
SuorGiovanna della Croce 4 — 
La Ballerina . . . . 3 50 
Serra-Greci. 

Adelgisa.1 — 

La fidanzata di Palermo. 1 — 

Sfinge. 

Dopo la vittoria . . . 1 — 
Valentino Soldani. 

Viva l’Angfiolo! . . . 1 — 
Flavia Steno. 

L’ultimo sogno. ... 1 — 
Il pallone fantasma . .1 — 
Così, la vita ! .... 1 — 
Fra cielo e mare . . .1 — 
La veste d’amianto . .1 — 
La nuova Èva . . . .1 — 
11 gioiello sinistro. . .1 — 
Una femminista (in prepar.). 
Térésah (Teresa Ubertis). 

! 1 corpo e l’ombra . .4 — 
Il salotto verde . . . 3 50 
I. Trebla. 

Volontario d'un anno. - Sotto- 
tenento di completo . 3 — 
L. A. Vassallo. 

La signora Cagliostro . 2 — 
Guerra in tempo di bagni. 2 — 
La famiglia De-Tappetti. 2 — 
Uomini che ho conosciuto 3 50 
Dodici monologhi. . .2 — 
Ciarle e macchiette . . 3 50 
Il pupazzetto tedesco . 2 — 
Il pupazzetto spagnolo . 2 — 
Il pupazzetto francese . 2 — 


Giorgio Velieri. 

Elegie mondane . . L. 3 50 


Giovanni Verga. 


Storia di una capinera 

3 — 

— Edizione economica 

1 — 

Èva. 

*>_ 

Cavalleria rusticana. 

3 — 

— Ediz. in-8 illust. . 

9 — 

Novelle. 

2 50 

Per le vie ... . 

1 — 

11 marito di Eletta . 

1 — 

Eros. 

1 — 

Tigre reale .... 

1 - 

Mastro-don Gesualdo 

3 <V* 

Ricordi del capit. d’Arce 

i - 

I Malavoglia . . . 

3 50 

Don Candeloro e C. . 

1 — 

Vagabondaggio. . . 

3 — 

Dal tuo al mio . . 

3 50 

G. Vlscontl-Venosta. 

11 curato d’Orobio . 

4 - 

Nuovi racconti. . . . 

3 50 

Mario Vugliano. 

Gli allegri compari di Borgo- 

drolo. Con disegni. 

1 — 

Remigio Zena. 

La bocca del lupo . 

1 — 

L’apostolo . 

3 50 

Luciano Zùcooìi. 

La Compagnia della 

Leg- 

gera. 

3 5‘t 

L’amore di Loredana 

3 50 

Farfni. 

4 — 

Ufficiali, sott’ufficiali, 
rali e soldati. 

capo- 

i — 

11 Designato. . . . 

i — 

Donne e Fanciulle . 

3 50 

I lussuriosi .... 

1 — 

Romanzi brevi. . . 

4 — 

Primavera .... 

3 50 

La freccia nel fianco. 

3 50 

L’Occhio del Fanciullo 

3 50 

La volpe di Sparta (in prep.). 

La morte d’Orfoo < /nuove ediz. 

Roberta ' iti prepar.). 


Dirigete commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 




















ROMANZI STRANIERI 

EDIZIONI TREVES. 

I volutili segnali con * sono in corso di ristampa. 


FRANCESI. 


Amedeo Achard. 
Giorgio Bonaspada. 2 v. L. 2 — 
Matthey Arnould. 

*Lo Stagno delle suore grigie. 

2 volumi. 2 — 

Giovanni senza nome. 2 v. 2 — 
Gli amanti di Parigi. 2 v. 2 — 
La rivincita di Clodoveo. 1 — 
♦La Brasiliana . . . .1 — 
La bella Nantese . . .1 — 
La figlia del giudice distra¬ 
zione. 2 volumi. . .2 — 
Zoè. 2 volumi . . . .2 — 
Un punto nero.... 1 — 

Un genero.1 — 

La bella Giulia. . . .1 — 
La vergine vedova . .1 — 
Dieci milioni di eredità. 1 — 
La figlia del pazzo . .1 — 
Castello dellaCroix-Pa ter. 1 — 

Zaira.1 — 

L'impiccato della llaumette. 
2 volumi ..... 2 — 
Arnould e Fournier. 

Il Figlio dello Czar . .1 — 
L’erede del trono . . .1 — 
Balzac. 

Memorie di due giovani 

spose. 1 — 

Piccole miserie della vita co¬ 
niugale. 1 — 

Papà Goriot.I — 

Eugenia Grandet . . .1 — 
Cesare Birottò . . . .1 — 
I celibi: 

I. Pierina . . . .1 — 

II. Casa di scapolo. . 1 — 


Balzac. 

I parenti poveri: 

I. La cugina Betta. L. 1 — 
IL II cugino Pons . 1 — 
Illusioni perdute: 

I. Idua poeti; Un grau- 
d’uomo di provincia a 

Parigi.1 — 

II. Un grand’uomo di pro¬ 
vincia a Parigi; Èva e 

David.1 — 

Splendori e miserie delle cor¬ 


tigiane .1 — 

Giovanna la pallida . . 1 — 
L’ultima incarnazione diVau- 

trin.1 — 

11 deputato d’Arcis . .1 — 

L’Israelita.1 — 

Orsola Mirouet. . . .1 — 
11 figlio maledetto. - t : am bar a. 
- Massimilla Doni . .1 — 
Adolfo Belot. 

Due donne.1 — 

Alessandro Bérard. 
Cypris; Marcella . . .1 — 
Elia Berthet. 

La tabaccaia.1 — 


Il delitto di Pierrefitte . 1 — 
Fortunato Boisgobey. 

La vecchiaia del signor Lecoq 

2 volumi. 2 — 

L'avvelenatore . . . .1 — 

La canaglia di Parigi . 1 — 
L’orologio di Rosina . .1 — 
La casa maledetta . .1 — 
Il delitto al teatro dell’Opéra. 
2 volumi. 2 — 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 

















Hilaxo — Fbatklli TREVES, Editobi — Milano 


Fortunato Boisgobey. 

Maria.L. 1 — 

Albergo della nobile Uosa 1 — 
Cuor leggero. 2 volumi . 2 — 
Il segreto della cameriera 1 — 
La decapitata . . . .1 — 
Paolo Bourget. 

Un delitto d’amore . 

Andrea Cornelis . . 

— Ediz. in -8 illust. . 

Enimma crudele . . 

— Ediz. in -8 illust.. 

Menzogne. 

L’irreparabile . . . 

Il discepolo .... 

Il fantasma .... 

Alessio Bouvier. 
Madamigella Olimpia. . 1 — 
Il signor Trumeau . .1 — 
Discordia coniugale . .1 — 
Busnach e Chabrillat, 


La figlia di Lecoq. . . 

1 — 

Alfredo Capus. 

Robinson. 

3 — 

Enrico Chavette. 

Quondam Bricheti. . . 

1 — 

‘La stanza del delitto. . 

1 — 

In cerca d’un perchè. . 

1 — 

Un notaio in fuga . . 

1 — 

Vittorio Cherbuliez 


Miss Rovel. 

1 — 

L’avventura di L. Bolski. 

1 — 

Samuele Brohl e comp.. 

1 — 

L’idea di G. Testaroli. . 

1 — 

♦Fattoria della cornacchia. 

1 — 

Giulio Claretie. 

Il milione. 

1 — 

S. E. i! Ministro . . . 

1 — 

♦Laura la saltatrice . . 

1 — 

♦La casa vuota . . . . 

1 — 

‘L'amante. 

1 — 

Roberto Burat . . . . 

1 — 

La commediante. 2 voi.. 

2 _ 

I Moscardini. 2 voi. . . 

o_ 

La fuggitiva . . . . 

i — 


Giulio Claretie. 

Michele Berthier . . L. 

1 — 

Troppo bello! (Puyjoli). 

1 — 

Il 9 termidoro . . . . 

1 — 

Maddalena Bertin. . . 

1 — 

Noris. 

1 — 

Il bel Solignac. 2 voi. . 

o_ 

Beniamino Constant. 

Adolfo. 

i — 

Alfonso Daudet. 

♦Ditta Fromont e Risler. 

i — 

*1 re in esilio . . . . 

i — 

— Ediz. in -8 illustr. 

2 — 

‘Nurna Roumestan. . . 

1 — 

Novelle del lunedi . . 

1 — 

♦L’Evangelista . . . . 

1 — 

— Ediz. in -8 illustr. 

2 _ 

Pietro De Coulevain. 

Su la frasca. 

i — 

Delpit. 

Il figlio di Coralia . . 

i — 

Teresina. 

i — 

11 padro di Marziale. . 

i— 

Appassionatamente . . 

i — 

G. De Lys. 

Duplice mistero . . . 

i — 

F. De Nion. 

Giovanna e Giovanni. . 

i — 

L. De Bobert. 

Il romanzo del malato . 

, 3 — 


Melchiorre De Vogué. 
Giovanni d’Agrève . .1 — 
Gustavo Droz. 

Attorno una sorgente . 1 — 
‘Marito, moglie e bebé . 1 — 

Alessandro Dumas (figlio). 
Teresa; L’uorao-donna . 1 — 
Erckmann e Chatrian. 
L’amico Fritz . . . .1 — 

I Rautzan. 1 — 

La casa del guardaboschi. 1 — 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 















Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


Ottavio Feuillet. 

*11 signor di Camors . L. 1 — 
*La vedova. Il viaggiatore. 1 — 
Storia di Sibilla . . .1 — 
*Un matrimonio nell’alta so¬ 
cietà .1 — 

Giulia di Trecoeur . .1 — 

Paolo Févai. 

La regina delle spade. . 1 — 


Gustavo Flaubert. 
Madame Bovary . . .1 — 

Anatole Franco. 

Ta'ide.1 — 

Il delitto di Silvestro Bon¬ 
nard. 1 — 

Emilio Gaboriau. 

Il signor Locoq. 3 voi. . 3 — 
La cartella 113. . . .1 — 
Il processo Lerouge . . 1 — 
La vita infernale. 2 voi. 2 — 
Il misfatto d’Orcival. . 1 — 
Gli amori d’una avvelena- 
trice. 1 — 

Edmondo de Goncourt. 
Maria Antonietta . . . 1 — 

La Faustin.1 — 

Carina.1 — 

Suor Filomena. . . .1 — 

Emanuele Gonzales. 

La strega d’amore. 2 v. 2 — 
La principessa russa. .1 — 
Le due favorite. 2 voi. 2 — 
Il vendicatore del marito. 1 — 

E. Gréville 


Mania.1 — 

Clairefontaine .... 1 — 
Maritiamo la figlia . .1 — 
Amore che uccide. . .1 — 
Il voto di Nadia . . .1 — 

Nikanor.1 — 

Perduta.1 — 

Un violinista russo . .1 — 


E. Gréville. 

Dosia.L. 1 — 

11 romanzo d’un padre . 1 — 
La via dolorosa di Raissa. 1 — 
La principessa Ogherof. 1 — 

Halévy. 

L’abate Constantin . .1 — 
Grilline (Criquette) . .1 — 

Paolo Hervieu. 

Lo sconosciuto . . . .1 — 
L’Alpe omicida. . . .1 — 

Arsenio Houssaye. 

Diane e Veneri. . . .1 — 
Vittor Hugo. 

Nostra Donna di Parigi o E- 
smeralda. Con 72 incis. 3 50 
Han d’Islanda. Illustrato 2 50 
Bug-Jargal. Con 36 ine. 2 50 

Pierre Loti. 

Mio fratello Ivo . . .1 — 
Renato Maizeroy. 
Piccola regina . . . .1 — 
L’adorata.1 — 

Camilla Mallarmé. 

Come fa l’onda.3 — 

Ettore Malot. 

11 dottor Claudio. 2 v. .2 — 
Un buon affare. . . .1 — 
Il luogotenente Bonuet. 1 — 
♦Milioni e vergogne . . 1 — 
Paolina.1 — 

Paolo Margueritte. 

La tormenta.1 — 

Amor ne! tramonto . .1 — 

P. e V. Margueritte. 

Il Prisma.1 — 

Giulio Mary. 

Lo notti di fuoco... 1 — 
La famiglia Danglard . 1 — 
L’amante del banchiere. 1 — 


Dirigere commissioni o vaglia ai Fratelli Treves, editori. Milano, 

















Milano — Fkatklli TREVES, Eoixoiti — Milano 


ir. Maryan. I 

Guénola. In- 8 , illust. L. 1 — 
Guy do Maupassant. 

Forte come la morte. . 1 — 

Bei-Ami.1 — 

Una vita.1 — 

Il nostro cuore. . . .1 — 
Raccon ti e novelle . .1 — 
Casa Tellier.1 — 

Prospero Mérimée. 

La contessa di Turgis . 1 — 
Carlo Mérouvel. 

Priva di nome. 2 voi. . 2 — 
Febbre d’oro. 2 voi. . . 2 — 
L’inferno di Parigi. 2 v. 2 — 
L’amante del Ministro . 1 — 
La signora Marchesa. . 1 — 
Figlioccia della duchessa. 1 — 


La vedova dai cento milioni. 


2 volumi. 2 — 

Teresa Valignat . . .1 — 
Un segreto terribile . .1 — 

Pari e patta.1 — 

Fior di Corsica. ... 1 — 

G. Méry. 

Un delitto ignorato . .1 — 
Marco Mounier. 
Novelle napoletane . .1 — 
Saverio Montépin. 

*La veggente.1 — 

*11 condannato . . . .1 — 
•L'agenzia Rodille. . .1 — 

♦L’ereditiera. 1 — 

Il ventriloquo. 3 voi. . 3 — 
*1 delitti del giuoco . .1 — 
*1 delitti dell’ebbrezza . 1 — 

Espiazione.1 — 

*La bastarda. 2 voi. . .2 — 
*La cosina dei lillà . .1 — 

La morta viva. 2 voi. . 2 — 
♦L'impiccato. 3 voi. . .3 — 
*11 marchese d’Espinchal. 1 — 
♦Un fiore all’incanto . .1 — 
Compare Leroux . . .1 — 


L’ultimo dei Courteuay. 1 — 


Saverio Montépin. 

♦Una passione . . . L. 1 — 

I fanti di cuori. ... 1 — 
Due amiche di St.-Denis 1 — 
L’avventuriero . . . .1 — 

II segreto del Titano. . 1 — 
L’amante del marito . .1 — 
L’avvelenatore . . . .1 — 
S. M. il Denaro. 2 voi.. 2 — 
Ammaliatrice bionda. 2 v. 2 — 

♦Donna Rovina . . . .1 — 
♦Segreto della contessa. 2 v. 2 — 

Giorgio Olinet. 

Il padrone delle ferriere. 1 — 

— Edizione illustrata . 3 — 
La contessa Sara . . .1 — 

— Edizione illustrata . 3 — 
Sergio Panine . . . .1 — 
Lisa Fleuron .... I — 

— Edizione illustrata . 3 — 

Dobito d’odio . . . .1 — 
Il diritto dei figli. . .1 — 
Vecchi rancori . . . .1 — 
La sig.“ vestita di grigio. 1 — 
L’indomani degli amori. 1 — 
Il curato di Favières. . 1 — 
I Gaudenti.1 — 

Vittorio Perceval. 
* 10,000 franchi di mancia. 1 —■ 
Le vivacità di Carmen . 1 — 
U nemico della signora. 1 — 

Renato de Pont-Jest. 


L’eredità di Satana . . 

1 — 

Le colpe di un angelo . 

1 — 

Un nobile sacrificio . . 

1 — 

Giorgio Pradel. 


Compagno di catena. 2 v. 

o_ 

Abate Prévost. 


Man on Lescaut. . . . 

1 — 

Marcello Prévost. 


Lettere di donne . . . 

1 — 

Nuove lettere di donne. 

1 — 

Ultime lettere di donne. 

1 — 

Coppia felice . . . . 

1 — 

Il giardino segreto . . 

1 — 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 















Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


Marcello Prévost. 

Lettere a Francesca . L. 2 — 
Lett. a Francesca marit. 3 — 
Lettere a Frane, mamma 3 — 
L’autunno d'una donna. 1 — 
Pietro e Teresa . . . 2 — 
Le Vergini forti: 

I. Federica . . . .3 — 

II. Lea.3 — 

La principessad Erminge 3 — 

Donne.3 — 

A passo marcato . . .3 — 
Gli Angeli custodi . .3 — 

L. Reybaud. 

Il bandito del Varo . .1 — 

Emilio Richebourg. 

L’idiota. 2 voi. . . .2 — 
Innamorate di Parigi. 2 v. 2 — 

Carlo Riohet. 

Fra cent’anni . . . .1 — 

Edoardo Rod. 

*11 senso della vita . .1 — 
La vita privata di Michele 

Teissier.I — 

La seconda vita di Michele 

Teissier.1 — 

Lo zio d'America . . .1 — 
Taziana Leilof.... 1 — 
L’acqua che corre. . .1 — 

Arnaldo Ruge. 

Bianca della Rocca . .1 — 

Remy Saint-Maurlce. 

Gli ultimi giorni di Saint- 
Pierre.1 — 

Giorgio Sand. 

Mauprat.1 — 

Giulio Sandeau. 
Madam.” della Seiglière. 1 — 
— Edizione illustrata . 4 — 

Texier e Le Senne. 

Memoriedi Cenerentola. .1 — 


Andrea Theuriet. 

Elena.L. 1 — 

Un’Ondina; I dolori di Claudio 

Blonet.1 — 

Amor d’autunno . . . 1 — 
Sacrifizio d’amore . . .1 — 

t 

Marcelle Tinayre. 

Hellé.1 — 

Giulio Verne. 

11 giro del mondo in ottanta 

giorni. 1 — 

*— Ediz. in -8 illus. . . 2 50 
*Dalla terra alla luna . 1 — 
*20 000 leghe sotto i mari 1 — 
♦Novelle fantastiche . 1 — 

— Ediz. in -8 illusi.. .3 — 

*1 figli del capitano Orante 1 na 
città galleggiante. 2 v. 2 — 
♦Avvent. del cap. Ilatteras 1 — 
Il faro in capo al mondo. In- 8 , 

illustrato.3 50 

11 dottor Oss; I violatori di 
blocco, ln- 8 , illus.. .1 — 

Vincent. 

Il cugino Lorenzo. . .1 — 
Giovanni Wachenhttsen. 
Per vii denaro . . . .1 — 
L’inesorabile.1 — 

Pietro Zaccone. 

Bianchina.1 — 

Emilio Zola. 

L’assommoir 2 volumi. 2 — 
— Edizione illustrata . 8 — 
Il ventre di Parigi . .1 — 
— Edizione illustrata . 2 50 
La fortuna dei Rougon. 1 — 
La cuccagna ( La Curéo). 1 — 
La conquista di Plassans. 1 — 
Il fallo dell’abate Mouret. 1 — 


S. E. Eugenio Rougon . 1 — 
Una pagina d’amore . .1 — 
Teresa Raquin .... 1 — 
Racconti a Ninetta . .1 — 


Nuovi racconti a Ninetta. 1 — 
Nantas ed altri racconti. 1 -r 


Dirigero commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano 


















Milano — Fiut ELi,i TREVES, Editori — Milano 


Emilio Zola. 

Pot-Bouille (Quei che bolle in 
pentola) 2 volumi . L. 2 — 
♦Misteri di Marsiglia. 2 v. 2 — 
Il voto di uua morta . 1 — 
I! Denaro. 2 volumi. . 2 — 
La Guerra. 2 volumi. . 2 — 
La Terra 2 volumi . .2 — 


Emilio Zola. 

Germinai. 2 volumi . L. 2 — 
Vita d’artista (L’tEuvre) 1 — 

— Edizione illustrata . 4 — 

Il dottor Pascal. 2 voi. 2 — 
Il sogno.1 — 

— Edizione illustrata . 4 50 
Maddalena Ferat . . .1 — 


INGLESI e AMERICANI. 


Edoardo Bellamy. 


Nell’anno 2000 . . . . 

1 — 

Guy Boothby. 


Il dottor Nikola . . . 

1 — 

Miss Bvaddon. 


Per la fama.... 

1 — 

Verrà il giorno . . 

1 — 

La zampa del diavolo. 2 v 

2 — 

Asfodelo. 2 voi. . . 

2 _ 

Un segreto fatale . . 

i — 

Una vita, un amore . 

i — 

Fra due cognate . . 

i — 

Carlotta Bronte. 


Jane Eyro. 2 voi.. . 

o_ 

Rhoda Broughton 


Addio, amore . . . 

i — 

Edoardo Bulwer. 


La razza futura . . 

i — 

Delannoy Burford 


L’assassino .... 

i — 

Roberto Byr. 


La legge del taglione 

i — 

Wilkio Collins. 


Le vesti nere. 2 voi.. 

2 — 

No. 2 voi. 

o_ 

Il segreto di morte . 

i — 

Il cattivo genio . . 

i — 

L’eredità di Caino . 

i — 

Ugo Conway. 


Il segreto della neve. 

i — 

Un segreto di famiglia 

i — 

Novelle. 2 voi. . . . 

2 _ 

Vivo o morto . . . 

i — 


Maria Corelli. 
Vendetta.1 — 

Francis Marion Crawford. 
Saracinesca. 2 voi. . .2 — 
Sant’Ilario. 2 voi. . .2 — 
Don Orsino. 2 voi. , .2 — 
Corleone. 2 voi. . . .2 — 
Paolo Patoff. 2 voi. . .2 — 

Carlo Dlokens. 

♦Storia d'ainor sincero . 1 — 


Il Circolo Pickwick. 2 v. 2 — 
Grandi speranze. 2 voi.. 2 — 
Memorie di Dav. Copperfield. 

2 voi. 2 — 

— Ediz. in -8 illustr. .3 — 
♦La piccola Dorrit. 3 voi. 3 — 
♦Tempi difficili . . . .1 — 
L’abisso.- 30 

Beniamino Disraeli. 
Alroy o il liberatore. .1 — 

Dick Donovan. 

Caccia a fondo.... 1 — 
Conan Doyle. 

Il dramma di Pondichcry- 
Lodge.1 — 

F. Elliot. 

Gli Italiani.2 — 

Lauoe Falconar. 
Mademoiselle Ixe . . .1 — 
F. G. Farrar. 
Tenebre e albori . . .1 — 


Dirigere commissioni e vagliasi Fratelli Treves, editori, Milano. 

















Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


Fergus Hume. 

La dama errante . . L. 1 — 


Miss Mulock. 

Zio e nipote. . . . L. 1 — 


Lady Fullerton. 

L’Uccellino di Paradiso. 1 — 

Rider Haggard. 

Beatrice.1 — 

Jess, o Un amore nel Trans- 

vaal. 1 — 

Il popolo della nebbia. 2 v. 2 — 
Giovanna Haste. 2 voi.. 2 — 
La fanciulla dalle perle . 1 — 

Hall Calne. 

Il figliuol prodigo. . . 2 — 
La donna cbe Tu mi bai 
dato. 3 voi.fi — 

Hamllton-Shields. 

Tre novelle di Vau Dyke. 3 — 

M. Hewlett. 

Gli amanti della foresta. 1 — 


F. Oppenheim. 

Mistero di BernardBrown 1 — 
La spia misteriosa . .1 — 

Guida. 

Affreschi (con biografia). 1 — 
*In maremma.3 — 

Rivington-Pyke. 

Il viaggiatore misterioso. 1 — 

M. Roberta. 

Il segreto della marchesa. 1 — 
Bianca Roosevelt. 

La regina del rame. 2 v. 2 — 
R. H. Savage. 

Una moglie d’occasione. 1 — 
Conquista d’una sposa. 1 — 
Una sirena americana . 1 — 


Silas Hocklng. 

La figlia del Signorotto. In- 8 , 

illustrato. 2 — 

Il cappuccio rosso. In- 8 , illu¬ 
strato . 1 — 

Le avventuro di un curato. 
In- 8 , illustrato . . .3 — 

Miss Hungerford. % 
Dalle tenebro alla luce. 1 — 
Giorgio James. 
L’Ugonotto. 2 volumi . 2 — 
Vallace Lewis. 

Ben Hur. Racconto storico dei 
tempi di Cristo. 2 v. ili. 4 — 

William John Locke. 


Idoli.3 — 

Mayne-Reid. 

La schioppettata mortale. In- 8 , 
illustrato.3 — 

Giorgio Meredlth. 
Diana de’ Crossways . .3 — 


Walter Scott. 

Ivanhoe. In- 8 , illustr. . 5 — 
Kenilworth. In- 8 , illustr. 5 — 
Quintino Durward. Illus. 5 — 

R. L. Stevenson. 

Rapito. .1 — 

La strana avventura del dot¬ 
tor Jekyll.1 — 

W. M. Thaokeray. 

La fiera della vanità. 3 v. 6 — 

Guy Thorne. 

Nelle tenebro .... 3 — 
Mrs Ilumphry Ward. 

Miss Brethertou . . .1 — 
H. G. Wells. 

Novelle straordinarie. In- 8 , con 
11 incisioni a colori . 3 — 
Nei giorni della Cometa. 3 — 
Quando il dormente si sve¬ 
glierà. Con 3 incisioni. 3 — 
— Edizione economica . 1 — 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves. editori, Milano. 













Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


H. G. Wells. 

La visita meravigliosa L. 3 — 
La signora del mare. . 3 — 
La guerra nell’aria. 2 v. 2 — 
Anna Veronica. . . .3 — 
Gli amici appassionati ("in pr.). 


Miss H. Wood. 

Nel labirinto. . . . L. 1 — 

E. Yates. 

La bandiera gialla . .1 — 


TEDESCHI. 


Pietro Beyerleln. 

Il cavaliere di Chamilly . 1 — 
Ida Boy-Ed. 

Serti di spine . . . .1 — 

E. De Kerzollo. 

Nella Montagna nera. . 1 — 

S. Devai. 

Una gran dama . . . 1 — 
Giorgio Ebers. 

Homo sum. 1 — 

Ernesto Eckstein. 

I Claudii.1 — 

Cuor di madre. . . .1 — 
A. Fleming. 

Matrimonio strano. 2 v. . 2 — 
Alfredo Friedmann. 

Due matrimoni. . . .1 — 
Federico Gerstàcker. 
Casa d’angolo . . . .1 — 
Volfango Goethe. 

Le affinità elettive . .1 — 
Guglielmo Hauflf. 

La dama piumata. . . 1 — 

Sofia Junghans. 

La fanciullaamericana . 1 — 

R. Eabacher. 


La scritta di sangue. . 1 — 
Paul Maria Lacroma. 

La modella; Formosa . 1 — 
Deus Vicit.3 — 

Rodolfo Lindaii. 
Roberto Ashton. . . . 1 — 


Lindner. 

La marchesa Irene . .1 — 
Corrado Meyer. 
Giorgio Jenatsch . . .1 — 

Oasip Schubin. 

Ali spezzate. . . . .1 — 
Un cuore stanco . . .1 — 
Gloria Vietisi .... 1 — 

Eugenio Richter. 

Dopo la vittoria del sociali¬ 
smo . 1 — 

Ermanno Sudermann. 

La fata del dolore . .1 — 
L’Isola déll’Amicizia. 2 v. 2 — 
— Edizione di lusso. .3 — 
Il ponte del gatto. . .1 — 
Fratelli e Sorelle. . .1 — 

Berta de Suttner. 
Abbasso le armi ! 2 voi. . 1 — 
Clara Viebig. 

L’esercito dormente . .1 — 

Wagner. 

Sotto la bandiera dei Boeri 1 — 

E. Werner. 


Un eroe della penna. . 1 — 

San Michele.1 — 

Il fiore della felicità. . 1 — 

Fiamme.1 — 

Rejetto e redento . . .2 — 

Via aperta.1 — 

— Ediz. ili. con 41 dis. 1 50 
Vineta.1 — 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 














Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


E. Werner. 

Catene infrante . . L. 1 — 
Verso l’altare . . . .1 — 
Buona fortuna ! . . .1 — 

Fata Morgana. 2 volumi. 2 — 
— Ediz. ili. da 89 incis. 8 — 
A caro prezzo . . . .1 — 

RU 

Pietro Boborykin. 
Battaglie intime . . . 1 — 
Anton Cecow. 
Racconti russi . . . .1 — 

Cernlcevski. 

Che fare?.1 — 

Feodor Dostojewski. 

Dal sepolcro dei vivi. . 1 — 
Il delitto e il castigo. 3 v. 3 — 
♦Povera gente ! . . . .1 — 

I fratelli Karamazoff. 2 v. 2 — 
L’idiota. 2 voi. . . .2 — 

Principe Galytzin. 

II rublo.1 — 

Senz'amore.1 — 

Il contagio.1 — 

Maxim Gorki. 

Lavitaèuna sciocchezza! 1 — 

I coniugi Orlow . . .1 — 

W. Korolenko. 

II sogno di Makar . .1 — 

Kraszewski. 

Sulla Sprea.1 — 

SP AG 

Pio Baroja. 

La scuola dei furbi . . 1 — 
A. De AlarQon. 
L’ultimo amore. . . .1 — 
Julio Nombela. 

La carrozza del diavolo. 1 — 


E. Werner. 

La fata delle Alpi . L. 1 — 
Messaggeri di primavera. 1 — 
Caccia grossa . . . .1 — 


Rune.1 — 

Il Vincitore.3 — 

SI. 


Demetrio Mereshkowsky. 

*La Morte degli Dei. 2 v. 2- 
La Resurrezione degli Dei. 

3 volumi.3 — 

— Edizione di lusso. . 6 — 
Principessa Olga. 
LavitagalanteinRussia . 1 — 
Alessio Tolstoi. 

Ivan il Terribile . . .1 — 
Leone Tolstoi. 

Anna Karenine. 2 voi. . 2 — 
La sonata a Kreutzer . 1 — 
La guerra e la pace. 4 v. 4 — 
Ultime novelle. . . .1 — 

I Cosacchi.1 — 

Padrone e servitore . .1 — 
Che cosa è l’arte? . .1 — 
Resurrezione. 2 volumi. 2 — 
Ivan Turgheniefif. 
Fumo; Acque primavera 1 — 
♦Racconti russi . . . . 1 — 
Nidiata di gentiluomini. 1 — 
Terre Vergini . . . .1 — 
Padre e figli . . . .1 — 

NOLI. 

Benedetto Perez-Galdós. 
Donna Perfetta. . . .1 — 
Marianela ; Trafalgar. .1 — 

Don Juan Vaierà. 
Illusioni del d. r Faustino. 1 — 


BELGI. 


Conscìence. 

Statua di legno . . . 1 — 


Luigi Couperus, 

Maestà.1 — 

Pace universale. . . .1 — 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 












Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


POLACCHI. 


Sacher-Masoch. 

Racconti galiziani . L. 1 — 
Gregor Samarow. 

In cerea di una sposa . 1 — 
Enrico Sienkiewicz. 

Quo Vadis? Ediz. pop. . 1 — 
— Edizione in-8, illustr. 3 — 


Enrico Sienkiewicz. 

Qao Vadis? Ed. di lusso, (i — 
— Edizione Cinematografica. 

Illustr. da 78 quadri. 8 — 
Oltre il mistero ... 1 — 

Invano.1 — 

*1 Crociati. 3 volumi . .3 — 
Per il pane.1 — 


UNGHERESI. 


Maurus Jòkal 
Amato fino al patibolo . 1 — 
Elisa Polko. 

Lontani!.1 — 


Max Mordali. 

Battaglia di parassiti. 2 vo¬ 
lumi .2 — 

Morganatico. 2 volumi . 2 — 


ARGENTINI. 

Duàyen 

(Emma Llaims de la Barra). Manuel Ugarte. 

Stella, con prefazione di Ed- Racconti della Pampa . 1 — 
mondo De Amicis . .4 — 


SC ANI 

Bjornstierne Bjòrnson. 

Mary. 1 — 

Johan Bojer. 

Potenza della Menzogna. 3 — 
Un cuore ferito . . .3 — 
La coscienza (Erik Evje) . 1 — 
Vita.3 — 


IN AVI. 

Selma Lagerlòf. 

La leggenda di Gosta Ber- 


ling . •.3 — 

La casa di Liljecrona . 3 — 

Otto Moeller. 

Oro e onore.1 — 


GIAPPONESI. 

Kenjiro Tokutoml. Namì e Takeo. . . 


1 — 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves. editori, Milano. 













PREZZO LKL PRE8P.ETE VOLUME: Quattl‘0 L ÌP6. 

NUOVE EDIZIONI TREVES 

L’Occhio del Fanciullo, di l. zòccoli. .. 8 60 
Mimi e la gloria, di Ugo OJETTI (Nuova ediz |. 3 50 

AnteO, racconto di Piero GIACOSA.3 60 

Le colpe altrui, romanzo di Grazia DELEDDA. 4 — 
La Nemica dei Sogni, romanzo di Carola 

PROSPERI. 4 — 

Santippe, piccolo romanzo fra l'antico e il moderno, di 

Alfredo PANZINI. 8 80 

Il labirinto, romanzo di Virgilio RROCCHI. . 3 50 
Novelle Napolitane, d: salvatore di Giacomo. 
Con prefazione di Benedetto CROCE. 3 50 

Il romanzo di Tristano e Isotta, ricostruito da 
G. L. PASSERINI. 1 legante edizione aldina . . 4 — 

Rogo d’amore, romanzo di NEERA. 8 50 

i Seminatori, romanzo di Giulio RECHI ... 4 
Caccia grossa. Scene e figure del banditismo sardo, di 

Giulio BECHI. 2 — 

Faustina Bon, romanzo teatrale fantastico di 

HAYDÉE. 8 60 

! vecchi e i giovani, romanzo di Luigi PIRAN¬ 
DELLO. 2 volumi. & — 

La Vittoria senz’ali, rom. di c. e. basile. 8 6 o 
I Volti dell’Amore, novelle di Amalia GUGLIEL- 

MINETTI. . . 

Pi prossima pubblicazione : 

Storie di parte aera lllTnn . 

c Storie di parte Inarca di Fausto SAlVATUKI. 

La trappola Luigi PIRANDELLO. 

La sorgente Maso BISI. 

Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli i reves, Milano.